lunedì 19 febbraio 2018

Aspettando Simona Zecchi

Sulle note di presentazione leggo che Simona Zecchi ha collaborato con il Manifesto e scrive sul Fatto Quotidiano online, sul sito di informazione Gli Stati Generali, e il quotidiano americano La Voce di New York. Lei è tra i fondatori del sito indipendente Lettera 35, e per la rivista I Quaderni dell'Ora ha curato, con la collega Martina Di Matteo, una inchiesta sulla morte di Pasolini. Molti anni di ricerca che lei racconta così in una intervista" Mi occupo dell’ “omicidio Pasolini” da ormai 5 anni. Nel 2012 è stato pubblicato già un mio saggio inchiesta su “I Quaderni de L’Ora” (rivista di cultura approfondimenti e attualità emanazione del quotidiano siciliano “L’Ora”), saggio condotto insieme alla collega Martina Di Matteo. Ho scritto articoli e ho cominciato a raccogliere elementi senza pensare a un libro: volevo vederci chiaro. Niente mi convinceva nemmeno le totalità delle inchieste uscite sino a quel momento, nemmeno la modalità con la quale stavo lavorando. Ho fatto tabula rasa. Non c’è una tesi da cui si parte per poi fare un libro, almeno io non lavoro così. C’è la volontà di andare a fondo e se ci sono più elementi consistenti che valga la pena trasformare in un libro vi si arriva mano a mano. E’ un work in progress, anche nel momento di piena scrittura: ti sorprendi a scoprire a volte che non è così “come te la stai raccontando.”
Io l'ho conosciuta leggendo i suoi post sempre precisi, con riferimenti ad atti giudiziari, post dove la voglia di non uniformarsi alla vulgata in atto la spingeva a veder chiaro, limpido, nei fatti. Fatti che lei racconta attingendo alle fonti, come dovrebbe fare ogni giornalista che vuole fare cronaca e giornalismo.
Mercoledì racconteremo altro dell'incontro che si terrà a Lamezia Terme presso l'Uniter   

giovedì 15 febbraio 2018

Danze di guerra Sherman Alexie

Per innamorarmi ancora della mia innocenza: “Danze di guerra“.

Attratta dal titolo e dalla copertina, una vera opera d’arte che mi ricorda i vestiti a strisce, le varie figure, negli anni Sessanta, l’Op-Art,  le linee  a formare dei disegni optical, per uno stile stripes-chess-dot, questi i riferimenti fino agli anni Novanta da Jean Paul Gaultier, a Kurt Cobain, l’aspetto ribelle del millerighe nel grunge.

Mi piace  molto leggere Sherman Alexie, mi piace quando cercando notizie sulla sua origine indiana, della tribù Spokane, e sui suoi studi all’università Gonzaga di Spokane e sui numerosi romanzi e la carriera universitaria, trovo che dica un concetto a me sempre familiare. Lo ripeto spesso e nella gioia di trovarlo corrisposto lo riscrivo detto da Sherman: “I suoi non sono romanzi di formazione, poiché un antico detto indiano, molto simile al medesimo ricorrente in quasi tutte le culture e le etnie dice: chi nasce in un modo, non muore nell’altro.”

Danze di guerra, I sintomi. Cosa ci induce a scrivere sui sintomi che ci disturbano non lo so, ma trovo divertente leggere i bozzetti che ne fa Sherman “Quando mi svegliai alle tre del mattino, ero completamente sordo dell’orecchio otturato e sicuro che un maledetto sciame di locuste ci si fosse incastrato dentro, lasciai un messaggio in segreteria al mio dottore, dicendogli che mi avrebbe trovato ad aspettarlo davanti all’ambulatorio. Quella sarebbe stata la mia prima volta in un ospedale dopo l’ultima operazione di mio padre.”

Ed eccolo a ricordare suo padre, quando questi deve subire amputazione al piede, ed ora, nell’attesa, incontrare un altro nativo forse asiatico, “ce ne sono parecchi a Seattle” e scoprire che è un indiano della tribù dei Lummi. C’è questa riflessione che faccio mia su tutto ciò che ci manca, ormai scacciati dalle strade, dalle tribù, da un mondo che non c’è più, da una guerra feroce che ha cancellato tutto “Il mondo indiano è affollato di ciarlatani, uomini e donne che fingono di essere sacri. L’anno scorso sono andato ad una conferenza alla Washington University. Una indiana di una certa età, una Sioux, scrittrice, studiosa e ciarlatana, era venuta a parlare dell’indipendenza e della letteratura degli indiani. Insisteva sul fatto che esistesse un qualche tipo di identità letteraria indigena, il che era paradossale visto che stava parlando in inglese a una stanza zeppa di professori bianchi. Ma non ero arrabbiato con quella donna , e neppure annoiato. No, ero dispiaciuto per lei. Ho capito che stava morendo di nostalgia. La nostalgia era diventata il suo falso mito-la sua coperta sottile- e la stava uccidendo.”

Danze di guerra racconta a pezzi, in versi, e in prosa, frammenti di vita, racconta la guerra in cui ci si chiede quante volte possiamo perdonare chi ci ha fatto a pezzi, in cui ci si chiede se esiste un punto oltre il quale il perdono è semplicemente l’atto di un codardo, in cui ci si chiede se un bugiardo abbia mai detto la verità.

Nel momento in cui narra egli stesso fa dire al protagonista di “Agghiacciante simmetria”: sono un genio bugiardo e mentire è una forma di narrazione. Nel momento in cui le parole si trasformano in cenere e carbone, nel momento in cui aveva appiccato un fuoco di fuga, si era convinto di essere capace a scrivere un’altra storia. Per innamorarmi ancora della mia innocenza.

Sherman Alexie, “Danze di guerra” (trad. Laura Gazzarrini), pp. 204, 18 €,  NNE, 2018.
Direttamente da http://www.cabaretbisanzio.tk/2018/02/07/danze-di-guerra-sherman-alexie/
Ippolita Luzzo

domenica 11 febbraio 2018

Simone Ghelli Non risponde mai nessuno

Fra vergogna e cattiveria- Non risponde mai nessuno.
La vergogna di essere uomo: c’è una ragione migliore per scrivere?
Gilles Deleuze
Bue bue bue fa il cane randagio,
e può darsi che abbai a un altro cane,
a un’ombra, a una farfalla, o alla luna,
non è però escluso che abbai a ragion veduta, quasi che attraverso i muri, le strade, la campagna, gli sia giunta la cattiveria umana.
Dino Buzzati

Nella fascinazione i bellissimi racconti di Simone Ghelli mi giungono in lettura e mi riportano ai felici tempi in cui la letteratura era sinonimo di raccontare bene, con attenzione e umanità, di ciò che tormenta e affligge il vivere fatto uomo. Una letteratura, realistica, neorealistica, il periodo dovrebbe essere proprio il neorealismo, al cinema e nella narrativa, un periodo d'oro italiano che molti ancora ammirano e prendono d'esempio: Cassola e poi Verga, nel ciclo dei vinti, Pavese. Leggendo Simone mi sembra di essere in compagnia di autori amati nell'adolescenza e nello stesso tempo sento lo stile originale del nuovo scrittore che contamina e si arricchisce di suggestioni  fino al fantastico di Dino Buzzati.
Un bel leggere già dalla prefazione tanto accattivante da farmi scegliere i due temi individuati da Wu Ming 2 come traccia da seguire nel legare i racconti. Fra vergogna e cattiveria, storie di difficoltà, famiglie composte da persone con handicap, oppure semplicemente più fragili, famiglie che per tutte la vita saranno segnate da una specie di vergogna, di dispiacere e nello stesso tempo oggetto della cattiveria altrui. Sono racconti di cui mi piace riproporvi qualche stralcio per gustare la pulizia del linguaggio
Qui Giovanni, il protagonista lavora con i matti, e ne sente tutta la tragica inanità "Tutte le sue ore di studio e le idee romantiche sulla follia, che gli erano sembrate così forti da poter reggere l’urto contro ogni realtà, si erano sbriciolate nel giro di pochi minuti il giorno in cui un infermiere gli aveva chiesto se avesse per caso già fatto il vaccino contro l’epatite. In un attimo Giovanni aveva ripensato a tutti i malati che aveva toccato - altro che ospiti: quelli erano malati e contro la paura il linguaggio non aveva potuto niente – e improvvisamente aveva accusato un giramento e si era dovuto sedere perché gli tremavano le gambe e davanti agli occhi erano comparsi tutti quei puntini, proprio come quelli che erano rimasti impressi nella fotografia." da I tafani della Merse
Seguiamo il racconto in cui il protagonista va con lo zio per filmare la casa di un poeta e raccogliere testimonianza di quel che era stato. Qui nella fase finale del racconto "Quella sera cenammo nella villa di proprietà della presidentessa dell’associazione, dove era stato allestito un banchetto pieno di cose buone. C’erano professori, assistenti, studiosi, poeti: ognuno con qualcosa d’interessante da dire. Tutto quel parlare su qualcuno che non c’era più è diventato l’assordante fuori campo sonoro del finale che lascia spazio alla vera poesia. Il silenzio sopraggiunge per rendere un po’ di giustizia e ristabilire un ordine su cui quest’uomo aveva lavorato nei suoi ultimi trent'anni. È il mondano che infine non può più niente davanti a un guscio vuoto abbandonato sulla riva dell’oceano, che aspira ad essere un’increspatura sulla corrente." Da Natura in versi dove si immagina di andare nella casa del poeta Peter Russel, alla Turbina, nell'estate del 2005 e con le sue poesie raccontare quell'abbandono, abbandono che il poeta aveva sentito anche in vita. La casa è quieta,tutto è immobile... Nel leggere rimane il desiderio di andare a leggere tutto su questo poeta, nel continuo movimento, nell'andare da una lettura ad un'altra."Il 22 gennaio del 2003 a Pian di Sciò morì il poeta inglese Peter Russell, considerato dalla critica uno dei più grandi poeti inglesi del secolo scorso. Dal 1983 viveva nel paese valdarnese, Castelfranco Pian di Sciò,  al quale nel momento della sua morte donò l'intero patrimonio librario, di lettere e documenti." da ValdarnoPost.
Dai versi a Non risponde mai nessuno, il racconto di Cesare e Luciano, figlio e padre, nel momento in cui è il figlio a dover decidere per il padre, dai versi alla realtà. Con dialoghi plausibili, dialoghi che ci appartengono, Simone riesce a portare noi lettori nelle case, nelle situazioni, come se ci fossimo anche noi seduti a quelle sedie accanto a Luciano, alle bollette che non apre, ai contratti che fa e disfà, al declino di una lucidità che lo priva dell'autonomia. Nella solitudine del vivere la figura del sociale diventa solo un modulo da riempire, una fila d'attesa da rispettare.  
Tutti i racconti sono utili, utili alla lettura e al dialogo interiore, dialogo che non dovrebbe cessare mai nel continuo interrogarsi sulle  azioni di cui ci si vergogna o di cui si è consapevoli della cattiveria insita eppure si compiono lo stesso.
Nelle prove che ciascuno affronterà ci sarà sempre quella vergogna e cattiveria insita nella miseria delle azioni umane.
Non risponde mai nessuno nell'olimpo della Litweb 
Ippolita Luzzo 

sabato 10 febbraio 2018

Pinuccio Alia all'Uniter con Tracce di cucina di Calabria

Pinuccio Alia: Tracce di cucina in Calabria, affinché non si perdano le tracce, mi sembra di veder sottotitolata questa raccolta di articoli tenuti sulla sua rubrica sul Quotidiano della Calabria. Nell'inserto del venerdì una ricetta a settimana per cinque anni.
Raccolte e curate in un libro dalla casa editrice Città del Sole, le Tracce di cucina in Calabria giungono nel regno della Litweb in novembre con un pezzo sui sapori e i profumi, su Pinuccio Alia, ristoratore con animo gentile e raffinato, uomo che si accorge, questa la sua rarità, si accorge in anticipo e accorgersi è veramente una capacità rarissima.
In Litweb ci accorgiamo spesso in anticipo e fonte di felicità è questa sintonia con Pinuccio Alia, di possedere entrambi un dono da regalare. Noi ci siamo accorti di ciò e ve lo regaliamo, entrambi diciamo a chi vorrà ascoltare. Ieri sera all’Uniter ci racconta di come si accorse del bisogno e della voglia di una bimba costretta dalla mamma a mangiare minestrina in bianco e da lui favorita, con un piccolo inganno verso i voleri della genitrice, ai piaceri e ai sapori dei piatti mangiati dagli adulti. Lui si accorge e propone una creazione del marchio DOP per la salsiccia calabrese ma la sua idea naufraga davanti l’insipienza di un assessore. L’idea della soppressata: quello che unisce nelle caratteristiche le varie soppressate calabre resterà a macerare nel nulla calabro. E le tradizioni che potrebbero dare ricchezza vengono vilipese e immeschinite in prodotti similari ma non veri. Prodotti non amati e quindi fatti senza cura come la 'nduia che si vende sugli autogrill dell'autostrada del sole..    
Lui si accorge che si perderà tutto in Calabria perché non si sa trasformare in ricchezza quelli che si ha, il basilico nostrano, le melanzane al cioccolato. Si accorge anche quando è il momento di smettere con la locanda e dare spazio alla vita dei suoi affetti. Sono quattro anni che non gestisce più la locanda di Alia, ora diretta dal fratello. Lui ha diversificato le sue attività, gestisce un albergo o B&B e si può intrattenere con i suoi clienti diventati lettori.
La cucina è la vita e come la vita cambia a secondo dell’umore di chi cucina, del giorno, la cucina è un inno alla vita. Non possiamo mai fare lo stesso piatto.
"Prendi una idea falla macerare", una ricetta che non troveremo da nessuna parte, e sulla ricetta di una idea da preparare e realizzare che Pinuccio Alia chiude la sua divertente conversazione nell'applauso dei partecipanti che si sono affollati al tavolo per avere la dedica sulle Tracce di Alia
 Prendete una idea fatela macerare, e la felicità è una piccola cosa, da Trilussa arriva la frase conclusiva del libro di Pinuccio Alia. La felicità è una spruzzata di polvere d’arancia e le bucce di fichi d'India seccate al sole e fritte che serviremo nel regno della Litweb. 
Ippolita Luzzo 

mercoledì 7 febbraio 2018

The post film bellissimo piegando la storia

"La stampa serve chi è governato, non chi governa” recita la decisione della Corte Suprema che “libera” il NYT e il Post dall'assalto di Nixon. Quando i giornali avranno questa frase appesa sopra la scrivania di ogni giornalista, la stampa rinascerà"
Piegando la storia ad uso cinematografico il regista Steven Spielberg ha confezionato una bellissima epopea sulla stampa, raccontata con tempi e con gesti perfetti, un film galvanizzante e condivisibile se non fosse per buona parte non vera quella storia che sta raccontando. Ma un film è un film e quindi guardiamolo non come un testo di storia ma come un'opera quasi di fantasia che toglie e aggiunge alla realtà.
Giovanna Taverni sull'Indipendent racconta la storia vera " Fu Daniel Ellsberg a passare i documenti dei Pentagon Papers al New York Times. Aveva lavorato anche lui all'archivio di McNamara, e aveva deciso di fotocopiare tutto e far scoppiare il caso, dopo essersi reso conto delle terribili connivenze dentro il sistema del governo americano. Come ha scritto il NYTimes nella ricostruzione della pubblicazione dei Pentagon Papers: “Nel 1971, Neil Sheehan, un reporter del New York Times a Washington, ottiene lo scoop di una vita”.
Nel film si parla molto del New York Times riconoscendo e nello stesso tempo sminuendo il ruolo dello stesso giornale nella vicenda che vide per la prima volta squarciare il velo sulla condotta dei presidenti americani nella guerra in Vietnam. Da una parte Kennedy e Johnson tranquillizzavano i cittadini americani dall'altra intensificavano i bombardamenti e mandavano al massacro intere generazioni di ragazzi.
Il film, però, benché sconfessi proprio ciò che postula, cioè far conoscere la verità, nell'amplificare il ruolo del Post nella vicenda, sceglie di puntare sul Post, per raccontare altro, oltre al ruolo della stampa, al servizio dei governanti e non di chi governa, mette in risalto la figura dell'editore del Post, all'epoca la prima donna editrice di un giornale. Una donna che predica è come un cane costretto a camminare su due zampe, confessa Katharine Graham alla figlia nel ricordare come lei non avesse mai pensato di dover dirigere il giornale di proprietà di suo padre. Il suo compito sarebbe stato di occuparsi dei figli e vide con gioia affidare il giornale a suo marito. Quando il marito si suicida lei diventa l’editore e dovrà decidere il "Si stampi". La sua frase sul cane che cammina su due zampe mi ha ricordato Annamaria Ortese che a proposito sempre delle donne disse: una donna che scrive è come una bestia che parla. Una testimonianza bella nel film rimarcare l’atto di coraggio che compie l’editrice di un giornale, due volte in difficoltà, come donna e come responsabile del lavoro di moltissimi dipendenti. Un film stupendo sulla dignità della donna, sulla dignità dei governati ad avere una stampa libera, su un evviva alla Stampa nel suo momento buio, quando i giornali sono stretti al cappio di internet. Ho visto due volte il film di Steven Spielberg “The Post dedicato ai Pentagon Papers. "Tre anni dopo Spotlight, il film di Tom McCarthy che ha vinto l'Oscar nel 2016, e più di quaranta dal culto di Alan J. Pakula sul Watergate, il film con Meryl Streep e Tom Hanks è solo l'ultimo esempio di storie di giornalismo ,vere o inventate, finite sul grande schermo" Per affermare il diritto di pubblicare bisogna pubblicare The post Il film inneggia alla libertà, alla libertà di stampa impossibile in Italia, dove quasi tutti i giornali vivono con sussidi statali. Innumerevoli testate sovvenzionate per dare stipendi a cari congiunti di politici vari, molte testate sovvenzionate per una stampa cortigiana e inutile. L’Italia è uno dei paesi meno liberi, la stampa sconta anni di asservimento e poi negli anni ottanta la terribile concentrazione Mediaset con televisioni e stampa al servizio del gossip. Una storia indegna anche sul fronte di altri grandi testate lasciate morire forse perché troppo serie, mi riferisco a Paese Sera, all'Europeo. Una storia come quella del Post in Italia sarebbe inimmaginabile. Sogniamo col cinema la libertà e Oscar sarà
Ippolita Luzzo 

sabato 3 febbraio 2018

Florindo Rubbettino all'Uniter

Florindo Rubbettino all’Uniter sulla filiera del libro ci parla di come, nel mondo editoriale, invece di guardare sempre al fatto che si siano creati dei colossi come il gruppo Mondadori, sia più da pensare su come la distribuzione dei libri sia tutta o quasi in mano a Messaggerie del Gruppo Spagnol. Una distribuzione perfetta, però sempre una concentrazione in un unico distributore. Ha parlato della realtà delle librerie di catena, La Feltrinelli, La Mondadori, La Giunti, il gruppo Spagnol, tutte librerie che danno, ovvio, grande spazio ai prodotti delle loro case editrici. La Rubbettino  e le altre case editrici devono trovare lo spazio in questa realtà difficile e lo possono fare lavorando nelle mancanze, nei vuoti lasciati da un mercato così strutturato.
La Rubbettino si è distinta e ha coltivato i suoi rapporti con le università calabresi, con la ricerca e la valorizzazione degli autori più interessanti di un territorio così complesso come la Calabria. Nelle varie collane presenti in catalogo ha Calabria Letteraria, legata un tempo alla rivista Calabria Letteraria ora edita da Città del Sole, ed in questa collana confluiscono la maggior parte degli autori locali. Nel marchio principale troviamo invece i Lou Palanca, un collettivo di studiosi, fra cui Nicola Fiorita, Valerio De Nardo, Fabio Cuzzola, Maura Ranieri, che si sono fatti apprezzare con Blocco 52, con Ti ho vista che ridevi ed ora con A schema libero. Ci sono Gioacchino Criaco e Mimmo Gangemi, continua Rubbettino, nel citare autori a me molto cari, sempre letti e seguiti,  e con grande affetto mi ritrovo nelle parole del presidente dell’Uniter che ricorda il papà di Florindo, Rosario Rubbettino, all'inizio della sua avventura quando aveva ancora una tipografia a Soveria Mannelli, nel ricordare con ammirazione  la storia di una casa editrice rimasta nel luogo dove è nata, in un comune a ottocento metri sul livello del mare, un comune montano con difficoltà di collegamenti. Eppure la sfida di restare è riuscita e ora la Rubbettino rappresenta la più grande realtà editoriale della Calabria. Si è parlato  di come ora siamo di fronte ad una rivoluzione epocale, di come il computer e internet stiano trasformando l’approccio alla scrittura e alla lettura, di come sembra sia possibile che a scrivere sia un computer. Un vero ribaltamento in atto. Eppure, nonostante queste trasformazioni, ci sarà sempre bisogno di un libro come amico, come compagno. Un libro vivo, con un suo destino. Nel destino dei vari libri dimenticati e poi riscoperti, rifiutati e poi acclamati, Florindo Rubbettino trova la sorpresa, quella caratteristica umana che non tutto si può prevedere e che rende la nostra vita non una macchina. La lezione di Florindo Rubbettino ha dato diversi spunti per gli interventi e ha lasciato in tutti noi l’amore immutato verso i libri veri
Ippolita Luzzo 

venerdì 2 febbraio 2018

Massimo Iiritano Il dono di Prometeo

Massimo Iiritano, nel presentare ieri sera il libro Il dono di Prometeo ha detto: Questo è un libro che si è fatto da solo, senza che ci fosse un progetto ben preciso.
Nasceva infatti da suggestioni che lui teneva in testa dai tempi del liceo, sulla figura di Prometeo, il titano celebrato da Eschilo nella tragedia "Prometeo incatenato". L'incontro e la collaborazione con Luna Renda, docente e laureata in lettere classiche, ha fornito a lui il testo di Eschilo, ed anche il tesi di Omero, nell'Odissea, tradotti in modo letterale e curati con capillare attenzione.
Sembra di rileggere i versi in modo nuovo e di restarne di nuovo affascinati quando sentiamo Luna Renda leggere e tradurre Eschilo sul dono di Prometeo, quelle cieche speranze, le illusioni, regalate affinché gli uomini ormai affrancati dal freddo e dal buio, grazie al fuoco, potessero mettersi in gioco e costruire il mondo, progettare un vivere civile. Sembra di essere nell'isola di Calipso con Ulisse, mentre Luna legge e traduce "Tutti i giorni", la risposta che Ulisse dà alla ninfa mentre costei cerca di trattenerlo regalando a lui l'immortalità. Ulisse rifiuta in nome di quella umanità. di quella particolarità di essere coscienti del tempo, dello scorrere degli avvenimenti, del cambiamento e del mutamento proprio dell'essenza umana e negata agli Dei.
Una rivisitazione del mito fatta poi sui vari incontri con autori della letteratura e con discussioni filosofiche, il più volte citato Massimo Cacciari, autore di lezioni magistrali su Prometeo, Thomas Eliot e il canto di disperazione di una storia oltraggiata dalla presenza del male, come se gli uomini volessero fuggire dalle illusioni rifugiandosi nel male. 
Sentiamo Prometeo parlare:
(Da Eschilo Prometeo Incantenato)
Anche prima di me 
guardavano, ed era cieco guardare
sentivano suoni, e non
era sentire (..)
era un darsi da fare senza
lume di mente.
Finché io insegnai le aurore e
i tramonti nella volta stellata. 
Fu mia-e a loro bene-
l'idea del calcolo, primizia d'ingegno,
e fu mio il sistema di segni tracciati,
memoria del mondo.    
Nel regalo di Prometeo, oltre al fuoco, in dono la scrittura, in dono la matematica, in dono la capacità narrativa, in dono il canto poetico.  Con essi la nascita della civiltà in Mesopotamia, in Egitto, in Grecia, la filosofia, la politica, le ideologie che verranno definite da Eschilo cieche illusioni. 
 così che il mondo finisce..."da La terra desolata di T.S. Eliot, nella lettura di R.G.Collingwood, nel capitolo VI del Dono di Prometeo ritorniamo al valore del canto poetico come visione, come arte profetica, il compito dell'artista è di parlare chiaro, di confessare.
Confessione pubblica, in quanto profetica, non già profetizzare il futuro, bensì il coraggio di svelare al pubblico le verità inconfessabili. 
Nella difficoltà del vivere il dono di Prometeo è il balsamo con cui lenire e curare una disperazione della ragione: L'arte, la bellezza, la poesia il canto, la narrativa, la scrittura, memoria del mondo
Ippolita Luzzo 

giovedì 1 febbraio 2018

Francesco Polopoli La canzone come attualizzazione del classico

Il testo della canzone di Battiato "Di Passaggio" mi ritorna a cantare in testa dopo la lezione che Francesco Polopoli tiene all'Uniter. 
Il testo inizia con la lettura di questo frammento in greco antico
« Ταὐτὸ τ΄ἔνι ζῶν καὶ
τεθνηκὸς καὶ ἐγρηγορὸς
καὶ καθεῦδον καὶ νέον
καὶ γηραιόν· τάδε γὰρ
μεταπεσόντα ἐκεινά ἐστι
κἀκεῖνα πάλιν [μεταπεσόντα] ταῦτα. »

« È la medesima realtà il vivo
e il morto, il desto e il dormiente,
il giovane e il vecchio:
questi infatti
mutando son quelli,
e quelli di nuovo [mutando] son questi. »
(Eraclito di Efeso, Frammenti, 88)
E intanto passa ignaro
il vero senso della vita
ci cambiano capelli, denti e seni
a noi che siamo solo di passaggio.
e l'epilogo è  un componimento tratto dagli Epigrammi del poeta ellenistico Callimaco

« Εἴπας 'Ἥλιε χαῖρε'
Κλεόμβροτος Ὡμβρακιώτης
ἥλατ΄ἀφ΄ὑψηλοῦ
τείχεος εἰς Ἀίδην,
ἄξιον οὐδὲν ἰδὼν θανάτου
κακόν, ἀλλὰ Πλάτωνος
[ἓν τὸ περὶ ψυχῆς γράμμ΄ἀναλεξάμενος].»

« Dicendo «Addio sole!»
Cleombroto d'Ambracia
da un alto muro
si gettò nell'Ade:
non gli era capitato alcun male
degno di morte; aveva solo letto
uno scritto, quello di Platone sull'anima. »
(Callimaco, Epigrammi, XXIII)

A dir la verità qui è semplice notare il filo che lega il testo di Battiato ai greci, però Francesco ha fatto un curioso studio di ricerca e ha trovato somiglianze e rimandi nelle canzoni più gettonate e dove meno ci aspetteremmo. Ha ricordato "Ma che freddo fa" cantata da Nada al festival di Sanremo nel 1969 "Cos'è la vita senza l'amore 
è solo un albero che foglie non ha più E sorge il vento, un vento freddo come le foglie le speranze butta giù." come un frammento di Mimnerno, con collegamenti che ci diano il senso dell'abbraccio fra il classico, fra la cultura greca e latina e il nostro mondo, e il nostro canto. E d'altronde il canto, voce che rimbalza,  nasce con la poesia, con la lirica, con Omero. La prima forma di narrazione è la nenia, la filastrocca, poi avremo la prosa. Dai carmina triunfalia ai carmina convivialia, i carmina come preces la preghiera, i carmina ritmata, ed il gioco del rap, il gioco del ritmo. da Ennio a Branduardi "Alla fiera dell'est" a Sanremo ancora con "Papaveri e papere" e i ricordi di Ambarabà cicicocò.
Il passato è il nostro DNA sociale, ci sta facendo gustare Francesco, nella felicità della conoscenza.
 Siamo in piena produzione repubblicana dell'antica Roma, nell'Eneide, libro quarto, e cantiamo "Mi ritorni in mente" di Lucio Battisti con Virgilio.
Dal carmen VIII di Catullo a Geordie di De Andrè a Delenda Carthago di Battiato ai sintagmi tacitiani degli Annales, da Odi et amo di Catullo a Malafemmena di Totò, da Roberto Vecchioni a Giovenale, da Giorgio Gaber a Properzio,"ragiona, amico mio, dai tempi di Vespasiano ad ora uguale ai nostri tempi siamo" trascrivo a memoria ciò di cui ricordo, non ho preso che pochissimi appunti dalla lezione rutilante di Francesco, da D'Annunzio nell'Alcyone, alla parole Stirpi, nel duplice significato di radice e stella.
Gustando ogni associazione mentale con i cinque sensi del ritmo, Francesco ci legge i sensi come un verso di Dante: Caddi come corpo morto cade. 
Evviva Francesco Polopoli ed evviva il meme della conoscenza. 
Ippolita Luzzo