lunedì 19 febbraio 2018

Aspettando Simona Zecchi

Sulle note di presentazione leggo che Simona Zecchi ha collaborato con il Manifesto e scrive sul Fatto Quotidiano online, sul sito di informazione Gli Stati Generali, e il quotidiano americano La Voce di New York. Lei è tra i fondatori del sito indipendente Lettera 35, e per la rivista I Quaderni dell'Ora ha curato, con la collega Martina Di Matteo, una inchiesta sulla morte di Pasolini. Molti anni di ricerca che lei racconta così in una intervista" Mi occupo dell’ “omicidio Pasolini” da ormai 5 anni. Nel 2012 è stato pubblicato già un mio saggio inchiesta su “I Quaderni de L’Ora” (rivista di cultura approfondimenti e attualità emanazione del quotidiano siciliano “L’Ora”), saggio condotto insieme alla collega Martina Di Matteo. Ho scritto articoli e ho cominciato a raccogliere elementi senza pensare a un libro: volevo vederci chiaro. Niente mi convinceva nemmeno le totalità delle inchieste uscite sino a quel momento, nemmeno la modalità con la quale stavo lavorando. Ho fatto tabula rasa. Non c’è una tesi da cui si parte per poi fare un libro, almeno io non lavoro così. C’è la volontà di andare a fondo e se ci sono più elementi consistenti che valga la pena trasformare in un libro vi si arriva mano a mano. E’ un work in progress, anche nel momento di piena scrittura: ti sorprendi a scoprire a volte che non è così “come te la stai raccontando.”
Io l'ho conosciuta leggendo i suoi post sempre precisi, con riferimenti ad atti giudiziari, post dove la voglia di non uniformarsi alla vulgata in atto la spingeva a veder chiaro, limpido, nei fatti. Fatti che lei racconta attingendo alle fonti, come dovrebbe fare ogni giornalista che vuole fare cronaca e giornalismo.
Mercoledì racconteremo altro dell'incontro che si terrà a Lamezia Terme presso l'Uniter   

giovedì 15 febbraio 2018

Danze di guerra Sherman Alexie

Per innamorarmi ancora della mia innocenza: “Danze di guerra“.

Attratta dal titolo e dalla copertina, una vera opera d’arte che mi ricorda i vestiti a strisce, le varie figure, negli anni Sessanta, l’Op-Art,  le linee  a formare dei disegni optical, per uno stile stripes-chess-dot, questi i riferimenti fino agli anni Novanta da Jean Paul Gaultier, a Kurt Cobain, l’aspetto ribelle del millerighe nel grunge.

Mi piace  molto leggere Sherman Alexie, mi piace quando cercando notizie sulla sua origine indiana, della tribù Spokane, e sui suoi studi all’università Gonzaga di Spokane e sui numerosi romanzi e la carriera universitaria, trovo che dica un concetto a me sempre familiare. Lo ripeto spesso e nella gioia di trovarlo corrisposto lo riscrivo detto da Sherman: “I suoi non sono romanzi di formazione, poiché un antico detto indiano, molto simile al medesimo ricorrente in quasi tutte le culture e le etnie dice: chi nasce in un modo, non muore nell’altro.”

Danze di guerra, I sintomi. Cosa ci induce a scrivere sui sintomi che ci disturbano non lo so, ma trovo divertente leggere i bozzetti che ne fa Sherman “Quando mi svegliai alle tre del mattino, ero completamente sordo dell’orecchio otturato e sicuro che un maledetto sciame di locuste ci si fosse incastrato dentro, lasciai un messaggio in segreteria al mio dottore, dicendogli che mi avrebbe trovato ad aspettarlo davanti all’ambulatorio. Quella sarebbe stata la mia prima volta in un ospedale dopo l’ultima operazione di mio padre.”

Ed eccolo a ricordare suo padre, quando questi deve subire amputazione al piede, ed ora, nell’attesa, incontrare un altro nativo forse asiatico, “ce ne sono parecchi a Seattle” e scoprire che è un indiano della tribù dei Lummi. C’è questa riflessione che faccio mia su tutto ciò che ci manca, ormai scacciati dalle strade, dalle tribù, da un mondo che non c’è più, da una guerra feroce che ha cancellato tutto “Il mondo indiano è affollato di ciarlatani, uomini e donne che fingono di essere sacri. L’anno scorso sono andato ad una conferenza alla Washington University. Una indiana di una certa età, una Sioux, scrittrice, studiosa e ciarlatana, era venuta a parlare dell’indipendenza e della letteratura degli indiani. Insisteva sul fatto che esistesse un qualche tipo di identità letteraria indigena, il che era paradossale visto che stava parlando in inglese a una stanza zeppa di professori bianchi. Ma non ero arrabbiato con quella donna , e neppure annoiato. No, ero dispiaciuto per lei. Ho capito che stava morendo di nostalgia. La nostalgia era diventata il suo falso mito-la sua coperta sottile- e la stava uccidendo.”

Danze di guerra racconta a pezzi, in versi, e in prosa, frammenti di vita, racconta la guerra in cui ci si chiede quante volte possiamo perdonare chi ci ha fatto a pezzi, in cui ci si chiede se esiste un punto oltre il quale il perdono è semplicemente l’atto di un codardo, in cui ci si chiede se un bugiardo abbia mai detto la verità.

Nel momento in cui narra egli stesso fa dire al protagonista di “Agghiacciante simmetria”: sono un genio bugiardo e mentire è una forma di narrazione. Nel momento in cui le parole si trasformano in cenere e carbone, nel momento in cui aveva appiccato un fuoco di fuga, si era convinto di essere capace a scrivere un’altra storia. Per innamorarmi ancora della mia innocenza.

Sherman Alexie, “Danze di guerra” (trad. Laura Gazzarrini), pp. 204, 18 €,  NNE, 2018.
Direttamente da http://www.cabaretbisanzio.tk/2018/02/07/danze-di-guerra-sherman-alexie/
Ippolita Luzzo

domenica 11 febbraio 2018

Simone Ghelli Non risponde mai nessuno

Fra vergogna e cattiveria- Non risponde mai nessuno.
La vergogna di essere uomo: c’è una ragione migliore per scrivere?
Gilles Deleuze
Bue bue bue fa il cane randagio,
e può darsi che abbai a un altro cane,
a un’ombra, a una farfalla, o alla luna,
non è però escluso che abbai a ragion veduta, quasi che attraverso i muri, le strade, la campagna, gli sia giunta la cattiveria umana.
Dino Buzzati

Nella fascinazione i bellissimi racconti di Simone Ghelli mi giungono in lettura e mi riportano ai felici tempi in cui la letteratura era sinonimo di raccontare bene, con attenzione e umanità, di ciò che tormenta e affligge il vivere fatto uomo. Una letteratura, realistica, neorealistica, il periodo dovrebbe essere proprio il neorealismo, al cinema e nella narrativa, un periodo d'oro italiano che molti ancora ammirano e prendono d'esempio: Cassola e poi Verga, nel ciclo dei vinti, Pavese. Leggendo Simone mi sembra di essere in compagnia di autori amati nell'adolescenza e nello stesso tempo sento lo stile originale del nuovo scrittore che contamina e si arricchisce di suggestioni  fino al fantastico di Dino Buzzati.
Un bel leggere già dalla prefazione tanto accattivante da farmi scegliere i due temi individuati da Wu Ming 2 come traccia da seguire nel legare i racconti. Fra vergogna e cattiveria, storie di difficoltà, famiglie composte da persone con handicap, oppure semplicemente più fragili, famiglie che per tutte la vita saranno segnate da una specie di vergogna, di dispiacere e nello stesso tempo oggetto della cattiveria altrui. Sono racconti di cui mi piace riproporvi qualche stralcio per gustare la pulizia del linguaggio
Qui Giovanni, il protagonista lavora con i matti, e ne sente tutta la tragica inanità "Tutte le sue ore di studio e le idee romantiche sulla follia, che gli erano sembrate così forti da poter reggere l’urto contro ogni realtà, si erano sbriciolate nel giro di pochi minuti il giorno in cui un infermiere gli aveva chiesto se avesse per caso già fatto il vaccino contro l’epatite. In un attimo Giovanni aveva ripensato a tutti i malati che aveva toccato - altro che ospiti: quelli erano malati e contro la paura il linguaggio non aveva potuto niente – e improvvisamente aveva accusato un giramento e si era dovuto sedere perché gli tremavano le gambe e davanti agli occhi erano comparsi tutti quei puntini, proprio come quelli che erano rimasti impressi nella fotografia." da I tafani della Merse
Seguiamo il racconto in cui il protagonista va con lo zio per filmare la casa di un poeta e raccogliere testimonianza di quel che era stato. Qui nella fase finale del racconto "Quella sera cenammo nella villa di proprietà della presidentessa dell’associazione, dove era stato allestito un banchetto pieno di cose buone. C’erano professori, assistenti, studiosi, poeti: ognuno con qualcosa d’interessante da dire. Tutto quel parlare su qualcuno che non c’era più è diventato l’assordante fuori campo sonoro del finale che lascia spazio alla vera poesia. Il silenzio sopraggiunge per rendere un po’ di giustizia e ristabilire un ordine su cui quest’uomo aveva lavorato nei suoi ultimi trent'anni. È il mondano che infine non può più niente davanti a un guscio vuoto abbandonato sulla riva dell’oceano, che aspira ad essere un’increspatura sulla corrente." Da Natura in versi dove si immagina di andare nella casa del poeta Peter Russel, alla Turbina, nell'estate del 2005 e con le sue poesie raccontare quell'abbandono, abbandono che il poeta aveva sentito anche in vita. La casa è quieta,tutto è immobile... Nel leggere rimane il desiderio di andare a leggere tutto su questo poeta, nel continuo movimento, nell'andare da una lettura ad un'altra."Il 22 gennaio del 2003 a Pian di Sciò morì il poeta inglese Peter Russell, considerato dalla critica uno dei più grandi poeti inglesi del secolo scorso. Dal 1983 viveva nel paese valdarnese, Castelfranco Pian di Sciò,  al quale nel momento della sua morte donò l'intero patrimonio librario, di lettere e documenti." da ValdarnoPost.
Dai versi a Non risponde mai nessuno, il racconto di Cesare e Luciano, figlio e padre, nel momento in cui è il figlio a dover decidere per il padre, dai versi alla realtà. Con dialoghi plausibili, dialoghi che ci appartengono, Simone riesce a portare noi lettori nelle case, nelle situazioni, come se ci fossimo anche noi seduti a quelle sedie accanto a Luciano, alle bollette che non apre, ai contratti che fa e disfà, al declino di una lucidità che lo priva dell'autonomia. Nella solitudine del vivere la figura del sociale diventa solo un modulo da riempire, una fila d'attesa da rispettare.  
Tutti i racconti sono utili, utili alla lettura e al dialogo interiore, dialogo che non dovrebbe cessare mai nel continuo interrogarsi sulle  azioni di cui ci si vergogna o di cui si è consapevoli della cattiveria insita eppure si compiono lo stesso.
Nelle prove che ciascuno affronterà ci sarà sempre quella vergogna e cattiveria insita nella miseria delle azioni umane.
Non risponde mai nessuno nell'olimpo della Litweb 
Ippolita Luzzo 

sabato 10 febbraio 2018

Pinuccio Alia all'Uniter con Tracce di cucina di Calabria

Pinuccio Alia: Tracce di cucina in Calabria, affinché non si perdano le tracce, mi sembra di veder sottotitolata questa raccolta di articoli tenuti sulla sua rubrica sul Quotidiano della Calabria. Nell'inserto del venerdì una ricetta a settimana per cinque anni.
Raccolte e curate in un libro dalla casa editrice Città del Sole, le Tracce di cucina in Calabria giungono nel regno della Litweb in novembre con un pezzo sui sapori e i profumi, su Pinuccio Alia, ristoratore con animo gentile e raffinato, uomo che si accorge, questa la sua rarità, si accorge in anticipo e accorgersi è veramente una capacità rarissima.
In Litweb ci accorgiamo spesso in anticipo e fonte di felicità è questa sintonia con Pinuccio Alia, di possedere entrambi un dono da regalare. Noi ci siamo accorti di ciò e ve lo regaliamo, entrambi diciamo a chi vorrà ascoltare. Ieri sera all’Uniter ci racconta di come si accorse del bisogno e della voglia di una bimba costretta dalla mamma a mangiare minestrina in bianco e da lui favorita, con un piccolo inganno verso i voleri della genitrice, ai piaceri e ai sapori dei piatti mangiati dagli adulti. Lui si accorge e propone una creazione del marchio DOP per la salsiccia calabrese ma la sua idea naufraga davanti l’insipienza di un assessore. L’idea della soppressata: quello che unisce nelle caratteristiche le varie soppressate calabre resterà a macerare nel nulla calabro. E le tradizioni che potrebbero dare ricchezza vengono vilipese e immeschinite in prodotti similari ma non veri. Prodotti non amati e quindi fatti senza cura come la 'nduia che si vende sugli autogrill dell'autostrada del sole..    
Lui si accorge che si perderà tutto in Calabria perché non si sa trasformare in ricchezza quelli che si ha, il basilico nostrano, le melanzane al cioccolato. Si accorge anche quando è il momento di smettere con la locanda e dare spazio alla vita dei suoi affetti. Sono quattro anni che non gestisce più la locanda di Alia, ora diretta dal fratello. Lui ha diversificato le sue attività, gestisce un albergo o B&B e si può intrattenere con i suoi clienti diventati lettori.
La cucina è la vita e come la vita cambia a secondo dell’umore di chi cucina, del giorno, la cucina è un inno alla vita. Non possiamo mai fare lo stesso piatto.
"Prendi una idea falla macerare", una ricetta che non troveremo da nessuna parte, e sulla ricetta di una idea da preparare e realizzare che Pinuccio Alia chiude la sua divertente conversazione nell'applauso dei partecipanti che si sono affollati al tavolo per avere la dedica sulle Tracce di Alia
 Prendete una idea fatela macerare, e la felicità è una piccola cosa, da Trilussa arriva la frase conclusiva del libro di Pinuccio Alia. La felicità è una spruzzata di polvere d’arancia e le bucce di fichi d'India seccate al sole e fritte che serviremo nel regno della Litweb. 
Ippolita Luzzo 

mercoledì 7 febbraio 2018

The post film bellissimo piegando la storia

"La stampa serve chi è governato, non chi governa” recita la decisione della Corte Suprema che “libera” il NYT e il Post dall'assalto di Nixon. Quando i giornali avranno questa frase appesa sopra la scrivania di ogni giornalista, la stampa rinascerà"
Piegando la storia ad uso cinematografico il regista Steven Spielberg ha confezionato una bellissima epopea sulla stampa, raccontata con tempi e con gesti perfetti, un film galvanizzante e condivisibile se non fosse per buona parte non vera quella storia che sta raccontando. Ma un film è un film e quindi guardiamolo non come un testo di storia ma come un'opera quasi di fantasia che toglie e aggiunge alla realtà.
Giovanna Taverni sull'Indipendent racconta la storia vera " Fu Daniel Ellsberg a passare i documenti dei Pentagon Papers al New York Times. Aveva lavorato anche lui all'archivio di McNamara, e aveva deciso di fotocopiare tutto e far scoppiare il caso, dopo essersi reso conto delle terribili connivenze dentro il sistema del governo americano. Come ha scritto il NYTimes nella ricostruzione della pubblicazione dei Pentagon Papers: “Nel 1971, Neil Sheehan, un reporter del New York Times a Washington, ottiene lo scoop di una vita”.
Nel film si parla molto del New York Times riconoscendo e nello stesso tempo sminuendo il ruolo dello stesso giornale nella vicenda che vide per la prima volta squarciare il velo sulla condotta dei presidenti americani nella guerra in Vietnam. Da una parte Kennedy e Johnson tranquillizzavano i cittadini americani dall'altra intensificavano i bombardamenti e mandavano al massacro intere generazioni di ragazzi.
Il film, però, benché sconfessi proprio ciò che postula, cioè far conoscere la verità, nell'amplificare il ruolo del Post nella vicenda, sceglie di puntare sul Post, per raccontare altro, oltre al ruolo della stampa, al servizio dei governanti e non di chi governa, mette in risalto la figura dell'editore del Post, all'epoca la prima donna editrice di un giornale. Una donna che predica è come un cane costretto a camminare su due zampe, confessa Katharine Graham alla figlia nel ricordare come lei non avesse mai pensato di dover dirigere il giornale di proprietà di suo padre. Il suo compito sarebbe stato di occuparsi dei figli e vide con gioia affidare il giornale a suo marito. Quando il marito si suicida lei diventa l’editore e dovrà decidere il "Si stampi". La sua frase sul cane che cammina su due zampe mi ha ricordato Annamaria Ortese che a proposito sempre delle donne disse: una donna che scrive è come una bestia che parla. Una testimonianza bella nel film rimarcare l’atto di coraggio che compie l’editrice di un giornale, due volte in difficoltà, come donna e come responsabile del lavoro di moltissimi dipendenti. Un film stupendo sulla dignità della donna, sulla dignità dei governati ad avere una stampa libera, su un evviva alla Stampa nel suo momento buio, quando i giornali sono stretti al cappio di internet. Ho visto due volte il film di Steven Spielberg “The Post dedicato ai Pentagon Papers. "Tre anni dopo Spotlight, il film di Tom McCarthy che ha vinto l'Oscar nel 2016, e più di quaranta dal culto di Alan J. Pakula sul Watergate, il film con Meryl Streep e Tom Hanks è solo l'ultimo esempio di storie di giornalismo ,vere o inventate, finite sul grande schermo" Per affermare il diritto di pubblicare bisogna pubblicare The post Il film inneggia alla libertà, alla libertà di stampa impossibile in Italia, dove quasi tutti i giornali vivono con sussidi statali. Innumerevoli testate sovvenzionate per dare stipendi a cari congiunti di politici vari, molte testate sovvenzionate per una stampa cortigiana e inutile. L’Italia è uno dei paesi meno liberi, la stampa sconta anni di asservimento e poi negli anni ottanta la terribile concentrazione Mediaset con televisioni e stampa al servizio del gossip. Una storia indegna anche sul fronte di altri grandi testate lasciate morire forse perché troppo serie, mi riferisco a Paese Sera, all'Europeo. Una storia come quella del Post in Italia sarebbe inimmaginabile. Sogniamo col cinema la libertà e Oscar sarà
Ippolita Luzzo 

sabato 3 febbraio 2018

Florindo Rubbettino all'Uniter

Florindo Rubbettino all’Uniter sulla filiera del libro ci parla di come, nel mondo editoriale, invece di guardare sempre al fatto che si siano creati dei colossi come il gruppo Mondadori, sia più da pensare su come la distribuzione dei libri sia tutta o quasi in mano a Messaggerie del Gruppo Spagnol. Una distribuzione perfetta, però sempre una concentrazione in un unico distributore. Ha parlato della realtà delle librerie di catena, La Feltrinelli, La Mondadori, La Giunti, il gruppo Spagnol, tutte librerie che danno, ovvio, grande spazio ai prodotti delle loro case editrici. La Rubbettino  e le altre case editrici devono trovare lo spazio in questa realtà difficile e lo possono fare lavorando nelle mancanze, nei vuoti lasciati da un mercato così strutturato.
La Rubbettino si è distinta e ha coltivato i suoi rapporti con le università calabresi, con la ricerca e la valorizzazione degli autori più interessanti di un territorio così complesso come la Calabria. Nelle varie collane presenti in catalogo ha Calabria Letteraria, legata un tempo alla rivista Calabria Letteraria ora edita da Città del Sole, ed in questa collana confluiscono la maggior parte degli autori locali. Nel marchio principale troviamo invece i Lou Palanca, un collettivo di studiosi, fra cui Nicola Fiorita, Valerio De Nardo, Fabio Cuzzola, Maura Ranieri, che si sono fatti apprezzare con Blocco 52, con Ti ho vista che ridevi ed ora con A schema libero. Ci sono Gioacchino Criaco e Mimmo Gangemi, continua Rubbettino, nel citare autori a me molto cari, sempre letti e seguiti,  e con grande affetto mi ritrovo nelle parole del presidente dell’Uniter che ricorda il papà di Florindo, Rosario Rubbettino, all'inizio della sua avventura quando aveva ancora una tipografia a Soveria Mannelli, nel ricordare con ammirazione  la storia di una casa editrice rimasta nel luogo dove è nata, in un comune a ottocento metri sul livello del mare, un comune montano con difficoltà di collegamenti. Eppure la sfida di restare è riuscita e ora la Rubbettino rappresenta la più grande realtà editoriale della Calabria. Si è parlato  di come ora siamo di fronte ad una rivoluzione epocale, di come il computer e internet stiano trasformando l’approccio alla scrittura e alla lettura, di come sembra sia possibile che a scrivere sia un computer. Un vero ribaltamento in atto. Eppure, nonostante queste trasformazioni, ci sarà sempre bisogno di un libro come amico, come compagno. Un libro vivo, con un suo destino. Nel destino dei vari libri dimenticati e poi riscoperti, rifiutati e poi acclamati, Florindo Rubbettino trova la sorpresa, quella caratteristica umana che non tutto si può prevedere e che rende la nostra vita non una macchina. La lezione di Florindo Rubbettino ha dato diversi spunti per gli interventi e ha lasciato in tutti noi l’amore immutato verso i libri veri
Ippolita Luzzo 

venerdì 2 febbraio 2018

Massimo Iiritano Il dono di Prometeo

Massimo Iiritano, nel presentare ieri sera il libro Il dono di Prometeo ha detto: Questo è un libro che si è fatto da solo, senza che ci fosse un progetto ben preciso.
Nasceva infatti da suggestioni che lui teneva in testa dai tempi del liceo, sulla figura di Prometeo, il titano celebrato da Eschilo nella tragedia "Prometeo incatenato". L'incontro e la collaborazione con Luna Renda, docente e laureata in lettere classiche, ha fornito a lui il testo di Eschilo, ed anche il tesi di Omero, nell'Odissea, tradotti in modo letterale e curati con capillare attenzione.
Sembra di rileggere i versi in modo nuovo e di restarne di nuovo affascinati quando sentiamo Luna Renda leggere e tradurre Eschilo sul dono di Prometeo, quelle cieche speranze, le illusioni, regalate affinché gli uomini ormai affrancati dal freddo e dal buio, grazie al fuoco, potessero mettersi in gioco e costruire il mondo, progettare un vivere civile. Sembra di essere nell'isola di Calipso con Ulisse, mentre Luna legge e traduce "Tutti i giorni", la risposta che Ulisse dà alla ninfa mentre costei cerca di trattenerlo regalando a lui l'immortalità. Ulisse rifiuta in nome di quella umanità. di quella particolarità di essere coscienti del tempo, dello scorrere degli avvenimenti, del cambiamento e del mutamento proprio dell'essenza umana e negata agli Dei.
Una rivisitazione del mito fatta poi sui vari incontri con autori della letteratura e con discussioni filosofiche, il più volte citato Massimo Cacciari, autore di lezioni magistrali su Prometeo, Thomas Eliot e il canto di disperazione di una storia oltraggiata dalla presenza del male, come se gli uomini volessero fuggire dalle illusioni rifugiandosi nel male. 
Sentiamo Prometeo parlare:
(Da Eschilo Prometeo Incantenato)
Anche prima di me 
guardavano, ed era cieco guardare
sentivano suoni, e non
era sentire (..)
era un darsi da fare senza
lume di mente.
Finché io insegnai le aurore e
i tramonti nella volta stellata. 
Fu mia-e a loro bene-
l'idea del calcolo, primizia d'ingegno,
e fu mio il sistema di segni tracciati,
memoria del mondo.    
Nel regalo di Prometeo, oltre al fuoco, in dono la scrittura, in dono la matematica, in dono la capacità narrativa, in dono il canto poetico.  Con essi la nascita della civiltà in Mesopotamia, in Egitto, in Grecia, la filosofia, la politica, le ideologie che verranno definite da Eschilo cieche illusioni. 
 così che il mondo finisce..."da La terra desolata di T.S. Eliot, nella lettura di R.G.Collingwood, nel capitolo VI del Dono di Prometeo ritorniamo al valore del canto poetico come visione, come arte profetica, il compito dell'artista è di parlare chiaro, di confessare.
Confessione pubblica, in quanto profetica, non già profetizzare il futuro, bensì il coraggio di svelare al pubblico le verità inconfessabili. 
Nella difficoltà del vivere il dono di Prometeo è il balsamo con cui lenire e curare una disperazione della ragione: L'arte, la bellezza, la poesia il canto, la narrativa, la scrittura, memoria del mondo
Ippolita Luzzo 

giovedì 1 febbraio 2018

Francesco Polopoli La canzone come attualizzazione del classico

Il testo della canzone di Battiato "Di Passaggio" mi ritorna a cantare in testa dopo la lezione che Francesco Polopoli tiene all'Uniter. 
Il testo inizia con la lettura di questo frammento in greco antico
« Ταὐτὸ τ΄ἔνι ζῶν καὶ
τεθνηκὸς καὶ ἐγρηγορὸς
καὶ καθεῦδον καὶ νέον
καὶ γηραιόν· τάδε γὰρ
μεταπεσόντα ἐκεινά ἐστι
κἀκεῖνα πάλιν [μεταπεσόντα] ταῦτα. »

« È la medesima realtà il vivo
e il morto, il desto e il dormiente,
il giovane e il vecchio:
questi infatti
mutando son quelli,
e quelli di nuovo [mutando] son questi. »
(Eraclito di Efeso, Frammenti, 88)
E intanto passa ignaro
il vero senso della vita
ci cambiano capelli, denti e seni
a noi che siamo solo di passaggio.
e l'epilogo è  un componimento tratto dagli Epigrammi del poeta ellenistico Callimaco

« Εἴπας 'Ἥλιε χαῖρε'
Κλεόμβροτος Ὡμβρακιώτης
ἥλατ΄ἀφ΄ὑψηλοῦ
τείχεος εἰς Ἀίδην,
ἄξιον οὐδὲν ἰδὼν θανάτου
κακόν, ἀλλὰ Πλάτωνος
[ἓν τὸ περὶ ψυχῆς γράμμ΄ἀναλεξάμενος].»

« Dicendo «Addio sole!»
Cleombroto d'Ambracia
da un alto muro
si gettò nell'Ade:
non gli era capitato alcun male
degno di morte; aveva solo letto
uno scritto, quello di Platone sull'anima. »
(Callimaco, Epigrammi, XXIII)

A dir la verità qui è semplice notare il filo che lega il testo di Battiato ai greci, però Francesco ha fatto un curioso studio di ricerca e ha trovato somiglianze e rimandi nelle canzoni più gettonate e dove meno ci aspetteremmo. Ha ricordato "Ma che freddo fa" cantata da Nada al festival di Sanremo nel 1969 "Cos'è la vita senza l'amore 
è solo un albero che foglie non ha più E sorge il vento, un vento freddo come le foglie le speranze butta giù." come un frammento di Mimnerno, con collegamenti che ci diano il senso dell'abbraccio fra il classico, fra la cultura greca e latina e il nostro mondo, e il nostro canto. E d'altronde il canto, voce che rimbalza,  nasce con la poesia, con la lirica, con Omero. La prima forma di narrazione è la nenia, la filastrocca, poi avremo la prosa. Dai carmina triunfalia ai carmina convivialia, i carmina come preces la preghiera, i carmina ritmata, ed il gioco del rap, il gioco del ritmo. da Ennio a Branduardi "Alla fiera dell'est" a Sanremo ancora con "Papaveri e papere" e i ricordi di Ambarabà cicicocò.
Il passato è il nostro DNA sociale, ci sta facendo gustare Francesco, nella felicità della conoscenza.
 Siamo in piena produzione repubblicana dell'antica Roma, nell'Eneide, libro quarto, e cantiamo "Mi ritorni in mente" di Lucio Battisti con Virgilio.
Dal carmen VIII di Catullo a Geordie di De Andrè a Delenda Carthago di Battiato ai sintagmi tacitiani degli Annales, da Odi et amo di Catullo a Malafemmena di Totò, da Roberto Vecchioni a Giovenale, da Giorgio Gaber a Properzio,"ragiona, amico mio, dai tempi di Vespasiano ad ora uguale ai nostri tempi siamo" trascrivo a memoria ciò di cui ricordo, non ho preso che pochissimi appunti dalla lezione rutilante di Francesco, da D'Annunzio nell'Alcyone, alla parole Stirpi, nel duplice significato di radice e stella.
Gustando ogni associazione mentale con i cinque sensi del ritmo, Francesco ci legge i sensi come un verso di Dante: Caddi come corpo morto cade. 
Evviva Francesco Polopoli ed evviva il meme della conoscenza. 
Ippolita Luzzo       


martedì 30 gennaio 2018

Il nulla ha gli occhi azzurri di Caterina Davinio

Elogio della mitezza: "In questa famiglia dei buoni per tutta la vita non si mangiano che rimasugli, e per giunta si fa circolare la voce che una volta ci sia stato un giorno di festa da cui quegli avanzi provengono" Roberto Musil L'uomo senza qualità. 
I fari azzurri della Ferrari tagliano l'oscurità e il primo protagonista è Olein al distributore di benzina e siamo immersi in una tragedia della follia nelle campagne di Kittili. Leggo e rileggo quel grande balzo indietro nel tempo e sono assolutamente presa da una lettura di un romanzo dai toni cupi del male, un male che finirà, mi domando interdetta. Un romanzo ambientato in America, nella provincia americana, un luogo non luogo, come sono diventati anche i nostri paesi e la desolazione mi attanaglia. Il distributore di benzina sembra essere il luogo, un luogo necessario di erogazione liquido per correre nel nulla. Pervade il nulla nella folle corsa dei protagonista, il terribile vivere senza più riconoscerci, riconoscere i luoghi, gli affetti. I personaggi incarnano le distopie del momento, Dorian Ray, l'ermafrodito bellissimo  con gli occhi azzurri, il fascino del male, il male contrapposto al bene. Un libro per amanti del genere fantasty ma non troppo, una second life in cui lasciarsi andare. Francesco Muzzioli ha firmato una post fazione esauriente che mi trova d'accordo e il romanzo poi ha per me il pregio di avermi fatto conoscere una autrice raffinatissima, una protagonista della scena, artista multimediale, una pioniera della poesia digitale. Tutti abbiamo amato Caterina Davinio, leggo da Dante Maffia che ho conosciuto qui a Lamezia poco tempo fa. Eppure io conosco solo ora un mondo rutilante ed effervescente che raggiunge la mia casa, altrettanta isolata, tramite la finestra di un blog. Il centro sociale dove Bernard lavora sembra la città in cui vivo e così si intreccia il bene e il male, il nulla e il troppo di Valentin Skodras, nella emarginazione che ci appartiene
Ippolita Luzzo     

Caterina Davinio da Wikipedia:Scrittrice e artista multimediale, dall'inizio degli anni novanta ha creato opere sperimentali tra scrittura, arti visive e nuovi media, usando il video, il computer, Internet, la fotografia digitale. Negli anni ottanta ha utilizzato anche tecniche tradizionali, come la pittura, partecipando a mostre personali e collettive. Nel 1997 ha esposto computer poetry in VeneziaPoesia, mostra a cura di Nanni Balestrini nella 47ª Biennale di Venezia. Nel 1999 ha partecipato come poeta e videoartista al "Progetto Oreste" nel Padiglione Italia della 48ª Biennale di Venezia, dove ha curato anche una rassegna di videopoesia.

Dal 1992 ha organizzato e curato una serie di rassegne video e di computer art in varie città italiane, in spazi istituzionali e alternativi, con la partecipazione di numerosi artisti internazionali, contribuendo a creare un ponte tra la poesia sperimentale e il circuito delle arti elettroniche; tra queste: Electronìe d'arte e altre scritture (1994-95), Videometropoli (1995), Poevisioni elettroniche (1996, 1997, 1998), Parole virtuali (1999), Techno-Poetry (2001), e altre Nel 1997 ha contribuito a netOper@ di Sergio Maltagliati, primo lavoro italiano interattivo e collaborativo attraverso Internet. Nel 2009 ha realizzato nella 53ª Biennale di Venezia l'installazione virtuale su Second Life The First Poetry Space Shuttle Landing on Second Life

Nel 2014 ha partecipato, con l'installazione di net-poetry Big Splash, al festival internazionale di letteratura elettronica OLE.01, inclusa nella sezione storica dei maestri nella Sala Dorica di Palazzo Reale a Napoli

domenica 28 gennaio 2018

'Ella & John (The Leisure Seeker) di Paolo Virzì

Da Boston alla casa di Hemingway, il viaggio di ribellione di una coppia che si ama tanto. La moglie decide per entrambi.
Lui è un professore di letteratura che ricorda il nome delle sue alunne, nonostante la malattia dell' Alzheimer abbia leso molti ricordi personali, un professore che ci recita un pezzo de "Il vecchio e il mare", del suo autore preferito, Hemingway e dice: La sua era prosa che si faceva poesia. In attesa di sognare i leoni che Hemingway offriva al Santiago oggi ho visto 'Ella & John (The Leisure Seeker)', il film di Paolo Virzì, con due premi Oscar come protagonisti: Helen Mirren e Donald Sutherland. 'Ella & John' è l'adattamento cinematografico del romanzo 'The Leisure Seeker', scritto dallo statunitense Michael Zadoorian e pubblicato nel 2009.
Un camper come scommessa, una moglie lucida, anch'essa minata da una malattia nel corpo, scappano al destino loro offerto dai figli, una casa di riposo, una struttura sanitaria, scappano e fanno una vacanza, l'ultima vacanza. Ci piace pensarli così ora gli anziani, recettivi e propositivi, in fuga dalle case di riposo dove saranno parcheggiati da un modello di vita che ha isolato la vecchiaia. Nell'interpretare dunque uno stato d'animo assolutorio del modello capitalistico ecco nuovi modi di fare nel mondo anziano.
La fuga bella.
Il film, gradevolissimo e poi tenero, ci propone una bella immagine di una volontà indomita, di una coppia innamorata e unita che attraversa in camper perfettamente attrezzato e senza grandi difficoltà l'America, verso Sud,  per giungere nella casa dello scrittore, casa anch'essa diventata un parco giochi, come ogni luogo del ricordo, oramai.
I nostri vecchi non sono così, la vecchiaia orrenda non viene sfiorata, qui c'è una storia bella di amore, una storia bella di grande amicizia, una storia bella in cui la vita bella mi ricorda gli inizi di Virzì, quel desiderio di Ovosodo, uno dei primi film di Virzì, in cui, lui,  elegiaco terminava con la bella coppia creata dal protagonista.
La coppia, dunque, come panacea contro la mercificazione dei sentimenti, la coppia come forza per affrontare anche la terribile vecchiaia. Nel film ho molto ridacchiato, triste e contenta, nel riconoscere temi e argomenti che mi stanno a cuore, felice e triste di vedere che la ragazza delle ordinazioni avesse fatto la tesi su Hemingway, felice e triste di vedere intorno ad una coppia, strutturata e radicata su conoscenze e territori, i tanti sradicati, i benzinai siriani, i campeggiatori, i desolati ospiti delle case di riposo e i loro infermieri. Tutto sarebbe stato tristissimo senza la luce che emanava dai due interpreti principali e dal loro splendido essere oltre le miserie umane.Oltre la miseria la forza della conoscenza, del piacere letterario dell'immaginazione. Lungo La Route 1 sulla East Coast degli States che termina a Key West, da Boston a Hemingway
Ippolita Luzzo        

venerdì 26 gennaio 2018

Amori regalati Olimpio Talarico


La recensione di Amori regalati direttamente dalla rivista Cabaret Bisanzio sul blog del regno stamattina, dopo la bellissima telefonata con una carissima amica, Maria Ierardi, Dirigente Scolastica a Cotronei, che presenterà agli alunni questo libro insieme all'autore. La mia presenza con Olimpio Talarico e Maria Ierardi. Le Coincidenze non sono a caso.   

"Siamo monchi nello stupore che non riusciamo ad avvertire. Nelle sorprese che non abbiamo avuto. Nelle cose e nelle persone che non abbiamo incontrato. Pur restando insieme abbiamo permesso che molte nostre emozioni vivessero all'ombra , che molte assenze fossero coltivate in silenzio… ognuno geloso delle proprie mancanze. Proprio come se la vita si sviluppasse nell'ombra" Cosa sappiamo noi di un altro? Di un amico fraterno, di un conoscente, di un vicino? Mi viene da chiedere spesso e nello stesso tempo mi interrogo su cosa io sappia di me stessa, di ciò che io sia diventata per me, un personaggio, a mia volta, di un libro, forse.

"Mi chiamo Martino Aiello e come tutti quelli della mia famiglia sono nato a Fondo Margherita, proprio al confine fra Crotone e il comune di Strongoli, nel mese di luglio del 1919, in un immenso palazzo prima del mare: una grande nave arenata sulla spiaggia orientale delle coste calabresi… all'età di nove anni lasciai il mare. Mio padre era stato nominato segretario comunale in un paesino sperduto fra le montagne. Caccuri, in quegli anni, subito dopo l’avvento  del fascismo, era un quadro dipinto su un cartone povero: pochi colori, molto bianco da pitturare, tanto nero da cancellare.  Quattro case appoggiate sulle roccia… Una piazza stretta… Ai piedi del paese un ruscello"  Sento tutti i bravi narratori del novecento venirmi incontro in queste pagine di Olimpio Talarico, vorrei trascrivere tutte le frasi, per intero, però credo bastino poche immagine per sentire subito il fascino della lettura.

Caccuri, il paese raccontato come un amico in questo libro di Olimpio Talarico sull'amicizia, De amicitia di Cicerone, l’amicizia di Aristotele, dall'etica Nicomachea, l’amicizia di Sant'Agostino nelle Confessioni.  L’amicizia nata a scuola, fra i banchi e poi vissuta fra sparizioni e riapparizioni  fino alla fine, fino al volersi ancora insieme anche in un improbabile incontro in un luogo che non conosceremo.  Un’amicizia che attraversa un secolo di dittature e guerre, di crimini e cose taciute, allargando lo spazio e facendo da inquadratura sempre più ampia sulle vicende man mano raccontate.
Da Caccuri in Germania, in Argentina, come in un film, quando vediamo la cinepresa iniziare da un piccolo punto e allargare man mano lo sguardo su una storia universale.

Uno stile narrativo limpido, seducente, rigoroso sui fatti accaduti nella realtà, fa vivere i personaggi nella loro verità e ce li regala come veri verissimi, nei loro incontri per la vita. 
 "Il cielo si era incupito e Berlino in penombra mostrava tutti i segni della stanchezza, quando in fondo al marciapiede, dietro un carrarmato in avaria, vidi arrivare verso di noi, e fermarsi a parlare con Giovanni, una giovane con un vestito leggero, azzurro, i capelli sciolti e una sciarpa al collo… Aveva l’aria di una ballerina e di un’attrice di tragedia greca"
Mi fermo qui, a malincuore, presa dalla malia di trascriverlo tutto questo libro.
"Amori regalati"  A Luigi, nella dedica iniziale, a tutti noi, nella dedica finale, nel momento in cui siamo arrivati insieme nel centro del mondo, il nostro mondo fatto di affetti e ricordi.
Un libro amico e vivente guarda noi mentre noi guardiamo gli occhi e il sorriso dei tre ragazzini oltre la carta della copertina e leggiamo e rileggiamo il romanzo dello stupore.
Ippolita Luzzo 

martedì 23 gennaio 2018

A schema libero del collettivo Lou Palanca

Nicola Fiorita, uno dei componenti del collettivo Lou Palanca, sarà il 25 Gennaio a Lamezia Terme per presentare il libro A schema libero, edito Rubbettino. Il libro è un docufiction, calato nella realtà di Reggio Calabria dagli anni settanta al 2012 . Per narrare fatti veri successi si costruiscono dei personaggi forse poco plausibili, però necessari al racconto. Uno è la figura dell'enigmista: L’uomo che risolve il cruciverba a schema libero era arrivato a Reggio Calabria dalla Polizia di Stato ai Servizi durante i moti di Reggio di quaranta anni fa. Margherita, giovane giornalista free-lance da Roma decide di tornare a Reggio Calabria. Ha appena letto del suicidio Fallara. Il neofascista, colui che ci racconta dal di dentro come la rivolta di Reggio Calabria per avere il capoluogo di regione si sia saldata con un disegno eversivo della destra, e Vincenzo Dattilo"Vincenzo Dattilo, un professore “mezzo matto”, che si occupa di storia locale, come il caso dei cinque ragazzi anarchici di ReggioA schema libero.
Dall'intervista con Giuditta Casale, blogger, Nicola Fiorita dice"Questa storia è la storia degli ultimi quarantasette anni della Calabria. Un lungo periodo di tempo fatto di trame, segreti, alleanze torbide, misteri, intrecci tra neofascismo, servizi deviati e criminalità organizzata che hanno trasformato la ndrangheta in una delle più potenti organizzazioni criminali del mondo, che hanno costruito la fortuna di una nuova classe sociale (la borghesia mafiosa) e che hanno incatenato la Calabria ad un destino più rosso sangue che grigio"
I moti di Reggio Calabria:18 luglio 1970 dal diario dell'enigmista"Dal giorno dopo gli scontri alla stazione fu davvero guerra aperta. Presidiavamo il centro. Bloccavamo gli accessi. Da tutte le parti venivano contro gruppi di manifestanti , mentre nei rioni popolari le barricate.I ferrovieri aderirono allo sciopero. Non circolava più un treno. C'era una rivolta di popolo. Il corpo martoriato di Bruno Labate fu trovato poco prima della mezzanotte di mercoledì in via Lagoteta. Un ferroviere iscritto alla Cgil, picchiato duramente. Il primo morto di una rivolta virata a destra era un militante della sinistra"
Sabato 26 settembre 1970 l’incidente in cui perdono la vita cinque anarchici che da Reggio Calabria stanno andando a Roma per portare documenti scottanti sulla strage del treno di Gioia Tauro. 
I documenti non furono mai ritrovati e loro morirono sull'autostrada del Sole. A schema libero
Mercoledì 15 dicembre 2010 a Reggio Calabria una donna, Orsola Fallara, dirigente del settore Finanze e Tributi del comune di Reggio Calabria, ha appena convocato una conferenza stampa per denunciare ciò che sapeva, ha ancora documenti scottanti da portare in procura ma le ruberanno il telefonino, le forzeranno l’auto, la troveranno moribonda per ingestione di acido muriatico. A schema libero 
Nello schema libero troviamo le parole per definire ma poi la comprensione resta sempre a chi legge gli avvenimenti e sa legare le cause con i fatti, i legami terribili che avvennero fra criminalità e politica, fra assalto alle istituzioni e uso privato di cosa pubblica, assalto allo Stato. Sottostare con definizione assoggettarsi. Tutti ci assoggettiamo e la Calabria, e Reggio Calabria ha  forse interpretato nel modo più cruento delle altre province calabre questo verbo. Si è assoggettata alla 'ndrangheta, alla criminalità, consegnando la città, già negli anni settanta, ad oscuri e terribili disegni. Paolo Romeo, l'anima nera di Reggio Calabria, procurò a Franco Freda il passaporto falso per fuggire in Costarica e poi divenne senatore del partito socialdemocratico. "Ne vedrete di picchiatori fascisti fare gli assessori comunali e regionali, ne vedrete magari molto più scomposti di me" la profezia del neofascista si avvera tristemente e nel 1989 il 13 novembre una cosca, una loggia, un'organizzazione politica estremista, si accordano. Ad Agosto l'omicidio Ligato, presidente delle ferrovie dello Stato. Che fine ha fatto quella presidenza?  
Nel libro sono presenti stralci del processo a Piazza Fontana, e nella palestra del carcere minorile di Catanzaro arriveranno nel marzo del 1974 Freda, Ventura... trame nere. Freda ospitato e nascosto a Reggio Calabria.
Scrivendo mi sento male, mi distrugge questa storia terribile di violenze e di accaparramenti, di una tristezza senza pari, vedere che la politica fu conquistata da criminalità assoluta al di là del bene e soprattutto nel male. Dopo la lettura del libro mi sono andata a leggere un libro di Fabio Cuzzola, professore di Reggio Calabria, uno dei fondatori dei Lou Palanca. Dice Nicola Fiorita sempre nell'intervista a Giuditta Casale "Fabio è stato fondamentale per tutto quello che abbiamo pensato, scritto e detto. Se possibile, lo è stato ancor di più in questo libro che si apre con il richiamo alla vicenda dei cinque anarchici del sud – che lui raccontò prima che ci incontrassimo – e che si chiude con le parole di un personaggio che lui ha creato." 
Nicola saprà trovare per noi le parole per creare uno schema libero diverso, con le parole legalità e rispetto, in cui crediamo, nonostante tutto. 
Ippolita Luzzo   

venerdì 19 gennaio 2018

Fondamenta Casa Sirio: Cinque domande ad Angelo Calvisi

Si chiama Fondamenta il progetto di Casa Sirio di bloccare fino a fine marzo tutte le nuove uscite per dare risalto ai libri già pubblicati alla nascita della casa editrice, e ognuno di loro avrà una settimana dedicata, piena di interviste, recensioni e eventi. Fondamenta Casa Sirio ripropone in formato mignon e in prezzo economico i suoi libri. Comincia con Adieu Mon Coeur di Angelo Calvisi, libro da me amatissimo.Qui la mia intervista ad Angelo Calvisi
Cinque domande ad Angelo Calvisi 
1)Il primo momento in cui hai deciso di aggiungere il mio contatto fu quello del suggerimento di Facebook: “Ti potrebbe interessare” e mi hai chiesto amicizia. Alla luce dei fatti successi pensi sia utile alcune volte seguire le indicazioni del social?
Nel caso del contatto con la Regina del Litweb certo che sì! In altri casi non saprei. Mi è capitato di chiedere l’amicizia a un mio ex compagno di scuola che adesso vende pozioni dimagranti. Mi ha tampinato per mesi e mesi per ammannirmi delle confezioni famiglia di prodotti dalle proprietà a suo dire miracolose. Ora, non che non ne abbia bisogno, però se ti dico di no è no. La storia è andata avanti finché non ho bloccato il suo profilo FB e a volte ho paura che possa aspettarmi sotto casa con i suoi flaconcini. Insomma, come per ogni cosa anche i social sono una questione di misura e forse di fortuna. 
2)Adieu mon coeur è il titolo del romanzo scritto da te nel 2016 e vincitore del concorso “Quel libro nel cassetto” organizzato dalla Fondazione Nicola Liotta, Quale ricaduta sulla stima verso i lettori, e verso i premi, si ha vincendo per la prima volta?
Al di là del premio, per i lettori, pochi o tanti che siano, che scelgono i miei libretti io provo sempre un vero sentimento di gratitudine. Nel caso del concorso che hai citato, oltre alla grande soddisfazione, c’è un surplus di emozione (è la parola giusta: emozione) nel constatare che la lettura fatta dai giurati è andata a scavare aspetti e dettagli sui quali potevo anche aver puntato, ma la cui evidenza resta sempre un’incognita che deve passare al vaglio di chi si addentra tra le pagine.
3)Adieu mon coeur è anche il testo di una canzone, di Luca Liguori. Leggo sulla tua biografia i mestieri più diversi, legati comunque sempre alla musica, al teatro, al giornalismo, al sociale. Avrai forse cantato la canzone che è la musica della copertina del tuo libro, anche nel libro c’è molto ritmo, si sente che la musica è in te già dai tempi di Red Ronnie ed hai pensato di far diventare il tuo libro un musical?
Eh, un musical no, confesso che non mi sono spinto tanto in là! Però c’è un mio amico, un filmmaker genovese che si chiama Paolo Pisoni e con il quale ho già collaborato, che vorrebbe provarne a trarne una sceneggiatura. Vedremo. Quanto al ritmo, be’, ti ringrazio della notazione. Per me, in effetti, l’arte, tutta l’arte, è prevalentemente una questione di ritmo, anche la pittura, per dire, anche l’architettura! Detto ciò, la musica mi piace. Suono malissimo (senza falsa modestia: suono proprio male) le percussioni e la chitarra… E poi ho lavorato molti anni nel commercio di CD, acquisto le riviste specializzate, compro tanti dischi e vado ai concerti… Ultimamente ho assistito al concerto di Micah P. Hinson, che consiglio a tutti di ascoltare, e il prossimo appuntamento è con il gruppo texano dei Balmorhea, che approderà a Genova tra qualche settimana. Evviva la musica!
4)Nonostante le difficoltà che avrai incontrato nella pubblicazione e diffusione del libro, non credi di dare sempre maggior merito, come sempre ripeto io, a Case editrici piccole che si fanno spazio con qualità e proposte? Resta certo la difficoltà di giungere nei megastore e nella diffusione di massa, ma io non credo che sia ciò che tu voglia. Fra la massa e l’individualità noi sceglieremmo sempre l’individuo, vero?
Ma sai, difficoltà della pubblicazione del libro mica tante. Casasirio e io, con la mediazione di Mara Bevilacqua, all’epoca agente letterario e oggi editrice in proprio con Armillaria, ci siamo incontrati pochi mesi dopo la fine della stesura. È stato un incontro fortunato. Le giovanotte e i giovanotti di Casasirio lavorano con grande attenzione, i loro suggerimenti di editing hanno migliorato notevolmente il mio lavoro (che era peraltro quasi perfetto, intendiamoci!) e la cura che mettono nel fare libri non ha secondo me niente, ma proprio niente da invidiare ai cosiddetti grandi editori. E bravi come i casasiriani ce ne sono anche altri, quindi sono d’accordo con te nel dire che non è infrequente che il libro pubblicato da un piccolo editore sia migliore di un altro che magari è in classifica e si può acquistare in tutti gli… autogrill! E a proposito di diffusione… Cosa posso dire? Un ruolo decisivo è il vostro. Voi che recensite, animate, diffondete. Il lettore di romanzi è un po’ come l’ascoltatore di musica contemporanea. Se è appassionato e legge una recensione ben fatta si incuriosisce e il libro (o il disco) va a procurarselo fuori dai canali della massificazione. Davvero, passa tutto attraverso di voi, quindi sta’ attenta a quello che dirai di me!
5)Adieu mon coeur è il racconto di un amore adolescenziale, nato ancor prima, nell'infanzia e che è presente spesso in ogni fase della vita, con ritorni. Sempre per quella grande bellezza dei rapporti affettivi ultimamente troppo spesso negati, io ho sempre pensato che fosse un libro utile da leggere per i ragazzi, affinché vedano come sia in realtà il sentimento. Io l’ho intesa così ed è per questo che lo amo e lo consiglio nel regno della Litweb. Cosa aggiungeresti ora all'alba del 2018 nei saluti finali?
Che sarebbe un sogno arrivare ai giovani, magari addirittura nelle scuole! Quanto al resto, lasciami abbracciare i tuoi lettori e anche i miei. Passate tutti un anno sereno, gioioso, divertente. E ricordatevi di me il prossimo autunno, perché sarà quello il periodo in cui comparirà sugli scaffali delle librerie il mio nuovo romanzo!
Ippolita Luzzo

mercoledì 17 gennaio 2018

Ovunque è un altrove di Francesco Idotta

La Bottega dell'Inutile, la collana della Casa editrice Città del Sole, pubblica questi racconti e meditazioni, reportage di viaggi, scritti da Francesco Idotta, insegnante di filosofia e storia nel Liceo Scientifico di Sant'Eufemia d'Aspromonte e Phd in filosofia presso l'Università Statale di Madrid.
Verso Sud ogni viaggio è un pellegrinaggio.
Mi conquista la lettura citando un mio caro libro amico "Elogio della fuga" di Laborit, un libro amatissimo, e già tentiamo con lui, con Laborit, ad inseguire la libertà, fuori dagli automatismi socio culturali che ci impongono modelli falsi di concepire il mondo.
Camminiamo, ci esorta Francesco Idotta, camminiamo, come viaggio interiore, ascoltando il nostro tempo, dilatandolo."Un giorno, forse, i continui scambi di corsia, le gallerie buie e inquinate, l'asfalto viscido e le buche, i viadotti altissimi e vibranti saranno solo un ricordo, ma intanto noi avremo trascorso ogni giorno, per anni, se saremo fortunati, una lunga fetta della nostra vita tra questi dedali mefitici, i quali, nostro malgrado, ci avranno segnato l'inconscio" Seguiamo Francesco per i megaliti di Santa Caterina, ricoperti di fossili, sentiamo il profumo dei sorbi, passiamo dal "Pirtusu ru rumitu", l'antro dell'eremita, squartato vivo dai saraceni, e camminando sull'Aspromonte oltre ogni speranza "Tutto giunge lieto, come se stesse lì ad aspettare il nostro cammino disorientato." Mi sembra di leggere, fra le righe, un altro libro molto amato, quello di Pietro Criaco, "Via dall'Aspromonte" su quella via, desiderata e costruita dagli abitanti di Africo e poi impedita dalle autorità, per unire il paese al mare, per quel cammino possibile che Idotta chiede. Camminare in libertà. Nel cammino di Idotta troviamo Santiago di Compostela e Madrid, la Provenza, la Sicilia, e quella gita con gli alunni in Toscana, e poi in Veneto, di corsa come bersaglieri. Per tanti di noi che amiamo il viaggio come luogo dell'anima, il modo di organizzare gite, spostamenti veloci e senza anima, risulta fastidioso e inutile, gli alunni vengono solo divagati, ne siamo consapevoli e ne percepiamo l'occasione persa. Sono così, però, tanti viaggi di gruppo, organizzati con tempi da rispettare e senza un vero interesse alla riflessione, al viaggio sul carro della filosofia. Ed ora andiamo ad Elea Velia, da Parmenide, "Parmenide continua a parlare e a indurre il viaggiatore a cercare, senza tregua, la strada del suo andare, momento dopo momento" Viaggiando con Francesco Idotta arriviamo nella storia, nel Mediterraneo solcato da scafisti con carichi umani da abbandonare, nell'essere movimento di particelle, con Democrito, nel desiderio di una rotta, dovunque essa ci possa portare. E ricordo quel bel passo di Laborit"Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l'andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all'orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l'illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si  chiama desiderio" Camminiamo per desiderio di una rotta.
Con Francesco Idotta il pensiero di desiderare l'impossibile. 
Ippolita Luzzo  

sabato 13 gennaio 2018

Fabio Strinati Periodo di Transizione PERIOADĂ DE TRANZIȚIE

Il rifugio di Fabio Strinati:La salute mia è un ramo d’albero appeso al vento di dicembre "Trova rifugio negli elementi della natura Strinati e nel fiorire di primavera prende atto della preziosità dell’esistere, di essere parte del cosmo. Rimane comunque un’oscillazione costante dove prevale il dubbio, l’imperfezione, ma questo fa parte di una personalità sensibile che chiede risposte, che aspetta di comprendere il senso del suo andare per le strade della vita, insieme ad una fedele compagna: la Poesia."
Michela Zanarella Padova – Roma, maggio 2017 Periodo di transizione tradotto in lingua rumena da Daniel Dragomirescu  
La salute mia è un ramo d'albero 
Imparo a memoria questo verso e continuo a leggere amandone altre che vi riporto, in realtà amandole tutte. 
 "La salute mia è un ramo d’albero appeso al vento di dicembre"
Abbandonato
Non solo mi chino su questa terra di fango marrone
e mi piego scacciando le ferrose catene
in un nevrotico abbandono,
che la sorte ormai guastata
nella sua biada di morte camuffata, travestita
da una sagoma di vita slavata e lunatica,
mi rende uno specchio d’inverno opaco,
e steso nel vuoto nell’incertezza
siderale che tanto mi somiglia,
ecco che mi spengo
in uno stordimento contrariato. 

Un lungo addio
Un lungo addio è
oltre le montagne figlie della vecchiaia e del tempo,
consumato dal suo stesso addio,
con gli occhi dell’anima,
dentro il cerchio immobile di un lago colorato di grigio,
disegnato dentro,
che già si dona esanime
alle troppe sofferenze che soffiano nel vento
tra le anime tremolanti, in un profondo
infinitamente finito! 

Interrogativo
Quando ho paura del domani, mi aggrappo
alle tante foto appese al muro nella mia stanza:
tengo stretto il mio cuscino,
come l’amore è quell'equilibrio che tutto
scompone e ricompone,
come una foto di famiglia che raggruppa

l’unica foto di un istante, di un’eternità infinita.

Oblio
È un buco nero che mi trapassa mi travolge
nel punto del quaderno
e giova al fiore colto e còlto
in esubero su quel pezzetto di terra, a forma di carta.
È un buco: che sposta e fermo,
l’aria nel suo imbuto scuro,
nel suo tubo ch’è mattonella e catrame

nel suo perdutamente ignoto.

Lo impareremo a memoria  


Fabio Strinati (1983, San Severino Marche,
Italia). Poeta, scrittore, aforista, pianista e
compositore. Anno del debutto letterario: 2014
con “Il Foglio Letterario”. Libri pubblicati:
Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è
il ritmo (2014), Un’allodola ai bordi del pozzo
(2015). Nel novembre del 2016 esce il suo
terzo libro, Dal proprio nido alla vita. Un
poemetto ispirato a un romanzo di Gordiano Lupi, Miracolo a
Piombino. Fabio Strinati è presente anche in diverse riviste ed
antologie letterarie. Premi: 1° classificato al Premio Nazionale
“Sorella Africa”. 1° classificato al 23° Concorso artistico
Internazionale “Amico Rom” etc. Pubblicato in OLC: 2, 3/2017.

Libri in “Bibliotheca Universalis”: Periodo di transizione (2017). 

venerdì 12 gennaio 2018

Il Sabotatore di Giorgio Cavagnaro

Nel raccontare fiabesco il viaggio di una vita a capitoli: Qui si racconta di quando il mondo sembrava intero... dai racconti picareschi dove ogni capitolo iniziava così
"Ogni romanzo, a meno che non scelga la finzione del genere, è un monumento, un cenotafio, una sala di rianimazione della propria adolescenza, dell’essere stati ragazzi, il tempo nel quale, come spiega Flaubert, da medico mancato, ogni cosa era, sì, straziante, ma ancora intera, come il primo giorno della creazione della nostra esperienza, quindi del mondo stesso.” Fulvio Abbate parla del Sabotatore di Giorgio Cavagnaro
Il sabotatore di Giorgio Cavagnaro resta appiccicato sopra ogni familiare io ora incontri e ognuno di loro è uno dei fratelli.
Emilio è il figlio che arriva tardi in una famiglia già composta da cinque figli adulti, arriva e diventa quello più uno.
 Non fa gruppo, troppo piccolo, e lo ritroviamo adulto e fuggitivo.    A Emilio viene una idea bislacca. E la mette anche in pratica. Pensiero numero 1. Sulla Cassia a fare l’autostop. O verso la Tiberina. Andiamo a casa con Novalis
"Ci sono cose che si capiscono subito, altre che si scoprono dopo un po’. Alcune si svelano dopo anni e anni di convinzioni opposte, come succede in politica. Lotti per una vita in nome di un sacro ideale e in tre minuti capisci che ingenuo sei stato. Altre ancora non si capiranno proprio mai, e pazienza. Sarà per la prossima volta." Come nella famiglia Garboli anche io non ricordo, come Emilio, una occasione, fuori dal tempio familiare, in cui erano presenti entrambi i genitori. Per quanto potesse essere assurdo i due coniugi anche a messa andavano in due chiese diverse. Nelle famiglie una volta esistevano i ruoli.  Ci racconta Emilio questa famiglia degli anni sessanta, tutti a tavola, le due sorelle, la Strega e la Migliore, i tre fratelli, il Serio, il Ciccione, il Dissoluto. Ora i personaggi stanno tutti qui, sorpresi nei loro ruoli codificati, intorno al tavolo dei genitori dove si riuniscono due o tre volte all'anno.
Un romanzo godibile che io ho già letto due volte, fermandomi a gustare le canzoni, le unicità dei momenti, il piacere delle somiglianze, la storia che passa sulle individualità rendendo più difficile il riconoscimento anche agli stessi protagonisti. Dove torniamo? Si domandava Novalis e noi con lui rispondiamo: Sempre a casa. La Letteratura ci rimane, avendo ormai perso la casa. 
Ippolita Luzzo  

giovedì 11 gennaio 2018

Storia dei miei fantasmi di Francesco Borrasso

2018 l'anno dei racconti e Storia dei miei fantasmi di Francesco Borrasso sta fra i bei racconti pubblicati alla fine del 2017:
"Credere in qualcosa vuol dire non mollare, e questa cosa l’ho
capita con gli anni che passavano; ho sempre creduto fermamente
nella scrittura, senza arrendermi, senza resa dopo le porte in
faccia, i lividi emotivi, dopo le batoste emozionali. Ho smesso
di credere a mio padre quando ho visto il suo corpo dentro una
bara; ho smesso di credere che sarei potuto diventare un calciatore,
quando vidi ragazzi molto più bravi di me, restare fermi nelle
piccole squadre di periferia. Ho smesso di credere in qualche
rapporto, quando mi accorgevo che quella vicinanza di corpi mi
dava fastidio, disinteresse.
Gli anni che passavano mi hanno fatto diventare un mago
stanco, che non aveva nessun interesse nel credere ancora alla
magia; e puoi ben capire, cara piccola mia, che un mago che non
crede nella magia è un ossimoro, un errore del sistema. Ho sempre
posseduto le qualità per fare i giochi di prestigio, ma erano
informazioni disarticolate che il mio corpo percepiva in modo
inadeguato. Tu sei stata la bambina che mi ha fatto credere nei
miracoli." Prima che io parli è uno dei racconti più lunghi. Già i titoli, che vi metto secondo l'indice, raccontano la storia. Poi come è scritto in prima pagina:“I libri sono ponti ostinati: uniscono, creano legami.”
Il bambino alfanumerico
Un posto nascosto
Storia dei miei fantasmi
Lascio la porta aperta
Parlami di te
Cosa siamo diventati
Una cattiva notizia
Uomo da niente
Qualcosa di perfetto
Piccola intervista nell’ultima ora di vita
Il posto minore
Quella te
Le aritmie del ricordo
Non esiste separazione

venerdì 5 gennaio 2018

Odi Quindici declinazioni di un sentimento

Odi Quindici declinazioni di un sentimento a cura di Gabriele Merlini
antologia di racconti di autori nati negli anni ottanta-novanta. 
"Miscelare e contaminare.Rivolgersi alle voci nuove per tentare di – sosterrebbero quelli bravi –tracciare al meglio ‘il contemporaneo’ nelle proprie molteplici sfumature.Cosa ci circonda e ci aspetta. Ecco quale è stata la pensata. Un tempo di contrapposizioni e distanze – riprendendo la linee guida di questa antologia – declinabile in vari modi" così scrive Gabriele Merlini presentando il testo. Il filo conduttore sono stati gli odi, il variare del sentimento, nelle logiche diverse di ognuno degli autori. Leggo con grande interesse questi racconti e da subito riconosco in loro la bravura di creare il terrore, lo scompiglio emotivo. Soprattutto il primo racconto di Sergio Oricci, Un bel posto per fare l'amore, nella violenza della carezza sulla testa, come si fa ad un cane, nella derisione verso spiriti semplici e poco abilitati alla difesa, racchiude la perversione del giocare con gli altri come se fossero oggetti, giocattoli appunto, con i quali ripetere il gioco dei tre porcellini, e lo spavento della vittima diventa il divertimento del protagonista. Un racconto scritto con ritmo e bravura, come tutti gli altri, però in questo mi sembra vi sia un genere di odio ancora più nascosto, l'odio che porta a divertirsi col terrore e l'umiliazione che si può infliggere ad un altro inconsapevole e indifeso.
 L'odio come contrapposizione. Odi ha un titolo che potrebbe far pensare alle Odi di Ovidio oppure al "tu odi". Odio sarebbe apparso troppo diretto ed avrebbe escluso altro grande significato: Odi? Ascolti. Ascoltiamo l'odio.
Forse sarà che l'odio più conosciuto è quello nei rapporti interpersonali, dove proprio dovrebbe esserci la fiducia, fra i coniugi del racconto di Benedetta Bendinelli, Vita da cane, oppure In Disintegrazione di Andrea Zandomenghi. Famiglie malate, come tante. Nel raccontare "Mio padre mi odiava soprattutto perché sono un cefalgico cronico, condizione abbastanza inabilitante ma invisibile: la esperisce solo chi ce l’ha, ogni possibile riscontro obiettivo è vano. Il mal di testa, inoltre, è la scusa per antonomasia. Lui non lo sopportava, gli faceva ribollire il sangue, si vergognava della mia cefalea con la gente del paese" Andrea sceglie un protagonista buono, sono spesso i buoni a subire le angherie dei cattivi, nel narrare tradizionale e modernissimo del nostro vivere quotidiano. Federico di Vita mi regala un modo di lettura dantesca:"Odi", l'antologia che raggiunge l'amore per un percorso accidentato, in questo simile alla Divina Commedia, con i versi di Dante Alighieri "a te convien tenere altro viaggio" per guadagnare il "dilettoso monte", l'apparizione di Virgilio nel canto primo dell'inferno, il viaggio attraverso le miserie umane per giungere al monte: Il Paradiso. Continuo a leggere questi racconti, una antologia frutto di semi e foreste, ci dice Vanni Santoni nella postfazione. Da sempre lui invita gli scrittori esordienti a farsi conoscere sulle riviste, a coltivare relazioni e letture, convinto del valore della semina. Credo sia vero, un ambiente ci vuole per far nascere un fiore. Lo sentii dire anche a proposito di Michelangelo e di tutti i bravissimi che non possono creare se intorno hanno un deserto.   
Gabriele Merlini intervistato da Federico De Vita esplicita altro grande compito dei libri e in special modo di queste antologie attente sulla scrittura di giovani bravissimi. Il libro come relazione e conoscenza al di là degli ambiti regionali, ed è così che giunge nel regno della Litweb da amico. 
A presto la seconda parte
Ippolita Luzzo       

mercoledì 3 gennaio 2018

Il cielo di Olimpio

L'arcobaleno di Amori regalati
"Le cose importanti della vita ti passano sotto gli occhi e in quel momento tu non usi solo la vista ma tutti i sensi. Quel pezzo di carta mi parla, è pesante, ha consistenza. Ha i colori dell'arcobaleno, benché la foto sia in bianco e nero."
Mi innamoro in questo modo di un libro, del libro Amori regalati di Olimpio Talarico, imparo a memoria e ricopio alcuni passaggi, felice di iniziare il 2018 proprio con Amori regalati.
Ho già scritto per CabaretBisanzio una lettura del libro, questa è un'altra e poi un'altra ancora.
Qui parlerò del cielo di Olimpio, con le nuvole, il vento, i colori. 
"Così Marta e Davide entrarono in me come entrano gli spifferi della tramontana da una finestra malandata, tenaci, sussurrati, avanzi superstiti di un temporale inaspettato." Ogni momento importante è dipinto con i colori del cielo, ogni similitudine si avvicina al cielo, al suo splendore, la brezza, le nuvole, la luce.
"Buenos Aires, inverno 1996 Sole negli occhi e fra i capelli ventate leggere. Una timida brezza, fregandosene della mia apprensione, continua a portare appresso odori e timbri antichi... Riprendo mentre nuvole bianche si braccano nel cielo azzurrognolo." 
Il protagonista ormai adulto, anziano, cammina per le strade di Buenos Aires, e la brezza, animista, regala a lui i ricordi. I fenomeni atmosferici diventano nel libro vivi e presenti, partecipano con la voce narrante di Martino Aiello, il protagonista che incontriamo bambino "con la faccia schiacciata al finestrino e gli occhi lucidi come un anello." lo seguiamo e lo ritroviamo a domandarsi da adulto le domande che tutti ci facciamo: Chi erano gli amici, i fratelli, per i quali mi ero tolto il pane di bocca? e soprattutto come mai non abbiamo capito in tempo? Come sia possibile vivere a fianco e non conoscersi! Domande eterne. Il vento intanto inizia a soffiare e la risposta è nel vento, canterebbe Bob Dylan. 
"Come se mi avesse aspettato il vento iniziò a soffiare, prima piano, poi con delle sbuffate così forti da sollevare le foglie appoggiate a terra. E spostava le nuvole che galoppavano con la velocità di una faina. Eravamo a novembre e faceva freddo, eppure ero sudato. Mi passai il palmo della mano sulla fronte: erano gocce, ma più crude di un incubo. Incominciarono a scendermi sul viso, sulle guance, arrivarono fino alle labbra. Ne sentii il sapore: quello aspro e fastidioso delle amicizie lontane, insolente e velenoso dello sconforto. Pag 176 Amori regalati
Ed il cielo è una musica, con le parole di Pasolini, con la voce di Modugno  "che io possa esser dannato se non ti amo e se così non fosse non capirei più niente tutto il mio folle amore lo soffia il cielo lo soffia il cielo così
Il cielo di Olimpio
Ippolita Luzzo

martedì 2 gennaio 2018

Paolo Vanacore Il salto del canguro

Conosco Paolo a Roma, un anno fa a Più libri più liberi, lo conosco insieme ad amici comuni e da quell'incontro delizioso conservo la freschezza e la simpatia di tutti e il sorriso di Paolo. Avevo già letto di Paolo un altro libro Vite a buon mercato.
Paolo infatti per Tempesta Editore ha pubblicato nel 2015 il romanzo Vite a buon mercato scritto con Silvia Mobili e Romeo Vernazza.  Paolo è anche un autore di testi teatrali e ha frequentato la scuola di scrittura Omero, una scuola amata.  Ora ha da poco pubblicato "Il salto del canguro" edito Castelvecchi
"All'epoca soffrivo di quel vittimismo tipicamente omosessuale per cui passavo la maggior parte del tempo a maledire il mio orientamento e a immaginarmi triste, vecchio e solo in una stretta e angusta cucina a pranzare direttamente dalla sportina di una delle mie amiche trentennali. Di contro scoprii il piacere di lavorare al bioparco di Roma, soprattutto quando non sei un biologo o uno zoologo; non capire nulla di etologia e di animali costituisce una risorsa più che un limite."
Il protagonista finirà per amare questo lavoro scelto per ripiego, e ne trarrà spunti interessanti per meglio conoscere le relazioni fra gli uomini.Le prime settimane al bioparco furono traumatiche, poi, lentamente, iniziai a capire come avrebbe dovuto svolgersi il mio lavoro: accordi promozionali, scambi pubblicitari, sponsorizzazioni, rapporti con le agenzie di viaggio, agevolazioni, sconti per comitive e quant'altro. Ma il momento migliore, oltre al saluto mattutino che Federico la foca mi rivolgeva, era camminare in giro per il parco. Immenso; sulla mappa c’era scritto “diciassette ettari, circa mille animali appartenenti a duecento specie diverse, ogni giorno un’emozione nuova, una grande avventura”. E potevo andarmene in giro quanto volevo, anzi dovevo farlo" Mi prende un grande desiderio di andare al bioparco e di incontrare gli animali amici di Edoardo, il protagonista del racconto. "E poi avevo Federico la foca e i miei amici Priscilla, Quasimodo, Calimero, e poi ancora Edoardo il cangurino, la voce della mia coscienza al quale, come uno scemo, ogni tanto facevo qualche domanda lontano però da occhi indiscreti. In effetti un conto è parlare con la propria immagine riflessa in uno specchio, a casa, in bagno, diverso è invece fare la stessa cosa all’aperto, in uno zoo interrogando un canguro su questioni di vitale importanza, convinti di essere ascoltati, e compresi." La storia che succede agli uomini, alla sorella, al cognato, e ad ognuno di noi, non è che l'alternarsi di vicino e lontano, sulle note di Mogol, ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini, mentre resta vivo in noi quel parco. Con il gioco dell'infanzia anche il protagonista segue ricordi e movenze del suo canguro personale nella grande giostra dei rapporti affettivi."Un pomeriggio, mentre la nonna Adele dormiva, Margi si avvicinò a me con le guance e la fronte striate di rosso e verde, la busta dei colori a dita in una mano, due copricapo indiani con le piume gialle e arancioni: «Canguro Dodò, sei pronto a entrare nella tribù dei Grandi Piedoni?». «Sì, voglio anch’io il cappello e i colori sul viso!». «Va bene, canguro Dodò! Augh!». «Augh!».
«Ma prima devi superare la prova coraggio, altrimenti gli indiani non ti faranno mai entrare nella tribù». «E che devo fare?».
«Seguimi saltando, canguro Dodò, ti faccio strada. Fra poco lo saprai». Margi mi portò in camera da letto e mi fece salire su una scala fino in cima all’imponente armadio di legno che occupava tutta la parete di fronte al letto matrimoniale dei miei, dove riposava beatamente la nonna. «Ora devi fare il salto più lungo di tutta la tua vita, canguro Dodò, da quassù dovrai volare fino al centro del letto, sopra la Grande Vecchia!». «Ma io ho paura di farmi male! Non ce la farò mai». «Ce la farai, canguro Dodò, superata la prova entrerai nella tribù, ti darò il cappello con la piuma, ti segnerò il viso con i colori e verrai chiamato col tuo nuovo nome»."
"Edo il cangurino ha preso una botta in testa ma non vuole restare nella clinica veterinaria, in fondo non vuole neanche stare al bioparco, vorrebbe vivere nel deserto australiano o in qualunque altro posto, tanto non ne conosce nessuno e non sa dove si trovano i luoghi del mondo perché è nato in cattività, che non è una parola buona, sa di male, ma lui il male non lo conosce bene" Le riflessioni sul bene e sul male dei rapporti fra persone  che vorrebbero anche loro essere liberi nella loro espressione e sono ingabbiate nei recinti dell'insignificanza e dell'insoddisfazione.
"Una vecchia pubblicità del bioparco diceva: “Dopo
tanta cattività un po’ di bontà” proviamoci anche noi, sembra dirci Paolo Vanacore, con Il salto del canguro.  
Ippolita Luzzo