domenica 20 maggio 2018

Il marchese di Carabas c'est moi

Scherzosamente mi diverto ad affermare di essere come il personaggio della nota fiaba popolare "Il gatto con gli stivali". In quella fiaba raccontata nella seconda metà del ‘500 quando Giovanni Francesco Straparola la incluse nella raccolta intitolata Piacevoli notti, con il titolo di "Costantino Fortunato", da Basile e  Perrault, si narra:"Un mugnaio, morendo, non lasciò altra eredità ai suoi tre figliuoli che un mulino, un asino e un gatto.
Le divisioni perciò furono presto fatte, e non ci fu bisogno di chiamare né il notaio, né il procuratore, i quali avrebbero finito col mangiarsi anche quel poco che c'era.
Il maggiore si prese il mulino, il secondo l'asino e il più giovane dei fratelli dovette accontentarsi del gatto."
Nella miseria più totale il giovane si dibatteva quando il gatto chiese al suo padrone un sacco e un paio di stivali. Così attrezzato il gatto andò nel bosco e catturò di volta in volta un coniglio e due pernici che offrì al re come dono del suo padrone, il marchese di Carabas. Un bel giorno il gatto viene a sapere che il re sarebbe passato in carrozza lungo la riva del fiume assieme alla figlia e dice al padrone:"Se badate al mio consiglio, la vostra fortuna è fatta: andate a fare il bagno nel fiume, fingete di annegare nel punto che io vi indicherò, e poi lasciate fare a me". Così fu e il re riconoscendo il gatto con gli stivali nella strada a chiedere aiuto per il suo padrone subito diede ordini di salvare il giovane. Mentre proseguivano verso la città reale il gatto era andato avanti ad istruire e minacciare i lavoratori a rispondere come aveva loro impartito. Così alle domande del re su chi fosse il proprietario di quelle terre essi rispondevano: Del marchese di Carabas.
Con questo stratagemma il giovane fu accolto alla reggia e alla fine sposò la principessa. Una fiaba.
Da sei anni a questa parte faccio uguale, porto pernici e conigli al re di un territorio letterario e quando mi chiedono chi manda questi doni rispondo che sono doni della regina della Litweb, unendo in unico personaggio il gatto e la regina. Esiste un regno della Litweb? la risposta, nella fiaba, è sicuramente sì.
Come il marchese di Carabas: Un espediente, un personaggio inventato tramite il quale poter aver accesso nel regno delle costruzioni immaginarie.
Esiste l'isola del tesoro? Esiste Vigata? Esistono le città invisibili di Calvino? Esistono nella stessa eccezione del regno della Litweb. Hanno vita e riferimenti come se ci fosse per loro una collocazione fatta di interazioni, di meme, di associazioni e collegamenti mentali in un mondo a parte. "Atlante dei luoghi letterari" è il libro a cura di Laura Miller. 
Creare un personaggio significa farlo vivere, inverarlo e impersonarlo, come il Marchese di Carabas, nel gioco letterario dei luoghi creati dalla fantasia.
Ippolita Luzzo   

mercoledì 16 maggio 2018

Quando sarai nel vento di Gianfranco Di Fiore


Il libro è stata candidato al Premio Strega e fino al 19 aprile, data della scelta dei 12 finalisti, sono stata convinta che avrebbe partecipato alla cinquina. Non è stato così e mi rammarico però penso che ci saranno altri luoghi dove far soffiare il vento. Il libro merita. Tutto è oltremodo curato e amato e la deliziosa copertina ci mostra Abele solo, mentre Marlena, Malcom e Benjamin sono collegati da fili geometrici componenti triangoli e quadrati. Continuo a credere che a volte le copertine abbiano doni magici, una immagine e raccontano tutto.

“Anche se non ricordo più le cose che ho visto, prima di quel lungo sonno, voglio provare ad inventare un’altra possibile vita, un paradiso chiaro senza pene né oblio” dal libro “Quando sarai nel vento”. Lo leggo aprendo a caso come un dialogo continuo. “Ma io non sceglievo, perché non ricordavo nessun dettaglio della mia esistenza e per di più non avevo mai considerato il mio e il suo respiro come secondari a qualcosa “

Il libro ha per protagonista Abele, che studia i venti ascoltando con uno stetoscopio elettronico il respiro della Terra. Da questo momento in poi ci troveremo immersi in una prosa musicale e il vento diventerà la molla per spostarsi e conoscere il passato, per cercare un padre di cui non si hanno più notizie e per altro ancora.

“Per qualche anno il vento aveva riempito le mie giornate: i libri e le ricerche in giro per il mondo, il confronto ravvicinato con le meccaniche dell’universo,… aveva trasformato me stesso in uno strumento di passione… e bastava un temporale… per sentirmi un uomo comune e senza qualità, per sentirsi ricacciato nelle astrazioni delle proprie convinzioni” Ho volutamente fatto sintesi di un periodare ricco, che si stende per pagine, di una scrittura distesa e curata per regalare al lettore il senso di alcuni suoni, di passaggi. Bianco, rosso, blu e giallo, sono i colori che accompagnano i paesaggi e le denunce, il vortice del tempo in un temporale. Marcello Fois presentandolo al Premio Strega scrive: “Abele corre per sé, attraversa un mondo che pare indifferente e invece subisce quella minima vibrazione che ognuno di noi è in grado di suscitare anche solo col piccolo atto di eroismo di pensare possibile determinare la propria vita”. Un piccolo atto di eroismo per noi.
Ippolita Luzzo 

Gianfranco Di Fiore è nato ad Agropoli nel 1978 in una famiglia di musicisti. Da sempre  affascinato dalle «storie», ha lavorato nel mondo del cinema e della pubblicità, in Italia e all’estero, come sceneggiatore, regista e montatore, collaborando per anni con il Giffoni Film Festival. Dopo l’esordio nel 2011 con il romanzo La notte dei petali bianchi (Laurana Editore), ha pubblicato diversi racconti in varie antologie.

martedì 15 maggio 2018

Conferenza Stampa Teatro Ragazzi 2017/2018 Il teatro non c'è ma ci sarà

Siamo all'ITE De Fazio alla presenza degli alunni delle classi prima e seconda, con la dirigente Dottoressa  Simona Blandino e i dirigenti del Liceo Classico, degli Istituti Pitagora, Fiorentino, i commissari prefettizi Alecci e Colosimo e il Direttore artistico del Teatro Ragazzi Pierpaolo Bonaccurso. Conferenza stampa per presentare il Gran Galà delle Scuole dal 22 al 24 Maggio nel Salone della Chiesa di San Giuseppe Artigiano. Negli anni precedenti il Gran Galà si è tenuto nel Teatro Comunale Grandinetti, questo anno chiuso per motivi di normativa da assolvere. I teatri cittadini, benché più volte soggetti ad interventi, non sono a norma e sono stati chiusi per un periodo che tutti si augurano breve. 
Inizio a seguire la conferenza con una canzone di Nada che mi canticchio trasformandola
" Cos'è la città senza un teatro, è  solo un albero che foglie non ha più." Ed anche se Pierpaolo alla fine della conferenza chiude con le parole di Jerzy Grotowski: "Il teatro è possibile dall'incontro fra me e te" resta sempre irrisolto il sottotesto dell'Antigone.
 Sembrava stamani di avvertire un teatro in atto, una scena fra Creonte e Antigone, senza contrapposizione, bensì con la disponibilità di venirsi incontro malgrado le funzioni diverse al tavolo della conferenza. 
Dai miei appunti le parole della Dirigente dell'ITE dottoressa Blandino: Il teatro fa superare agli alunni le barriere emotive che ostacolano il rapporto con adulti e conoscenze
La Dirigente dell’Istituto Perri Pitagora Teresa Bevilacqua: L'attività teatrale non è fine a se stessa, aiuta a crescere e ad esprimere i propri sentimenti. Nei paesi anglosassoni è una disciplina. 
Il dirigente del Classico, Nicolantonio Cutuli: Le arti visive vengono  portate avanti avanti con professionalità e preparazione
Il dirigente dell'istituto comprensivo Fiorentino, Lorenzo Benincasa,  confessa il suo amore per il teatro: Teatro come educazione alla relazione tra compagni, teatro che fa capire che cosa stiamo a fare al mondo, teatro di aiuto ai ragazzi con Bes.
Pierpaolo ricorda la presenza di Mario Bianchi, critico teatrale importante, in autunno, che seguirà i futuri lavori. 
E prende la parola il Capo della Commissione Straordinaria, il dottor  Antonio Alecci. Le sue parole danno subito vita alla stampa: La stampa serve per far vivere un evento.
E di lui e dei due commissari dice: Siamo una soluzione eterodossa. Mandati per risolvere un vulnus patologico in 18 mesi.
Lui disse che in effetti sono stati comandati, costretti, perché lui era in pensione e la dottoressa Colosimo, al suo fianco, aveva già un suo importante lavoro.
Sul Teatro il capo della commissione Alecci disse: Teatro strumento di cultura.
Parlò poi delle priorità da risolvere: Il campo Rom da smantellare, La Multiservizi da far funzionare e la terza priorità non me la trovo fra gli appunti, intenta a scrivere, rapita, la sua frase in latino: Simul stabunt simul cadent, a proposito della Multiservizi al novanta per cento a partecipazione comunale, nella endiade conclusiva
Mi è sembrato un discorso e una mattinata difficile ma con la speranza, ultima dea, potremo dire che il teatro non c'è ma ci sarà.   
Ippolita Luzzo    

lunedì 14 maggio 2018

Dimentica di respirare di Kareen De Martin Pinter

Da L'animo leggero a Dimentica di Respirare sono passati cinque anni e Kareen oggi ci propone un esercizio importante, imparare cosa sia l'apnea.
"Io amo il mare, sono un pesce qui dentro, nel cuore. L'ama fece una specie di inchino, sorrise, spruzzò qualche bollicina dal naso, strattonò e fu trascinata via, senza smettere di guardarmi. restai sulla barca e in acqua tutto il giorno, incantato. Una parte di me sarebbe rimasta lì per sempre, a nuotare con loro."
Conosciamo leggendo questo libro le ama di Toba, impiegate nella raccolta delle ostriche di allevamento. Conosciamo le ame di Hekura, una piccola isola del Giappone, pescatrici avvolte in una specie di kimono leggero. Bellissime. Luminose.
Un libro visionario lega il protagonista, Giuliano, ai riti delle ame, al mare e allo sport, alla registrazione di un record, il record di stare nel fondo del mare, di raggiungere una profondità maggiore senza respirare, in apnea. Ritrovarsi nel fondo del mare in un regno dove l'oscurità è dappertutto, e ogni specie marina per orizzontarsi produce da sé la luce di cui ha bisogno. Luce nelle varie sfumature del blu perché è il blu il colore che si propaga più lontano di tutti gli altri colori. La medusa lampeggia di mille colori, il pesce lanterna ha il corpo ricoperto di antenne e nel profondo del mare luci e vibrazioni diventano messaggi che il mare passa.
Restiamo anche noi in quella profondità con Giuliano, a nuotare.
Lo seguiamo nella sua amicizia con una delfina, quando devono riabituarla al mare. Leggiamo e partecipiamo anche noi, avvinti da una narrazione continua, precisa, con contorni di una natura intorno vivente e vicina a Giuliano che intanto si esercita a non respirare, mentre il mondo dello sport fa di questa sua abilità un record.
Col tempo imparerà a dosare, a capire l'importanza dello stato d'animo. Controllare l'interiore, trovare l'equilibrio, la luce. Dimenticare di respirare, diventare un pesce, aggiungerei io.
Il verde della copertina ha al suo interno un pesce come un ciondolo che legherà la fortuna degli abissi di Poseidone con Proserpina, nei riti del mare mitico, lucente. 
La splendida collana "Romanzi" della casa editrice "Tunué" ci offre in lettura questa volta tutto il blu delle profondità marine con animo leggero. Illuminiamoci di mare con Kareen e Tunuè. 
Ippolita Luzzo      

martedì 8 maggio 2018

Dopo il diluvio Leonardo Malaguti

Il piacere di leggere nella favola bella della buona letteratura, il piacere di avere tra le mani un libro curato e amato.
"Exòrma è un progetto di divulgazione di alto profilo, di ergonomia grafica e tipografica, di artigianato delle suggestioni."
Tutto ciò si sente al tatto e alla vista, nel sensibile che ci mette in comunicazione con la narrazione del libro.
Una copertina da appendere come un quadro, un libro da accarezzare e amare, infatti io ho cominciato a portarmelo dietro come un amico.
Dopo il diluvio di Leonardo Malaguti ci riconcilia con la lettura gustosa, nel narrare situazioni assurde e grottesche ci fa sorridere e ci spaventa. La lettura mi ha ricordato le fantasie di Luca Ronconi e le sue trasposizioni sceniche, il cinema di Fellini, sul circo, sui nani, sui clown, mi ha trasportato in un mondo astorico eppure immerso nel nostro immaginario.
Una vicenda senza tempo, senza un luogo geografico, se non fosse ben collocata in una scrittura alta, una scrittura che amo. Un paese isolato, un paese in preda all'angoscia. Da quando sono rimasti isolati per via del diluvio, unico contatto con l'esterno rimane un telegramma. Quindi siamo nel novecento! Ma l'angoscia e la paura non hanno un'era, attraversano i secoli e vivono nelle nostri gesti, ci trasformano come trasformeranno gli abitanti di questo paese incassato fra i monti, di questa valle isolata dal mondo. 
Il nemico, arriva il nemico, aspettando i barbari di Kavafis, quel momento in cui il nemico è alle porte. Il nemico. "Il famigerato telegramma che aveva aperto il vaso di Pandora veniva letto tutte le mattine da qualche volenteroso per tenere vivi gli animi, ma molti dei paesani che ogni giorno si alzavano pronti a lottare nascosti dietro le loro trincee casalinghe cominciavano a stancarsi della lentezza di quell'invasore che stava prendendo con troppa calma il suo compito di attacco." Quasi uguale ai versi di Kavafis. 
Una umanità impaurita libera gli istinti, cerca soddisfazione nella assuefazione a bisogni elementari, colorando di sangue e di terra ogni azione. Mi ha ricordato, forse per i nomi, la rivolta dei contadini nelle valli ai tempi di Muntzer, quella rivolta stroncata nel sangue dagli eserciti approvati da Lutero. Raccontata dai Wu Ming in Q di Luther Blisset.  La storia narrata è una Via Crucis, un continuo riferirsi ad altri momenti, un riferirsi a ciò che  portiamo nelle nostre tasche, a ciò che amiamo. 
Dopo il diluvio nella Lettura di moltissimi sarà.     
"Un conto è  un uomo, Eda, un conto è il paese. Il paese non è nient'altro che tanti singoli uomini. Il trucco sta nel figurarseli uno ad uno."
"Per la strada il vento gonfiava scialli e palandrane come vele e le sciarpe che non erano state annodate abbandonavano i colli scoperti per seguire i flutti d'aria."
Il piacere di leggere un libro curato, il piacere della letteratura trasforma il nemico, lo sconosciuto, in un nostro amico, nella favola bella della scrittura.  
Ippolita Luzzo 


Leonardo Malaguti è nato a Bologna il 15 Febbraio 1993.
Si dedica  alla recitazione, al disegno e alla scrittura, al cinema e all'arte. Nel 2010 studia per sei mesi negli Stati Uniti, a San Juan Capistrano, California dove approfondisce, oltre alla lingua, lo studio del disegno e del teatro; al suo ritorno, nel 2011 illustra il libro Zuppe, Zucche e Pan di Zenzero (di Francesca Rosso, ed. Leone Verde) e nel 2012 viene scelto per il corso propedeutico di recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dove si qualifica tra i finalisti. Con questo libro è stato finalista al Premio nazionale di letteratura Neri Pozza   

domenica 6 maggio 2018

L'arte come possibilità nel cubo Nomade di Silvia Pujia

Siamo al Marca Di Catanzaro, la luce delle 11,30 attraversa le vetrate della sala conferenze e impressiona gli scatti fotografici, donando immagini poco a fuoco. Tutte giustificazioni mie per dire che non so fotografare l'aura che avvolge Simonetta Lux mentre sta parlando della storia dei Musei, della loro trasformazione e dell'arte in questo mondo un po' pazzo. Inizia così Simonetta Lux: "oggi il mondo è in po' pazzo e fa  dipendere l'artistiticità da quanti siano i followers. Quindi cosa è l'arte? e Come lo sia? E come mai siamo qui a parlare di musei e sentiamo il bisogno di contestare i musei istituzionali?
Musei senza pareti, sembra indicare nel cubo nomade Silvia Pujia e ogni artista si è sentito poco accettato dal suo tempo, ogni artista si è sentito in esilio. Sono proprio gli artisti a non aver accesso al Museo. Nel momento nascente l'arte non sta mai nel museo.  Duchamp fuori dal museo, il situazionismo, Dada, Breton, fuori dal museo.
Si parla stamani di Pratica costituente, di un nuovo modo di ripensare alle attività museali, non più pacchetti da offrire al pubblico ma creare incontri fra persone. L'artista diventa persona e comincia a rifare cose nei luoghi proibiti per creare relazione col pubblico, anch'esso non più amorfo, ma costituito da persone. Dalla persona artista alla persona che fruisce, nella fruizione di un gesto artistico la trasmissione di una testimonianza: l'arte.
L'arte e le tracce che lasciamo di noi, L'arte e l'azione narrativa della molteplicità delle connessioni, l'arte e lo stupore. L'artista diviene ora critico e curatore di se stesso, l'artista è vivo e agisce insieme a noi, sta dicendo Simonetta Lux, ricordando di aver portato nella scuola, ai suoi studenti, sulle scene, gli artisti vivi, e di aver portato a scuola, "da viventi" coloro che non lo erano più. Nel ruolo di un "Agire la critica" di idea di apertura. 
Occuparsi dell'uomo non finito. Oggi sembra si dia tutto a tutti, in modo superficiale, sembra sia così.Eppure  sapendo tutto c'è chi si interroga, ed è questa la novità. Nella luce e nel carisma La Lux ci ha rapito siamo pronti per la levitazione dei corpi e della mente con l'intervento di Cesare Petroiusti. Cesare inizia con l'etimologia della parola Museo, luogo sacro alle Muse”, nome di un istituto culturale dell'antica Alessandria d'Egitto, nato accanto alla Biblioteca, come strumento del museo stesso. Ci parla delle Muse, le mediatrici fra noi e il divino, le mediatrici fra noi e il mondo sensibile, nel bisogno umano di avere accesso al sensibile, di riappropriarsi del sensibile, di un'estetica del sensibile. Le muse non sono un concetto unitario, sono la molteplicità. Nel delirio di Dioniso e nell'equilibrio della sapienza, l'amplissimo territorio dove tracce umane segnano la storia.
Ora invece sembra che l'arte sia solo un affare da vendere nelle sciagurate Fiere d'arte, da vendere a pacchetti per i giri turistici nei musei, nelle mostre confezionate. Tutto il contrario dell'esigenza artistica, del respiro artistico, dell'attimo vitale donato a chi saprà prenderlo e farsene testimone. Cesare ci fa etimologia della parola Nomade, Nomos in opposizione alla follia, Nomos, la legge, e nomos la linea che separa un campo da un altro. La linea che si attraversa per andare da un campo ad un altro. L'arte come migrazione di pensieri, l'arte come possibilità. Una sfida umana.
Già mi sollevo altissima al soffitto e volerei senza limiti e confini se non avessi accanto il freno  della forma. Una mattina di arte viva.        
Silvia Pujia parla di equilibrio tra il dentro e il fuori, Idea semplice, idea di un nuovo umanesimo, dell'arte come scambio di pensieri. Spettacolarità e non più spettacolo, sembra questa la tendenza  nel dibattito museologico internazionale, scrive Silvia Pujia. Il Museo spettacolo perde la funzione testimoniale per inglobarne una di tipo indicale: Musei che si autoesibiscono.  Fuori dall'istituzione museale  Silvia Pujia analizza tre esperienze romane:  Il Museo Dell'altro e dell'Altrove  di Metropoliz_città meticcia di Giorgio De Finis, il Museo all'aria aperta do Fausto Delle Chiaie e il Museo dell'arte contemporanea in esilio
di Cesare Pietroiusti. 
Che cos'è una istituzione museale e cosa è avvenuto nelle istituzioni museali nel corso del XX secolo, quali trasformazioni abbiano cambiato il concetto di museo e di fruizione dell'arte fino ai nostri giorni, è ciò che si chiede Silvia Pujia, in questo libro, esito del Master in Curatore di Arte Contemporanea conseguito a Roma, presso l'Università della Sapienza.
Una lettura sugli spazi aperti della conoscenza e della libertà, nella luce della volontà artistica.   
Ippolita Luzzo 


Dal Cubo Bianco Al Cubo Nomade Pratiche di Decostruzione Dell'Istituzione Museale,con Prefazione di Simonetta Lux e Postfazione di Giorgio De Finis. 

Oggi 5 maggio 2018 ore 11.00
Marca - Museo delle Arti di Catanzaro
Simonetta Lux, già ordinario di Storia dell'arte contemporanea presso l'Università "La Sapienza" di Roma
Cesare Pietroiusti, artista
Silvia Pujia, autrice
Modera:
Simona Caramia, docente ABA Catanzaro 

martedì 1 maggio 2018

Kaiser di Marco Patrone

Marco Patrone è Recensireilmondo, per quello strano fenomeno per cui i titolari di blog prendono il nome del blog stesso, come se la cosa fosse inscindibile.
Qui però l'autore è lui, autore di Kaiser,  Arkadia Editore 2018, collana Eclypse.
Mi metto a scrivere con timore e con attenzione in questo Primo Maggio soleggiato e verde.
Il libro, arrivato in libreria il 26 Aprile  ed è presente su IBS e su molti altri siti online, sarà presentato  al Salone del Libro Di Torino domenica 13 maggio nella Sala Avorio alle ore 17,30 da Giulia Ciarrapica e Isabella Pedicini. Come avrei voluto esserci!
Ad Aprile esulto così: Oggi è un giorno storico. Arriva Marco Patrone nel regno della Litweb. Sfondo arancione per Kaiser. Casa editrice Arkadia. Oggi Maurizio Pansini mi ha ufficialmente insignito del titolo di critico letterario, da aforisma per aforisma. Ed oggi  già pronto al gol: Kaiser.
"E poi cosa credi, piccolino, di essere diventato tutto d’un colpo uno scrittore? Ma prima di scrivere bisogna vivere, senza paura, se ti svegli e hai quella timidezza, se sei sempre lì a rimuginare e magari ti invadono i cattivi pensieri e ogni tanto sei a un passo del panico non vale, amico mio! Si va in stampa tra poco, amico mio e te lo devo dire che mi sembri in ritardo "
Ambientato nel mondo del calcio Kaiser è un calciatore brasiliano senza talento che riuscirà a farsi ingaggiare da squadre importanti. Anni dopo un giornalista rilegge quei fatti in maniera diversa e tirerà conclusioni sorprendenti. 
Sul disturbo narcisistico della personalità, che affligge Kaiser e affligge tanti di noi, gioca Marco Patrone, arrivando a scrivere che Kaiser abbia potuto non inventare nulla, abbia invece inventato se stesso come Kaiser e gli altri ci abbiano creduto.Nel mondo del calcio, dove vive la vicenda umana e fantasiosa di Kaiser, ai mondi letterari e artistici poca differenza c'è e mi piace ricordare l'aneddoto che Daverio mi raccontò a proposito del gruppo di artisti di Capalbio che si inventarono un movimento facendo passare per vero una bugia. Mi disse lui: Se in una bugia che inventi ci credi tu per primo gli altri inevitabilmente ci crederanno. 
Mi sembra questo il significato del libro, piacevole e divertente anche per me che non seguo il calcio, proprio perché il libro è "Una storia di aneddoti" scrive Marco Patrone a pag 129: Il momento disvelante la vicenda.
A Recensireilmondo un saluto dal Regno della Litweb.
Come Kaiser.
Ippolita Luzzo     

domenica 29 aprile 2018

Accordi Disaccordi a Lamezia

La Band Accordi e Disaccordi musica in Litweb. 
Subito, senza appunti, mi siedo a scrivere dopo il concerto al Tip di Lamezia Terme.
Chiusi i Teatri Comunali, L'AMA Calabria chiede ospitalità allo spazio gestito da Scenari Visibili, al Tip Teatro.
Si  sono esibiti questa sera gli Accordi Disaccordi un trio nato agli inizi del 2012, composto da Alessandro Di Virgilio e Dario Berlucchi alle chitarre e da Elia Lasorsa al contrabbasso.
"Il loro repertorio è composto da brani originali le cui sonorità combinano, secondo un personalissimo stile, le più disparate influenze jazz, swing, blues e della musica tradizionale, con originali sonorità acustiche e dal gusto cinematografico, mantenendo un'iniziale matrice stilistica gipsy jazz, chiaramente influenzata dalle sonorità del celebre chitarrista Django Reinhardt."

Contaminando generi diversi sentiamo la storia raccontata da loro, una storia nata dall'essere stati soggiogati da un film, dalla musica di un film di Woody Allen, Midnight in Paris. 
Usciti da quel film, nel 2012, decidono di fare gli artisti di strada,per accorgersi subito dopo a Londra che dappertutto si suona per le strade.
La storia continua con la bella amicizia con Gonzalo Bergara.
Loro acquisteranno una chitarra da Gonzalo, lui verrà in Italia per conoscerli e incideranno un cd insieme! Potenza delle relazioni!
Dario è il narratore del gruppo, "Detto Questo", ci introduce ogni volta una storia affascinante, la storia delle lucciole e della sincronia con cui si accendono e volano, curiosità di cui non era a conoscenza nemmeno Piero Angela, il loro salire su un pulmino per essere accompagnati a bordo di una nave nucleare per fare un concerto in Russia. Ed infine la bellissima immagine del trio che atterra a New York planando sulla statua della Libertà.
E qui Dario ci regala il bel messaggio di non arrendersi, di credere nel talento che ognuno possiede e di perseguirlo, tappandosi le orecchie per non sentire chi vorrebbe distogliere. 
Senza appunti però attentissima continuo a scrivere col ritmo in testa, con l'impazienza di risentirli, con le risate e l'allegria donata a tutti gli spettatori che hanno partecipato battendo e ribattendo sempre più veloce le mani come un quarto elemento della band.
Applausi
Ippolita Luzzo   

domenica 22 aprile 2018

al Maon Màtaksa di Jano Sicura


Il gesto semplice delle onde nel tempo.
Ieri sera inaugurazione della mostra che si concluderà il 26 maggio al Maon di Rende. Andate a vederla, andate, andate via dall'usuale e godetevi la vista delle "sculture in libertà", così le chiama Tonino Sicoli,  il curatore della mostra, di Ianus Sicura.
Tommaso Evangelista, uno dei due curatori, parla di "Bozzoli di energia simbolici" e tanta energia ieri sera si trasmetteva effettivamente dalle opere di Jano a noi e poi di nuovo sulle opere, sulle sfere, sulle spirali che io vedevo correre nel vento, sui tanti omini fatti da un filo di ferro intrecciato, che io vedevo correre, ognuno nella sua diversità correvano dalla parete a noi, nella unicità della installazione.
Le opere di Jano sono uniche e unica resta l'installazione, sempre diversa, perché diverso lo spazio dove verrà installata, diverso quindi sarà il correre dei nostri omini su strade diverse. Ognuno di noi,  presenti, in quegli omini ha visto nodi da sciogliere, ha visto volontà e rappresentazione, io vedevo un agitarsi di mani che piegarono il ferro, tanti piccoli pezzetti di ferro, e fatti correre oltre la costrizione.
 Una voglia di di stringere e lasciare andare via avrà preso l'artista, uomo disponibile al dialogo e al raccontare quale meraviglia fu per lui passare dai ramoscelli di ulivo al ferro, per eternare ciò che non poteva esserlo.
Ci racconta di una sua installazione alcuni anni fa in Germania, di come lui avesse portato le foglie di ulivo dalla Sicilia, da Siracusa, della sua installazione fatta da ramoscelli di ulivo e della richiesta di acquisto fatta a lui dalle autorità locali. Questa opera non è in vendita, rispose lui, è deperibile, è solo per ora, è solo profumo.
Venne così a sapere di trovarsi in un luogo sacro, quel luogo dove si svolgeva l'evento artistico era stata una chiesa sconsacrata e vi era seppellita una suora. Come l'ulivo è una pianta sacra anche l'arte è un momento di sacralità. Ci parla Jano di grazia, di leggerezza, di levità, direi io, di far diventare il ferro leggero con il lavoro delle mani. C'è il lavoro nelle parole di Jano, nei video  sulle sue mostre al Museo de Artes Plasticas Eduardo Sivori di Buenos Aires, al Museo de Arte Contemporanea Latinoamericano di La Plata / Buenos Aires organizzate dall'Associazione "L'arco e la fonte" di Siracusa, facenti  parte di un progetto di scambi artistico-culturali internazionali tra l'Italia e l'Argentina.
Jano è un artista internazionale, usa proprio questo aggettivo Gianluca Covelli, nel dare un segno distintivo alle opere, una non appartenenza a una regione, ma forte e radicato invece il senso di vicinanza al ferro, al materiale duttile e incorruttibile che esso è.
Noi siamo creature nel tempo, onde nel tempo, sembra ci dica Jano, sembra ci dicano quelle forme e quei dipinti, quel suo offrire l'arte nel linguaggio semplice del gesto.    
Ippolita Luzzo 

martedì 17 aprile 2018

Un'altra cena di Simone Lisi

L'intelligenza scintillante illumina Un'altra cena rallegrando i lettori
di Simone Lisi e donando felicità.
Questo mi ritrovo a pensare mentre mi accingo a scrivere su come ho incrociato Simone Lisi e i suoi racconti su Odi, raccolta di racconti pubblicati dalla Casa Editrice Effequ con il simbolo la garzetta di Orbetello.
Leggendo Vanni Santoni nella post fazione di ODI "Scriveva Roberto Bolaño che i capolavori sarebbero come sequoie o orchidee, ma non si è mai vista nascere una sequoia o un’orchidea fuori da una foresta. Coltivare la scena significa gettare i semi di quelle foreste, e questo libro dimostra che vale la pena farlo."
Ed è questo il vero fermento letterario, il vero humus, il vero luogo fatto di riviste, FLR amata, da tutte le altre riviste da "In fuga dalla bocciofila" a "Indiscreto", a "Verde Rivista", lette da me con la curiosità di chi cerca quel famoso tesoro per il regno della Litweb, il mio regno immaginario della buona letteratura web e non web. 
"In fuga dalla bocciofila" parla di cinema e altre divagazioni, sempre intelligenti, sempre spumeggianti, divagando divagando nel bellissimo paesaggio toscano delle menti e della generazione nata negli anni '80, '90.
Fine secolo, inizio secolo, evviva voi.
Con queste bellissime premesse sono ospite anche io alla cena. 
Un'altra cena inizia con la piantina della casa dove abita la coppia che si sta preparando per ospitare gli amici, un altra coppia con un bambino nato da poco. Mi ritrovo a casa del personaggio, come se abitassi anche io con loro e con loro discutiamo sul tempo, alla maniera di Sant'Agostino, sul tempo precario, sul tempo e sul futuro, su come saremo fra dieci anni, su come trifolare i funghi. Ne sento il profumo. 
" Che ti aspetti da questa cena?"
"In che senso?" risponde Livia ed io  sorrido e sorrido.
Dovrete leggere per sapere in che senso vi piacerà andare insieme a Livia e a lui, al bar di Piero, essere riconosciuti da Piero ed anticipati nelle richiesta dei caffè macchiati e due bicchieri di acqua naturale ed invece Livia vorrebbe l'acqua frizzante. L'acqua frizzante del racconto, mi vien da scrivere, senza volervi raccontare gli episodi, tutti una goduria, dal cardellino lasciato in custodia, alla camera dell'inquilino fantasma, al lavoro di lui: mettere sottotitoli nelle serie televisive, al diario dell'estate fino alle domande topiche... " Si chiedeva questo: se c'era solo da aspettare, se il presente non era il suo momento, se le frasi che ascoltava con una cuffia e che traduceva quasi simultaneamente in una stringa gli confermassero in ogni momento quel differimento, che non era il suo momento, ma forse lo sarebbe stato, o per lo meno così sembrava, se questo era quello che tutti gli altri gli dicevano:arriverà il tuo momento, e il nostro, ma non è ora. Se c'era solo da aspettare in quella stanza, mentre fuori cambiava il tempo."   
Tutto quello che cambia, anche i traduttori cambiano i dialoghi? su questa domanda la mia: Che cosa abbiamo capito quando abbiamo pensato di aver capito?, mi risento la bella intervista di Federico De Vita a Simone Lisi,  mi godo la lettura di Un'altra cena, con i pensieri di lui "Come scrivere dei sottotitoli che dicono cose tutte diverse dai testi che vogliono tradurre", e sul significato della nostra esistenza, nati per caso, per un caso fortuito, e quindi per necessità di riproduzione: noi siamo portatori di un genere noir, è che questo diario noir io non lo so scrivere. Qualcun altro potrebbe farlo, ed io lo tradurrei. Questo sì, lo saprei fare"
L'inizio e la fine di una cena frizzante e di intelligenza scintillante. 
Ippolita Luzzo 

Simone Lisi: Fiorentino, classe 1985. Nel 2001 viene premiato  dal Gabinetto Vieusseux di Firenze per Racconto d’inverno. Nel 2009 Marcos y Marcos di Milano pubblica in un’antologia il suo racconto breve Tifone o breve storia dei coinquilini di Joseph. Laureato in filosofia, scrive una tesi sul Castello di Franz Kafka, ottenendo il massimo dei voti.

domenica 15 aprile 2018

Avemmaria di Emilio Nigro

Dicono tutto le mani di Emilio Nigro al Tip Teatro stasera, durante una suonata silenziosa eppure rimasta nella nostra mente.
Quelle mani che stanno suonando nell'aria, senza strumento, un pianoforte, anzi una mano trema, trema nell'aria, catturando il nostro sguardo.
Le mani continuano a raccontare di un bambino prodigio che sapeva suonare l'Ave Maria di Schubert, l'Avemmaria, ed ora si trova in in riformatorio. 
Nella storia, non siamo più in un monologo, stiamo con il protagonista nella sua scuola, mentre lui ci porge la sua vita, a scuola, in Chiesa, con sua madre, in questo legame oltre il male, e fatto di bene assoluto, di dedizione.
 Lui sta su una sedia, in costrizione, in una cella, sta nel teatro che  avviene davanti a noi.
Gli errori che si compiono, la storia di un ragazzo buono, ingenuo, che viene avviato alla droga, viene abituato a fumare la droga, a spacciare, a far parte di un giro di malavita. La chitarra ed il mondo fuori, il mondo dei peccati. I pellegrinaggi e le canzoni"Sono stati i miei peccati, Gesù mio perdon pietà"
Il limite contro cui il bene si infrange malgrado i nostri sforzi in una Calabria difficile.  
A fine spettacolo Emilio Nigro ci parla di chi non ce l'ha fatta e nell'eterna lotta del bene contro il male è stato sopraffatto, di chi è più debole, meno attrezzato, di chi subisce il fascino degli uomini d'onore che sono in effetti senza onore.
Una grande preghiera è stata questa sera la performance di Emilio Nigro, una preghiera laica, una preghiera che affida al teatro di immaginare, affida al teatro una possibilità di vita, fuori dalla vergogna, fuori dal male.
Ippolita Luzzo  

Emilio Nigro è scrittore, giornalista e critico teatrale. collabora con il trimestrale di teatro e spettacolo Hystrio ( Milano); il Quotidiano della Calabria; ha collaborato con le riviste online di critica teatrale Il Tamburo di Kattrin e Krapp’s Last Post. Scrive anche di cinema, musica, arte visiva. Ha ricevuto il Premio nazionale Nico Garrone 2011 “ai critici più sensibili al teatro che muta”; Premio nazionale Guasco 2012 “scritture contemporanee”; Premio della giuria popolare e menzione speciale della giuria al miglior testo concorso nazionale per monologhi Residenza Teatrale Orizzonti Meridiani; Premio nazionale NonfermARTI 2011 categoria scrittura creativa. Autore e interprete dello spettacolo “Teatranti” (2009) e “Rifarmi – soluzioni al precariato” (2012) e ha firmato drammaturgie tra cui “Visionaria”; “L’ indifferenza dei passanti”; “Donne & Iene”.
AVEMMARIA di e con Emilio Nigro Regia di Francesca Romana Miceli Picardi
migliore opera teatrale Festival Luccica di Bari
miglior testo Festival Urgenze Roma Teatro Tordinona

mercoledì 11 aprile 2018

Giorgia Lepore Il compimento è la pioggia

Credo che il senso ultimo del libro sia "aspettare". Credo sia questo il delitto "Far aspettare" 
I personaggi aspettano, quasi tutti, in questo bel racconto di Giorgia Lepore, aspettano che qualcuno torni, che qualcuno si faccia vivo.
Così è per l'ispettore Gerri Esposito, lasciato da bambino dalla mamma con le parole. " Aspetta qui che poi torno" così sarà per tante altre, a loro volta lasciate da Gerri, in attesa.
Aspetterà la bimba di cinque anni, una delle presenze più incantevoli del libro, per me la principessa del racconto, di nome Jennifer, che sbuca, come nelle fiabe, dalla cassapanca, insieme al suo fratello più piccolo, Kevin, di due anni, sul luogo del delitto.
 Aspetteremo tutte noi il seguito, di leggere ancora altre vicende con una squadra di investigatori fatta di uomini imperfetti, eppure buoni, che stanno nella Questura di Bari, negli uffici della terza sezione. 
Aspetteremo mentre giriamo per Bari vecchia, fra il disordine e il caos, nel budello oscuro, e mangeremo anche noi gli scagliozzi fritti, caldi caldi.
La storia è un noir, ci sta un delitto e ci starà una indagine, ci sta una città in festa, San Nicola, e ci starà ciò che ognuno di noi sa di trovare in un noir.
Nel mentre lo leggeremo prenderemo piacere, man mano, a sentire amicizia e consonanza con i personaggi, scopriremo lo stile della scrittrice, il testo ed i rimandi, i gusti e le canzoni, i film, la favola di Peter Pan, la neve che arriva a Bari e la pioggia.
"Non ti posso aspettare in eterno" urla Sara Coen, l'ispettrice, e forse innamorata, a Gerri.
"Sì, lo capiva. Aveva anche fatto un cenno di assenso col capo, al vuoto, al muro delle scale mentre scendeva: si era fermato un attimo, aveva trattenuto il fiato, pensato a cosa avrebbe potuto rispondere, e come sempre quella risposta era rimasta una delle tante conversazioni immaginarie che avevano luogo solo nel suo cervello. Diceva che in fondo non lo capiva per niente, perché lui invece stava aspettando qualcuno in eterno, e continuava. E allora, se lui poteva farlo per qualcuno, perché gli altri non potevano farlo per lui?"
Penso a Roland Barthes, ai suoi frammenti sul discorso amoroso, a quell'aspettare che ha tutti i momenti del delitto perfetto. 
Penso a quei due punti, messi lì, mentre scendeva, a quel discorso diretto e indiretto, a quel dialogo che, spesso, non va da nessuna parte, per tutti noi, mentre si aspetta.
Ippolita Luzzo 

   
Giorgia Lepore è archeologa e storica dell'arte, vive a Martina Franca e insegna Storia dell'Arte al Liceo da Vinci di Fasano. Ha pubblicato L’abitudine al sangue (Fazi 2009), I figli sono pezzi di cuore (E/O 2015) e Angelo che sei il mio custode (E/O, Sabot/age 2016).

lunedì 9 aprile 2018

D'amore e baccalà Alessio Romano

In ricordo e dedicato ad Antonio Tabucchi, scrive, alla fine di questo racconto su Lisbona, Alessio Romano. Come se fosse una vera guida turistica,  Alessio ci segnala ristoranti, libri, film su Lisbona, e fra i film uno che non parla di  Lisbona ma ne riporta tutte le suggestioni, Casablanca, un film che tutti abbiamo amato.
 Il Tram 28 è l'emblema della città "Lisbona è davvero una delle città scenograficamente più spettacolari del mondo: e allora perché il suo simbolo non è il Castelo de São Jorge, vicino a dove ho scelto di abitare? O la Sé de Lisboa, la cattedrale che sembra una fortezza? O ancora le spettrali rovine del Convento do Carmo? Volevano a tutti i costi qualcosa di più moderno? C’è il neogotico Elevador de Santa Justa che non ha nulla da invidiare alla Torre Eiffel, tanto che in molti erroneamente pensano che sia stato progettato dallo stesso omonimo ingegnere francese. E invece no: hanno scelto proprio questo stupidissimo tram" e  lo seguiamo per le vie e per le trattorie di Lisbona, con il fado, le poesie di Pessoa ed il selfie con Pessoa in Largo do Chiado, davanti al caffè A Brasileira, punto di ritrovo degli scrittori ed ora tappa per turisti in cerca di un selfie con Pessoa, in quel bar accanto all'ultimo dei suoi tavolini in strada sta in bronzo la statua che lo raffigura seduto. Un vero atto d'amore verso la città, i suoi cibi, i suoi colori, la sua musica. Una guida da portare con voi se andate a Lisbona, ma anche per qualsiasi altra destinazione, sarà un modo per imparare come vivere una città, come gustarla e farla propria. Moltissimi viaggiano solo per acquistare oggetti oppure scattare fotografie da riportare come cimeli, molti altri viaggiano così, come Alessio Romano, ed alcuni poi ne scrivono e come fa Alessio ci regalano queste piacevolezze. "sarò a scrivere per una settimana in Rua do Recolhimento. E pazienza se si è trattato di un equivoco linguistico: pensavo fosse la via del raccoglimento, elemento necessario alla scrittura. Invece il suo significato forse è ancora più bello: è la via della raccolta, del raduno in caso di assedio, dove veniva messa in salvo la popolazione, all'interno delle mura, ma non dentro la fortezza vera e propria." 
Raccogliamoci come salvezza, sembra ci dica Alessio, raccogliamoci nella lettura e nella scrittura, nella bellezza dei luoghi e nel profumo della cucina, del baccalà, nel gioco dei rimandi, nella possibilità di parlare ancora con Tabucchi e con Pessoa, camminando per le vie, all'interno della città della letteratura.
Ippolita Luzzo 
 Alessio Romano nato nel 1978 a Pescara. Ha studiato Lettere Moderne a Bologna e poi Tecniche della Narrazione alla Scuola Holden di Torino. A Roma si è laureato con una tesi su John Fante. Il suo primo romanzo “Paradise for All” (Fazi, 2005) è stato salutato come uno dei migliori debutti dell’anno. Nel 2015 ha pubblicato “Solo sigari quando è festa”per Bompiani.

sabato 7 aprile 2018

Ernesto Aloia La Vita Riflessa - in Litweb


Leggo e rifletto.
Rifletto su come le situazioni della vita possano portare sconvolgenti cambiamenti oppure nessun cambiamento.
Il libro di Ernesto Aiola ci presenta fin da subito un uomo con una laurea in lettere che tenta di fare delle sue competenze un lavoro “eppure, ero costretto ad ammetterlo, la bibliotecaria coi baffi non aveva torto. Gli anni che erano seguiti non erano stati altro che una lunga, umiliante discesa nel maelstrom del bracciantato intellettuale, tra correzioni di bozze, penose traduzioni dall'inglese tecnico e commerciale, articoli sottopagati, stage non retribuiti e persino lettura e valutazione di testi per conto di una grande casa editrice milanese che mi pagava cinquantamila lire lorde a manoscritto, compresa una scheda riassuntiva ed escluse le spese di viaggio verso gli uffici di quel tempio della cultura in cui mi toccava ridiscutere scelte e giudizi davanti a stagisti poco più̀ che ventenni, più̀ ignoranti ma non meno pezzenti di me.”  e a volte bisogna ringraziare le situazioni sconfortanti se quella sofferenza fondatrice crea altro.
Un altro lavoro.
Il racconto ci presenta un ragazzino insieme ad un amico in un gioco con le pietre ed il lancio di una pietra colpisce una giovane contadina di passaggio. Fuggire via dalla responsabilità, sembra ci dicano le prime pagine.
Sconcerta già dall'inizio questa interessante lettura, profonda e diversa dall'usuale raccontare, sconcerta quel momento del lancio della pietra, fatto senza alcun motivo, e sconcerta, nel senso positivo, ogni altra riflessione, fatta in prima persona dal ragazzino di allora, ormai uomo. “Oltre una certa età̀, riflettei con amarezza, la maggior parte degli uomini riescono a vedersi solo se hanno bisogno l’uno dell’altro. Se non sei utile, il tuo corpo esiste in una fascia al di sotto dello spettro del visibile, la tua voce vibra su una frequenza muta: se gli porgi la mano la ignorano, se gli parli non ti sentono.”
Ogni storia è una monade, parafrasando la monade di Leibniz, e così qui i vari protagonisti stanno e non stanno in rapporto con gli eventi e con i successivi svolgimenti degli eventi “Io immagino un lago. Milioni di metri cubi, e c’è qualcosa dentro di noi, una diga che gli impedisce di travolgerci. Un diaframma della volontà̀. Solo che col tempo il lago diventa sempre più̀ grande e profondo, e oscuro. Così qualche volta la diga cede e tutta quell’acqua precipita, ci sommerge. Può̀ succedere, no?”
“Non saresti qui se non succedesse.”
Aggiunsi che, per quanto mi riguardava, quella diga era una pia illusione, per non parlare del diaframma della volontà̀. L’idea di un controllo consapevole, di tenere il passato al suo posto, la trovavo ridicola.”
Quel che viene dalla lettura è una riflessione sulla volontà, sul cosa vogliamo e cosa di quella volontà si riesca fare: Una vita, una amicizia, un amore, sono frutti di una volontà?
Non si sa. Ho trovato questa storia molto ben costruita, molto utile, una storia che evidenzia il falso, la finzione, non voluto, il falso come modo per sopravvivere. “Tutti fingono di credere che il matrimonio, i giorni insieme, finiscano per chiarire le cose. Ma non è così. Sono balle. A poco a poco l’unità, la stessa consistenza dei tuoi sentimenti diventa un’illusione.”
Sia nei nostri rapporti individuali, benché li crediamo veri, che nei social manovrati “In pratica riorientiamo la corrente di opinione negativa che i nostri clienti, per i motivi più̀ vari, hanno avuto la sfortuna di suscitare. Il primo passo, il lavoro sporco, è l’acquisto dei follower. Li prendiamo a pacchetti di duemila per venti euro. Ma questo lo fanno tutti, serve solo a far massa, a millantare credibilità̀ e influenza, e di solito prima o poi si viene scoperti. Noi cerchiamo di fare in modo che succeda poi, quando non gliene frega più̀ niente a nessuno.” Sembra di uscire da Ready player one, l’ultimo film di Spielberg, il gioco e il virtuale hanno ricadute in avvenimenti reali. Dunque la vita riflessa chiede a noi: Di cosa siamo responsabili? Riflettiamo.
Ippolita Luzzo 

Recensione su Liberi di Scrivere https://liberidiscrivere.com/2018/04/04/la-vita-riflessa-di-ernesto-aloia-bompiani-2018-a-cura-di-ippolita-luzzo/ 

Ernesto Aloia è nato a Belluno, il 5 dicembre 1965. Laureato in lettere, vive a Torino. Il suo primo racconto, dal titolo Nel cortile in un angolo d’ombra, è stato pubblicato nel 1995 su Maltese Narrazioni. Per minimum fax ha pubblicato nel 2003 Chi si ricorda di Peter Szoke?, e nel 2006 Sacra fame dell’oro. Il racconto La situazione è stato pubblicato in precedenza nella raccolta La qualità dell’aria. Storie di questo tempo (2004), a cura di Nicola Lagioia e Christian Raimo. Nel 2007 esce il suo primo romanzo, I compagni del fuoco (Rizzoli). Nel 2011 esce il suo secondo romanzo, Paesaggio con incendio (minimum fax). È stato redattore nella rivista letteraria Maltese Narrazioni, uscita dal 1989 al 2007, su cui ha anche pubblicato diversi racconti. Lavora come bibliotecario, occupandosi di catalogazione e reference, nella Biblioteca “Giovanni Tabacco” del Dipartimento di Storia dell’Università di Torino.

domenica 1 aprile 2018

OndAnomala di Mimmo Crudo & Lady U la luce in musica

La luce che rimane:
OndAnomala
La danza dei capelli in una nuova dimensione.
Francesca è Onda anomala.
OndAnomala in concerto a Lamezia Terme 
Francesca Salerno Voce, Mimmo Crudo Basso,Vincenzo Oppedisano Chitarra, Federico Placanica Batteria e al violino Beatrice Limonti.
Tu ci sei: Frontman di OndAnomala Francesca Salerno vive e conquista la scena, vittoriosa, ha sciolto i suoi lunghi capelli e canta col corpo, con la voce, coi gesti, canta danzando fili sottili, canta: Vorrei che l’uomo avesse un’altra dimensione, vorrei che non finisse la voglia di reagire, eppure è facile cadere. Siamo piume al vento, erranti.
Siamo capelli al vento, questa sera  come l’altra sera  alla danza dei capelli di Francesco Loccisano.
I capelli scuotono le coscienze e invitano al fare, a battere il ritmo della volontà. 
La rassegna musicale Terra tra due mari per Settembre al parco potrebbe proprio chiamarsi così La danza dei capelli, capelli che trasportano nel vento il canto migliore del sud. Il canto della grande qualità e bravura. Musicisti di abilità eccezionale, alla chitarra battente, con Loccisano, l’altra sera, e questa sera al basso Mimmo Crudo, bassista e colonna portante del miglior periodo de “Il Parto delle Nuvole Pesanti” e Francesca “OndAnomala”: OndAnomala nasce a Bologna da una idea di Mimmo Crudo con Francesca Salerno e Checco Salerno, alla chitarra. Checco, durante la preparazione della compilation, non è più con loro, però rimane, entra ed esce in punta di piedi, leggiamo nella copertina a lui dedicata. Tu ci sei, canta Francesca.
Tutti bravissimi. Alibi alibi alibi, mi incanta, affoga dentro il male la nostra civiltà.
Il ritmo ci fa muovere mani e piedi ed intanto i testi ci chiedono adesione a pensieri sulle cose che mi restano, le cose che restano non sono quelle che vorrei.
Ho preso appunti sentendo i suoni del violino, il respiro e le onomatopee di Francesca, quel riprodurre difficoltà e speranza, rabbia e riscatto in musicalità vitale. 
Scrivo fra le nuvole sono una donna che non ha più nulla nulla da vincere o da perdere.
Vive a Riace Francesca e vede ogni giorno destini rubati, migranti,  il mare... immenso sudario
Ne chiama uno Acikof, lo chiama più volte: Acickof  Dance.
La tragedia di moltissimi uomini giunti sulle spiagge di Riace e senza permesso, quel permesso utile a spostarsi ad andare verso l’Europa.
Acickof Song: Quel permesso chiamato desiderio. Desiderio di non essere sfruttato. Nel nuovo credo che potremmo pregare ci sta il credo è espiare quell'ora di lotta mio padre mia madre, la mia vita distrutta.
Il credo è marciare sulle anime nere. In marcia.
Fra rabbia e rancore, la musica sale, si innalza felice e dona energia. Io sono la luce, la luce che rimane. Fuori è buio ma io sono luce. Una serata incredibile, un concerto di cui ancora parleremo, parleremo ancora di Riace, e  Forse anche io al posto tuo resterei indifferente, sta cantando Francesca, però io sono luce.
Io sono luce è il nostro motivo in testa a illuminare il tutto.
Applausi 
Ippolita Luzzo 

sabato 31 marzo 2018

Roberto Saporito Jazz, Rock Venezia

 Il libro di Roberto Saporito arriva in Aprile in libreria. Questa la mia lettura.  “Adesso devi solo trovare la tua isola, ma con i soldi si trova tutto, e l’unica cosa che non ti manca in questo momento, sono proprio i soldi.
In questa parte di mondo i soldi possono anche risolvere i problemi esistenziali e chi dice il contrario mente, sapendo di mentire.”
Conosco e leggo Roberto Saporito da alcuni anni.

Elogiava la sua scrittura Nicola Vacca, critico letterario molto attento al fermento letterario, ed erano queste le sue parole nel 2014 su Satisfiction “Roberto Saporito è uno dei migliori scrittori della nostra narrativa.” “Gli scrittori veri a questo servono. A cambiare radicalmente i lettori nel bene e nel male ma anche al di là del bene e del male. Perché quello che conta quando chiudiamo un libro è cercare di capire se le pagine scritte fanno parte di noi. Con i libri di Roberto questo accade. Ma lui è uno scrittore vero.” Credo come Nicola che Roberto sia uno scrittore vero e credo che questo suo libro, da poco uscito per la casa editrice Castelvecchi, sia uno dei suoi racconti più interiore e intimo. Mi ritrovo proprio in questa storia, raccontata tra una musica jazz e rock in cui Venezia resta protagonista assoluta e suona con noi e i My Velvet Red.

“Stai pensando che la solitudine si combatte con l’estremizzazione della solitudine stessa, mettendo a nudo il proprio cuore davanti al nulla totale. Che un’isola è quello che ti ci vuole in questo momento. Un’isola e un motoscafo per scappare dall'isola quando il bisogno di vedere altre persone diventa veramente impellente, necessario, non un obbligo sociale, ma una cosa cercata unicamente nel momento in cui diventa urgente vedere davvero altre persone, come una forma di misantropia benigna”

Le nuvole di Venezia:  “Sposti lo sguardo al cielo striato da nuvole grigie sovrapposte da nuvole meno grigie, sovrapposte ad un ulteriore strato di nuvole bianco sporco, merlate e frastagliate e lievemente in movimento, nuvole che attraversano silenziose la laguna.”

E intanto quello spazio interiore vissuto dalla solitudine. “È che non sei più abituato alle case vuote tutte per te, la tua casa da troppi anni sono gli alberghi, non sei abituato alla solitudine, non sei abituato ad un luogo dove non si può ordinare la colazione in camera semplicemente alzando la cornetta di un telefono, dove uscendo dalla stanza si incontra sicuramente qualcuno, mentre qui fuori non c’è nessuno”

Leggo e vorrei tratteggiare e salvare e riportare intere frasi molto vicine al camminare e con in testa l’ultimo di libro di Thomas Bernhard "Camminare".
e da Roberto Saporito “Camminare così, con questa andatura da persona che sembra che stia davvero andando da qualche parte, da persona con una vera meta da raggiungere quasi con una certa fretta, mi calma, mi dà equilibrio, mi azzera i pensieri fastidiosi, mi alleggerisce il peso che spesso mi grava sulle spalle, che mi provoca dolorosi mal di schiena, e mal di testa” Con Roberto andiamo via sull'isola, la nostra isola letteraria che stasera ci salva, senza bisogno di soldi, con un buon libro in mano.
Ringraziando l’autore.
Ippolita Luzzo 

Pablo Paolo Peretti Cinque streghe danesi e un poeta

Piccoli cerchi che si espandono.
La coincidenza del sabato santo lega le poesie di Pablo Paolo Peretti ai riti religiosi della settimana santa, una settimana in cui la Chiesa celebra il sacrificio, la morte e la resurrezione.
Nel libro di Pablo le donne sono protagoniste anch'esse di martirio, furono duemila in Danimarca  le donne accusate e uccise per stregoneria. Torturate dal tribunale dell'Inquisizione con spietatezza, già  nel 1487, l'inquisitore Kramer descriveva e consigliava i trucchi per svelare chi fosse una strega. Da allora fino al 1700, le donne ostetriche, studiose, o con forte carattere, venivano bruciate al rogo. La Chiesa vedeva in loro il maligno, vedeva nella forza, nella conoscenza, la morte e il peccato. Secoli bui.
Di queste donne il poeta sente ancora le voci e ne sceglie cinque, cinque donne a cui dare voce, cinque donne da fare parlare all'alba degli anni duemila, anni altrettanto problematici per chi vuole vivere di conoscenze e di autenticità.
Johanne, Giertrud, Anna L., Maren, Anna B., parlano attraverso Pablo, il medium, il poeta tramite, lui che è voce e vive insieme a loro. Lui sceglie di firmare insieme a loro la prima delle dieci poesie che ogni donna avrà per presentarsi al mondo. 
Mi succede alcune volte di intercettare amicizie e sinergie, amicizie e compagnia, lontane nel tempo e nello spazio, e sono felice di avere  qui con me questi versi in cui vi è amicizia e somiglianza fra le donne ingiustamente arse e noi, fra il poeta e le donne, e lo stesso disprezzo verso le tante ingiustizie. Maren Spliids messa al rogo nel 1641
Il vostro sputo
il vostro disprezzo
lo porterò 
dentro quel fuoco che vi libererà di me. 
E voi vi sentirete sollevati
condannandomi 
a rinascere dalle mie ceneri.
Cominciate a chiudervi in casa. 
Il mio bussare alle vostre porte 
non conoscerà tregua.
Sembra di vedere Maren e Pablo insieme alle altre,  sul palco della nazione Danimarca, di ogni nazione, di vederli mano in mano, di vederli in piedi, dritti, davanti ai regnanti, ai cardinali, ai giudici, ai torturatori. Sembra di sentire quel bussare, nella potenza evocativa del verso, nella forza della poesia.
Cinque donne innocenti e un poeta. 
Giertrud morta nel 1577
la sua quotidianità, 
Una tovaglia a fiori/che contrasta con un giardino/millecolori./ Seduto/mangio pane e estate/lasciandomi provocare da una mosca/...
Sono erba, luce e cielo    
e l'ultima strega condannata a Ribe, Danimarca, nel 1652, Anna Bruds: Sei il fiore/ dentro il bicchiere/ quello/ che colora questa stanza.
Ed ancora nei cerchi che si espandono 
Mi piacerebbe fermare la vita su queste mie fantasie di uomo solo il dialogo con  Johanne, diventa un cerchio che si allarga sempre più.
I cerchi di Pablo
Ippolita Luzzo 


Pablo Paolo Peretti è nato il 5 Ottobre 1957 a San Donà di Piave, Venezia. Dal 1999 abita a Copenhagen. Le sue pubblicazioni sono Crowded Airports and Tired Queens / Aeroporti affollati e stanche regine (2016); Cucina di rabbia e poesia (2015). Ha scritto poesie contenute nei romanzi Olivia e Noi due come un romanzo (Mondadori) di Paola Calvetti. Nel 1994 è stato freelance e opinionista per il mensile Moda (Nuova Eri). Sue poesie sono state lette su RAI3 e citate su importanti riviste italiane.

giovedì 29 marzo 2018

La spartenza a chitarra battente: Francesco Sicari e Francesco Loccisano

Sono passati quasi dieci anni dal giorno in cui andai da Giacinto Lucchino per costruirmi una compilation di canzoni per l'unico compleanno io abbia festeggiato. Mi ricordo quanto mi sia sentita compresa e quanto nel tempo noi tutti abbiamo riconosciuto a Giacinto e fratelli una competenza musicale e una sensibilità sociale. Plaudo quindi alla scelta dei musicisti sul palco dell'auditorium del liceo Tommaso Campanella.
Due gruppi si sono alternati e  hanno confluito in un canto da me amato: La Malarazza, u cristu in cruci. Mi sembrava di rivedere Mimmo Martino sul palco, con La Mattanza, mi sembrava di risentirlo parlare a cena accanto a me, dopo quella nostra partecipazione a Tabula rasa, sul palco di Reggio Calabria.
Ippolita, mi diceva, hanno distorto tutto, Modugno ha usato male un testo, lo ha piegato a fini commerciali. Mi spiegava anche altro e io non ho preso appunti, ma rivedevo ieri sera negli occhi e nella voce di Francesco Sicari, cantautore di origine di Briatico, la stessa dolente adesione ad una realtà di distorsione.
Sul palco dove si è esibito con la partecipazione della prima violinista dell'orchestra di Ennio Morricone, Prisca Amor, Massimo Cusato e Attilio Costa, Francesco Sicari incontra Francesco Loccisano.
Con lui, chitarra battente, parlerà di spartenza, del dolore di lasciare questa terra, e  insieme ricordare  Tommaso Bordonaro,  una data, 15 agosto 1988, per descrivere cosa sia, e come si possa definire, La Spartenza, in un diario, in una canzone, su un palco.
La chitarra di Francesco Locisano batte il ritmo, batte il tempo, batte la storia infigarda del sud, la batte proprio. 
Francesco Loccisano ha fatto parte dei Taranta Power di Eugenio Bennato, ha collaborato in un live con Gianna Nannini, con Vinicio Capossela, con il percussionista Andrea Piccioni, e ieri sera insieme a Tonino Palamara e Nicola Scagliozzi ci avrà suonato i brani del suo album Solstizio.
Risuonava la musica battente contro un sud in cui il retaggio del pressapochismo è difficile da sconfiggere, contro un sud avvelenato e mediocre.
 Nemmeno contro, in effetti, perché se stai lottando contro hai già un nemico da combattere e un campo di battaglia e non fantasmi.  
Il sud è territorio di fantasmi. E nella sparizione del tutto risuona limpida la protesta ritmica battente di musicisti per davvero. 
  
I protagonisti sul palco sono artisti riconosciuti e di grande virtuosità, ho fatto fotografie sfocate e solo queste mi sembra siano degne di essere messe in pubblico, chiedo scusa,  resta per me una grande fortuna aver potuto applaudirli. 
Ippolita Luzzo 


 "Ieri sera vi era una rassegna nata da un'idea di Ecsdance con la provincia di Catanzaro e ora da due anni sviluppata con Sorvolandia nella manifestazione Settembre al Parco Terra tra due mari"   

mercoledì 28 marzo 2018

Lampi e Ispiere da Ravasi a Perec in EDB


Le Ispiere, Il raggio di sole, collana della EDB, illuminano il buio con Gianfranco Ravasi La voce del silenzio.
I Lampi d'autore, collana di autori quali Anatole France, Il procuratore di Giudea, oggi ospitano Georges Perec, La Cosa. 
Fra Lampi e Ispiere oggi, fra i lampi che squarciano il cielo durante un temporale e danno un fugace bagliore, benché si aprano nella vastità della volta celeste, alle ispiere, quei raggi di sole sottili, che attraversano le fessure illuminando ambienti bui.
Le ispiere: La collana della #EDB prende il nome dell’ispiera, il raggio di sole che illumina la polvere e si rende visibili nella oscurità. Un raggio di sole nel buio. Un sottile rigo di luce. Righiamo di luce il buio, sembra dicano entrambi i testi e soprattutto questo del cardinale Gianfranco Ravasi, La voce del silenzio. Fra buio e luce, costrizione e libertà, male e bene. 
L’universo mutevole, il linguaggio rigido. Nel buio della parola parlata ci sta l’ispiera, il silenzio sottile che illumina la conversazione nella semioscurità "Il termine ispiera compare nel Codice Riccardiano 1341 come traduzione di un passo del vangelo apocrifo dello Pseudo Matteo in cui si narra un gioco d'infanzia di Gesù che cavalca l'ispiera del sole."
Accosto con commozione queste due collane, e nella luce di lampi e ispiere scorgo quella linea, quella luce, quel momento in cui ci si accorge di essere stati nel buio.
Leggo il libro di Ravasi, La voce del silenzio, e ogni frase racchiude e apre riflessioni, i passi della Bibbia sono simboli.
 Siamo sul monte Sinai insieme al profeta Elia, il primo dei profeti, aspettiamo di incontrare Dio. Come Elia, perseguitati dalla cattiva regina Gezabele, cerchiamo il messaggio della salvezza.
Sul monte Sinai Dio si rivelerà nel mormorio di un vento leggero, una voce di silenzio sottile.    
Siamo nel giardino fiorito del Cantico dei Cantici, così lo ha chiamato Thomas Eliot, il giardino fiorito in quei dieci giorni di primavera, una linea sottile di giorni fra il sole bruciante dell’estate e il freddo gelido dell’inverno. I fili d'erba spuntano fiduciosi.Simboli.  
Nella diafania della parola i simboli che noi siamo. Piacerebbe moltissimo a Fabrizio Coscia questa diafania, la parola così trasparente da riuscire a mostrare la luce che sta al di là, l’essenza, la sostanza delle cose. Fabrizio Coscia chiama "La bellezza che resta", questo svelamento, il gesuita Teilhard De Chardin diafania: "riuscire a mostrare la luce che sta al di là, l'essenza, la sostanza delle cose, e non diventare uno schermo opaco"
 Pagine di una trasparenza diafanica leggiamo nella Bibbia
 Il grande codice, La Bibbia, la stella polare, chiama Ravasi il testo biblico, la stella polare di riferimento per colorare, musicare e interpretare.
Scrive Chagall:"La Bibbia è l'alfabeto colorato della speranza"
Non è sufficiente denunciare l'artificio di una costrizione per trarre, dalla sua soppressione, l'occasione di una qualsivoglia libertà, dice Perec, quasi dialogando con Ravasi,  La costrizione è ciò che permette la libertà scrive ancora Perec nella Cosa e Ravasi risponde paradossalmente con "Se non esistessero il male e la sofferenza nell'Occidente non sarebbe quasi esistita buona parte della filosofia". Se non esistesse il buio, il male, la costrizione e l'ingiustizia, come potremmo vedere le ispiere?
Ippolita Luzzo
  

martedì 27 marzo 2018

Agnès Varda e JR al cinema San Nicola di Cosenza

"Non ci siamo incontrati su una panchina, non ci siamo incontrati alla fermata di un tram, non ci siamo incontrati alla cassa di un bar, ci siamo sfiorati e non ci siamo incontrati. Poi però ci siamo incontrati." Comincia così il film di Agnès Varda e JR, lei un nome della Nouvelle Vague, regista, e lui fotografo, curioso di ingrandire i volti che entrano nel suo camioncino fotografico.
Iniziamo a viaggiare con loro nei villaggi francesi profumati di lavanda, nei villaggi di minatori ormai abbandonati, al porto di Le Havre, e andiamo a vedere un bunker precipitato sulla spiaggia e diventato la culla di un momento per un amico defunto di Agnès. Dondola dondola il vento lo spinge e poi la marea tira giù l'immagine incollata il giorno prima da JR.
Sparita, pfui.
Eppur ci resta quella tenerezza dell'istante, ci restano insieme le immagini di quell'ombrellino bianco e fatto di trine, ricordo di un matrimonio di molti anni prima, e messo in mano alla ragazza del bar, fiabesco personaggio ora che sta incollata su un muro, ci restano le risate di quella panchina da dove Agnès non potrebbe scendere se non con l'aiuto di JR.
Ci resta quell'immagine sfocata degli occhi di JR, lui toglie gli occhiali per fare un regalo ad Agnès, per consolarla del rifiuto di Godard, e lei non riesce a vederli. Non riusciamo a vedere gli occhi, la nostra visione sempre parziale sarà, offuscata, sembra ci dica Agnès. 
Resta la piacevolezza dell'incontro fra generazioni lontane, questa è proprio il grande regalo dell'arte, andare oltre il corpo, le rughe, gli impedimenti e saltare il dislivello con la voglia, l'incoscienza e la follia di esserci, di guardare, non appannati, di guardare oltre miopia, presbiopia e cataratta. Andare in quel piccolo cimitero di dieci tombe e salutare Henri Cartier-Bresson, andare da Godard e non essere ricevuti. 
Ti voglio bene lo stesso, scrive sul biglietto a Godard una dispiaciuta Agnès.
L'ho capita: Come se io andassi da una mia cara amica che mi ha bannato e scrivessi uguale.
D'altronde si vuole bene a ciò che ci piaceva fare con loro, a ciò che abbiamo conosciuto insieme e tutto si porta con noi, nel nostro costruire identità, se è stato vivente l'istante, se sono stati viventi gli anni e le conversazioni.
Elogio al vivente, alla serenità, a quella grande gioia che ci fa saltare dalla sedia, prendere l'auto e andare, pioggia o non pioggia, al Cinema San Nicola.       
 La tela e lo schermo continua oltre; la quarta edizione della rassegna di "Falso Movimento", patrocinata dal Comune di Cosenza al cinema San Nicola, ha indagato il rapporto tra cinema e arti visive, con Egon Schiele, "La morte e la fanciulla" e  ieri sera "Visages Villages". Cito solo i due film dove ci siamo incontrati, io e il cinema San Nicola, come Agnès Varda e JR, insieme a chi si riconosce per assonanza, consonanza, somiglianza e avvia un motore di ricerca verso altri volti, altri spunti di conoscenza, nel regno felice delle opportunità e del caso.
Nel film, delizioso, la Varda dice a JR: Il caso è il migliore dei miei assistenti, e noi con lei, noi, partecipanti alla visione del film, noi che ci tratteniamo a fine serata davanti al cinema a parlare di visioni, di ponti, di associazioni mentali, noi diciamo lo stesso, augurandoci di partire come lei, e con lei poi fermarci su quella panchina insieme a JR, insieme a Mara, Gianluca, Daniele, Giuseppe, insieme al cinema che ci fa incontrare. 
Ippolita Luzzo