domenica 10 dicembre 2017

Maria Antonietta Ferrarolo e Giorgio Biferali fra lo scoiattolo e il gattopardo

Più libri più liberi, la grande vetrina annuale della media e piccola editoria indipendente, inizia così, con "Lo scoiattolo della penna" di Giorgio Biferali che gioca con "Il Gattopardo raccontato a mia figlia" di Maria Antonietta Ferrarolo. 
Incontro voluto da una collana per ragazzi, dagli 11 anni in su, La Nuova Frontiera, una collana pensata per far conoscere i grandi autori del Novecento italiano. 
Questi sono i primi volumi.
Ve li presento con pochissimi appunti da Litweb. 
Italo Calvino, lo scoiattolo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il gattopardo. 
I due autori si mettono al servizio della letteratura con semplicità e con rispetto, offrendo ai tanti alunni delle scuole di Roma un'ora di piacevole conversazione.
"L'obbligo è diventato un piacere" racconta Giorgio, ricordando se stesso alunno, figlio di una prof di filosofia, e poco attratto, da bambino, dalla lettura. Un bel giorno scoprì " I sentieri dei nidi di ragno" di Calvino e nacque la sua meraviglia.
" Scuola vuol dire riposo, spazio libero, spazio di sperimentazione" argomenta Maria Antonietta, ricordando come la scuola sia il luogo del pensiero e non del lavoro. 
Una lezione lieve e di invito ad assaggiare, a guardare, da passeur, le offerte letterarie, a loro volta di passaggio sulla vetrina della nostra letteratura. 
Ritorno a casa con questa figura del passeur, evocata da Giorgio, ben delineata da Pennac in una sua lezione magistrale a Bologna.
Il passeur, colui che ama i libri, li legge e li porta a spasso, facendoli incontrare con altri libri. offrendo un foglio, una citazione, per incuriosire un ragazzo, un alunno, un amico, donando in regalo un titolo, una trama, un racconto. 
Il passeur ci regala l'immaginazione, la serenità di leggere senza obbligo, leggere come piacere e godimento.
Ippolita Luzzo  

"#Piùlibripiùliberi: il passeur di Pennac 
Altri, per fortuna — professori, critici letterari, librai, bibliotecari — preferiscono essere dei passeur . Ed è ben più di un ruolo, è un modo di essere, un comportamento. I passeur sono curiosi di tutto, leggono tutto, non si accaparrano niente e trasmettono il meglio al maggior numero di persone.
Passeur sono i genitori che non pensano solo ad armare i figli di letture utili a farli laureare al più presto, ma che, conoscendo il valore inestimabile della lettura in sé, sperano di farne lettori di lungo corso.
Passeur è il professore di lettere la cui lezione ti fa venire voglia di correre subito in libreria. E costui non si limita a insegnare la letteratura francese in Francia, l’italiana in Italia o la tedesca in Germania, ma apre tutte le frontiere letterarie, dà accesso all’Europa, al mondo, all’umanità e a tutte le epoche della letteratura.
Passeur è il libraio che inizia i suoi giovani clienti agli arcani della classificazione, che insegna loro a viaggiare fra generi, soggetti, autori, paesi e secoli… che fa della libreria il loro universo.
Passeur sono gli universitari che non vogliono formare soltanto dei chirurghi della letteratura, ma degli stimolatori della coscienza, degli attivatori della meraviglia.
Passeur è il bibliotecario capace di raccontare i romanzi presenti sui suoi scaffali!
Passeur è l’editore che si rifiuta di investire solo nelle collane di best seller, ma che non per questo si chiude nella torre d’avorio della letteratura sperimentale.
Passeur è il critico letterario che legge tutto, scopre e invita a leggere il giovane romanziere, il giovane drammaturgo, il nuovo poeta, o che risuscita la grande penna dimenticata anziché gongolare delle proprie raffinate stroncature.
Passeur è il lettore la cui biblioteca contiene solo pessimi romanzi o saggetti di quart’ordine perché i libri migliori li ha prestati e nessuno glieli ha restituiti. D’altronde l’atto di leggere è per definizione un atto di antropofagia, perciò è assurdo aspettarsi che un libro prestato sia restituito.
Passeur supremo, infine, è colui che non ti chiede mai la tua opinione sul libro che hai letto, poiché sa che la letteratura ha ben poco a che fare con la comunicazione. Per quanto desiderosi di trasmettere, siamo anche i guardiani del nostro tempio intimo. 

sabato 9 dicembre 2017

Pentadattilo Film Festival XI

Pentadattilo in festival: l'XI edizione del Pentedattilo Film Festival.
Litweb con Pentadattilo Film Festival  
Partecipa il cortometraggio "Fu" vincitore del LFF, svolto da poco  a Lamezia Terme.
Sabato 9 Dicembre: Stasera lo spettacolo previsto  alle 17.30 nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo. 
Giorgio Colangeli,  di ritorno dall'affermazione al David di Donatello e ai Nastri d'Argento, presenterà lo spettacolo "E quindi uscimmo a riveder le stelle" recitando  i primi canti del Purgatorio dalla Divina Commedia di Dante Alighieri.
Workshop di animazione, creazione e narrazione saranno curati dalla stessa Bognar e da Marino Guarnieri, protagonista della serata finale con la doppia proiezione de "La Gatta Cenerentola". 
Oltre 40 cortometraggi, tra documentari, corti di finzione e di animazione: si va da "Delicatessen", del citato regista Chen, ad "Aloha", di Charlotte A. Rolfes, a "Pastel", di Robert Shupe, dal corto di animazione "Vittorio De Seta Maestro del Cinema", di Simone Massi, a "Touch" di Noel Harris, a "Le Retour du train" di Sara Grimaldi.
entusiamo per i corti "Brazuca" (Grecia) e "Watu Wote" (coproduzione Germania\Kenya) . Applauditi Americo Melchionda e Maria Milasi nel doppio turno di proiezione del corto "Non toccate questa casa-The Angry Men", fra Reggio e Pentedattilo, dove si è esibita l'orchestra giovanile Alvaro. Fra  i protagonisti di questa edizione la regista ungherese Eva Katinka Bognar, docente  di animazione digitale presso l'Università di Budapest, Fenglin Chen che proviene da Macao, l'israeliano Basil Khalil il cui curriculum annovera nomination agli Oscar e Palma d'Oro a Cannes e Tino Franco, con una casa di famiglia proprio nei pressi di Melito Porto Salvo. Sarà una proiezione speciale durante la quale il Maestro Ugo Gregoretti riannoderà i fili della memoria di quel tragico sisma che nel 1908 devastò i territori di Messina e Reggio Calabria
 Al Festival hanno partecipato gli alunni  degli Istituti Comprensivi De Amicis-Bolani, Vitrioli-Principe di Piemonte, del Convitto Campanella di Reggio Calabria e dell'Istituto Jerace di Polistena, dei Licei Gulli, Volta, Da Vinci, Campanella di Reggio Calabria ed I.S.I Fermi di Bagnara -
Da segnalare l'inaugurazione della mostra "Caduti dal mare" di Fabio Orlando in anteprima assoluta, una co-produzione originale Exodus Calabria società cooperativa e Ram Film ore 17.15 presso la chiesa di SS. Pietro e Paolo,  che lega in forma di gemellaggio il PFF con l'università della Southern California (U.S.A)
 Tutti gli altri dettagli sul sito ufficiale: www.pentedattilofilmfestival.net e i canali social sempre attivi.

lunedì 4 dicembre 2017

Ricrii al quindicesimo anno di età

Una grafica deliziosa e verde abbraccia nella trasparenza le foglie dell'albero che giganteggia col tronco proteso verso il cielo. Una Quercia, suppongo, anzi no si tratta del Platano millenario di Curinga  facilmente "visitabile"e fotografato da Aldo Tomaino. 
Sdraiato nell'incavo, un paio di jeans e una maglietta rossa testimoniano la misura della presenza umana quando essa va in pace nella natura.
Si parla stamattina di natura e nature, nelle varie nature che studiavamo a scuola: vegetale, animale, minerale, umana.
Conferenza stampa al Tip.
Presentazione del programma RICRII 15 nature.
Incendi e alberi. Montagna e distanza.
Noi e la complessità di vivere in anni sottotraccia. Sotto la traccia del teatro con Daniele Timpano ed Elvira Frosini, noi con Dario Natale che ora sta esponendo le particolarità di ogni spettacolo scelto per la stagione 2017/18 per dare a chi ritorna a Lamezia la stessa opportunità di chi vive in una grande città: poter assistere a spettacoli interessanti e di respiro nazionale. W RICRII
Alla comunicazione Valeria D'Agostino.
Dario Natale, direttore artistico della rassegna, si sofferma su ogni spettacolo e di ognuno riesce a darci le connotazioni forti per cui è stato scelto. Io vi parlerò del primo e dell'ultimo, rimandandovi tutti a leggere le proposte e a fare abbonamento.
Acqua di colonia, di Elvira Frosini e Daniele Timpano, è uno studio sul colonialismo italiano in Africa. Sulla scena una donna africana starà muta ad osservare gli anni, gli arrivi e partenze di soldati e sfruttatori occidentali su un suolo caldo, caldissimo di conseguenze. 
Il 9 e 10 marzo Fare pubblico2 Teatro primo 
il ripetersi di un seminario con gli studenti nell'inaspettato che nascerà quando incontreranno il teatro vivo. 
Teatro primo che adoro, essendo loro amici di Rocco Carbone, avendo forse conosciuto Rocco Carbone, ed amandolo come lo dovremmo amare noi tutti, leggendo i suoi libri. 
Seguiremo quindi da Litweb ogni spettacolo plaudendo Dario Natale e tutti coloro che vi partecipano. Un bravo particolare a Domenico D'Agostino per la grafica. 
Ippolita Luzzo 
    

domenica 3 dicembre 2017

Tu mi turbi, cara turba. Il popolo commentante

La turba: Definizione di popolo commentante. Tu mi turbi cara turba, nuovo canto rap sulla turba che conturba. 
I commenti a valanga augurano morte subitanea alla Iena colpita da aneurisma, augurano ogni sorta di malvagità a qualsiasi individuo venga additato come mostro.La turba va contro una pubblicità, contro un regista, contro persone di cui non sa.
E la turba va col suo turbine innestato.
Il mostro è da scorticare, appendere, squartare.
I commenti i susseguono a ripetizione verso chi viene accusato di molestie. Saranno vere o false le accuse la turba incalza.
Distrugge. 
Prendiamo un vocabolario e troviamo il significato di turba: Volgo, marmaglia, accozzaglia. Qualcosa di molesto. 
Commenti pubblici sotto articoli di giornali, sotto la Stampa, La Repubblica, commenti a loro volta fomentati da articoli di altri giornali.
La turba sembra abbia potere, sembra stia pronta all'attacco, sembra viva e contro di noi. 
Contro chiunque tenti un ragionamento pacato, contro chiunque voglia riflettere e invita a non augurare il male a nessuno.
Contro tutti la turba sta.
Immemore. Incosciente. Immorale. Intollerante. Ignorante.
Inetta, direbbe una mia amica. Turba inetta. E da inetta la turba inietta ogni genere di malvagità.
Ed allora cantiamola come un canto rap, cantiamola anche a chi mi accusa di fare la maestrina, a chi mi accusa di bacchettare turbanti e turbative, turbolenze e turbolenti. 
Nella turba sconfinata dove le pistole dettano legge s'ode un grido nella pampa: Il commento sarà mio. 
Basta poco per eliminarlo. 
Basta poco per sentirsi onnipotenti, ci vuole molto per sapersi controllare. 
Turba, solo un canto rap per lenire il turbamento della tua esistenza. 
Cantiamola così senza rancore  

sabato 2 dicembre 2017

Ufficio delle entrate sordo alla letteratura

Equitalia, Melanide, Tasse municipali, Imu, tasse tasse tasse tasse. Arrivano richieste di pagamento dal 2012, 2013, 2014, 2015, arrivano e per inerzia cominci a pagare sconsolata. Vado al Comune a chiedere spiegazioni. Una folla di impiegati che non sa, giro fra la la folla che non sa, oppure sa e non ritiene opportuno suggerirmi una soluzione. Le leggi sono cambiate, mi dice uno. Da quando? chiedo io affranta. dal 2012, 2013, 2014. Paghiamo. 
Paghiamo e leggiamo con grande invidia questa intervista, penso che lunedì dovrò riandare al Comune, mi sono arrivati altre notizie di tasse, tasse, tasse, dovrò ripassare dal commercialista, dovrò allontanarmi dai libri e conservare, come mi consiglia mia sorella, le ricevute già pagate in una bella cartellina, altrimenti dal comune, dai vari enti, mi faranno pagare due o tre volte quel che ho già pagato e amen. Meglio conservare le ricevute che i libri. D'altronde solo per cinque anni dovrai farlo...
Mio caro scrittore:
(Da Lucia Comparato vi propongo questo articolo)

Da la Repubblica di oggi
Philip Roth
“Il romanzo non è morto ma i lettori spariranno”
DARIO OLIVERO
«Ora trascorro quattro mesi all’anno nella mia casa di campagna sperduta nel Connecticut, cento miglia a nord di New York. Fino a qualche tempo fa ci vivevo tutto l’anno, ma adesso che non scrivo più sto a New York da ottobre alla fine di aprile. In questo momento sono in città. Il mio appartamento è al dodicesimo piano, e un’intera parete è fatta di finestre da cui il mio sguardo spazia liberamente su Manhattan in direzione sud.
Vedo quasi due chilometri di luci della città — è sera — e un grande cielo nero. Ogni pochi minuti compaiono le luci baluginanti degli aeroplani che volano silenziosi da sud a nord».
Comincia così questa conversazione a distanza con Philip Roth. Una conversazione scritta, nella quale l’uomo di Pastorale americana, La macchia umana, L’animale morente, l’uomo insomma del Grande romanzo americano, lascia intravedere ancora nelle risposte la grazia addestrata da una vita di lavoro sulle parole. Si può smettere di scrivere, non di essere scrittori, come dimostrano le risposte che seguono: letteratura, politica, solitudine di fronte all’«inferno della stupidità”. Si è scrittori anche se si è presa una decisione che molti con meno talento, meno forza morale, intelligenza, autocoscienza — ed evidentemente proprio per questo — non riuscirebbero neanche a immaginare.
Non c’era più niente da scrivere? Lo spirito dei tempi andava ormai in direzione contraria?
«La decisione di smettere di scrivere narrativa che ho preso nel 2010, quando avevo 77 anni, non è stata una conseguenza dello spirito dei tempi. Il motivo è stato un altro: avevo il forte sospetto di aver ormai prodotto le mie opere migliori, e che qualunque altra cosa avessi scritto non sarebbe stata altrettanto buona. Non mi sentivo più in possesso del vigore intellettuale, dell’energia verbale e della forma fisica necessarie per sferrare e portare a compimento un attacco creativo su larga scala a una struttura complessa ed esigente come quella del romanzo. Ogni talento ha i suoi termini contrattuali — una propria natura e portata e forza, e anche una fine, una durata, un decorso. Non tutti possono essere fecondi per sempre».
Ma non si può smettere di leggere.
«Stranamente, o forse non così stranamente, ora leggo pochissima narrativa. Ho trascorso l’intera mia vita lavorativa a leggere narrativa, insegnare narrativa, studiare narrativa e scrivere narrativa. Fino a sette anni fa ho pensato a questo e poco altro. Da allora trascorro una buona parte di ogni giornata a leggere storia, soprattutto storia americana, ma anche storia europea moderna. Dopo tutti questi anni sono ridiventato uno studente, non in un istituto scolastico, ma nello studio dove prima scrivevo. Ovviamente non è altrettanto esaltante, ma è molto meno tormentoso».
Si dice che la narrativa sia un genere superato da altre forme artistiche come le serie tv e che il romanzo stia morendo per questo. Che cosa ne pensa?
«Non concordo sul fatto che la narrativa sia morta — in questo momento in America sono attivi molti romanzieri di prim’ordine.
Quello che sta diminuendo è il bacino di lettori seri, attenti e impegnati, e continuerà a diminuire a causa dell’incommensurabile popolarità dello Schermo. Prima lo schermo cinematografico, poi lo schermo televisivo, e ora lo schermo più invasivo di tutti, lo schermo elettronico in tutte le sue allettanti incarnazioni. Il fascino che un tempo la narrativa esercitava su bambini e adulti è stato distrutto dalle attrattive e dalle seduzioni della magia dello schermo. Gli scrittori continueranno a scrivere, ma il pubblico diminuirà sempre più, fino a quando un bel giorno la setta dei lettori di narrativa non sarà più numerosa di quella di chi oggi legge poesia latina per svago».
Il ruolo di un intellettuale è intercettare contraddizioni, violenze e illibertà dei propri tempi. E uno scrittore non può non sentire l’esigenza di raccontarle. È così?
«Credo che il ruolo dello scrittore sia scrivere meglio che può, e con un’immaginazione che non si lasci ingabbiare da intenti extraletterari. Non bisogna fare confusione fra la lotta del protagonista del romanzo per liberarsi da ciò che lo imprigiona e gli intenti dello scrittore nel descrivere quella lotta. La descrizione è tutto, e il mio ruolo è quello di descrivere. Riverso tutta la mia forza in questo, e lascio ad altri di decidere quale uso fare dei miei romanzi. Io mi considero un artista della letteratura, non sostengo nessun programma né trasmetto alcun messaggio».
Bellow ha detto, e lei ha dimostrato in 31 romanzi, che la lingua è una “dimora spirituale”. Pensa che questo discorso valga anche per le nuove generazioni di immigrati non solo in America? La lingua, la scrittura rivestono ancora questa importanza?
«Io direi che, se scrivi in inglese americano, sei uno scrittore americano, qualunque sia il tema che affronti e qualunque sia la tua biografia. Ecco perché, ad esempio, penso che in America la categoria “scrittore ebraico” sia fuorviante.
Quando scrivi narrativa, lo sforzo principale è rivolto a trovare la forma verbale che esprima nel modo più perfetto ciò che immagini. La mia principale responsabilità estetica è nei confronti della lingua inglese così come si è evoluta in America, la madrelingua per mezzo della quale cerco di trasmettere al mondo le mie fantasie di realtà — le mie sbrigliate allucinazioni camuffate da romanzi realistici».
I suoi personaggi Zuckerman e Sabbath si sono a un certo punto ritirati dal mondo divenendo osservatori delle vite degli altri. Lei è ancora curioso di storie?
«Io non mi sono ritirato dal mondo, o meglio, non mi sono isolato dal trambusto del mondo più di quanto abbia sempre fatto allo scopo di concentrarmi sul mio lavoro. La solitudine della scrittura che un tempo occupava le mie giornate, e non di rado anche le mie nottate, è stata sostituita dalla solitudine della lettura. Ho trascorso molte ore della mia vita da solo e non ho mai desiderato vivere in altro modo. Tuttavia, l’inferno della stupidità — l’espressione è di Saul Bellow — ci ingabbia tutti, in quanto cittadini del momento storico presente. Che tu sia solo o meno, in America non puoi sfuggire a quel che si è abbattuto su di noi».
Lei è sempre stato critico nei confronti della politica dai tempi delle sue satire contro Nixon fino a Trump.
«Il mio paese ha ingurgitato un mostro orrendo. Vedremo se riuscirà a rigurgitarlo prima che il suo veleno contamini tutto».
Lei si è impegnato molto in passato per gli scrittori dell’Europa orientale che vivevano sotto la dittatura.
Oggi in quelle regioni nascono movimenti xenofobi e di estrema destra che penetrano nel cuore dell’Occidente. È una nuova Weimar?
«Negli anni Settanta ho curato una collana per la Penguin chiamata “Writers from the Other Europe” in cui ho pubblicato narrativa scritta sotto il regime totalitario comunista in Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria e Jugoslavia.
Ora, quando sul giornale leggo dei regimi autoritari xenofobi saliti al potere in alcuni di quei paesi, penso con grande tristezza agli scrittori che ho pubblicato. In quegli anni terribili molti di loro li sono andati a trovare, e ho avuto modo di conoscerli bene. È una grottesca ironia della storia che la loro forza d’animo e le loro sofferenze nel resistere al comunismo siano sfociate, meno di vent’anni dopo, in questa profanazione della democrazia».
Come possiamo immaginare la sua vita ora? Magari in questo preciso momento.
«Sono seduto su una logora poltrona Eames che è diventata la mia casa da quando ho abbandonato il computer alla scrivania. Il pavimento tutt’attorno è disseminato di libri e riviste che sto leggendo, e accanto a me, a portata di mano, c’è un tavolino quadrato di vetro su cui sono impilati i libri che ho finito di recente e quelli che intendo leggere dopo. È straordinariamente silenzioso, per essere un appartamento newyorkese. Ho i doppi vetri per tenere lontano il rumore della strada, e dagli appartamenti accanto non sento nulla, sia perché i vicini sono tranquilli sia perché le pareti sono acusticamente isolate.
La televisione è spenta, quindi niente Trump. Appena finirò di scrivere questa risposta, mi rimetterò a leggere il penultimo capitolo di Impressioni personali di Isaiah Berlin, una straordinaria galleria di ritratti di alcune delle più grandi figure del Novecento, da Winston Churchill e Virginia Woolf ad Albert Einstein e Edmund Wilson. Ora sto leggendo dei suoi incontri con gli scrittori russi nel 1946.
C’è anche quella che è forse la più grande di tutti, la poetessa Anna Achmatova, che Berlin incontra una notte nel suo appartamento di Leningrado, dove vive come una paria, perseguitata da Stalin e dal suo regime. “Mi parlò della sua solitudine e del suo isolamento, sia personale sia culturale. Per lei la Leningrado del dopoguerra non era altro che un enorme cimitero — i pochi alberi carbonizzati rendevano la desolazione ancor più desolata”. Ora vi lascio e torno alla mia serata con Isaiah Berlin e Anna Achmatova. Cosa potrebbe esserci di meglio?».

venerdì 1 dicembre 2017

Metaintervistina 15 su WRITING BAD

 writing bad mi ha intervistato a questo link e ringrazio Walter White per le domande attente e professionali   https://writingbadweb.wordpress.com/2017/11/27/metaintervistina-15/
si scrive… si legge…

Metaintervistina 15

27 NOVEMBRE 2017 ~ WRITING BAD
Ippolita Luzzo



1) WW: Ippolita Luzzo: professoressa, lettrice “forte”, scrittrice, giornalista, esperta di letteratura, blogger, come posso definirla?



IL: Le definizioni sono per loro natura sempre imperfette.  Dal mio ruolo da professoressa, quasi come abito di vita, rimane l’atteggiamento di voler spiegare, conoscere e trasmettere. Lettrice da sempre, mi vedo  con un libro in mano, giorno e notte. Racconto spesso che mio padre mi vietò la lettura notturna. Allora io presi a nascondere l’abatjour sotto le coperte e vi infilavo la testa in un contorsionismo  che garantisse lettura e oscurità. Da quegli anni mi porto dietro miopia e scoliosi! Non credo di essere scrittrice e nemmeno giornalista. Non posseggo un tesserino. Blogger, come definizione, mi piace di più, scrivo sul blog “Ippolita la regina della Litweb” da cinque anni.  Non so se sono esperta di letteratura, non credo, più leggo meno esperta mi sento.  Scrivo sorridendo e sorridendo vorrei si leggesse di me. Ringrazio da subito per l’intervista.



2) WW: Ci racconta quale è stata la sua carriera legata al mondo della letteratura?



IL: Ho insegnato lettere e mi rimane il piacere di parlare di un libro. Da qualche anno molti scrittori mi inviano i libri, di loro volontà, aspettando un mio parere. Mi inviano libri anche alcune case editrici Indipendenti. Capita quindi, per caso, che il mio blog sia un piccolissimo luogo di consultazione e di letture condivise. Moltissimi autori mandano a me le loro opere prima che a qualunque altro lettore o blog, convinti che un mio pezzo sia un augurio di buon viaggio nelle librerie.





3)    WW: Com’era il suo rapporto con la letteratura prima del web?



IL: Letteratura è vita vera, raccontare i giorni, trasformare in narrazione ciò che ci succede. Ricordo sempre l’espressione di Tabucchi:” La letteratura deve essere come un giardino coltivato”. Tutto l’inaspettato che non viviamo, oppure se lo viviamo non sappiamo affrontarlo, in letteratura possiamo scorrerlo e scorrerlo di nuovo. In questa modalità per me letteratura è sempre stata vita. Prima del web era una vita interiore e soffocata nel silenzio, dalla nascita del mio approccio quassù è diventata una finestra sul mondo.





4)   WW:   Lei ha un forte interesse per l’editoria medio-piccola, quali sono i motivi? Cosa contesta, o cosa non attira la sua attenzione, nell’editoria con la “E” maiuscola?



IL: Editoria canaglia, mi verrebbe da cantare. La grande concentrazione non giova alla libertà. Le troppe offerte di fuffa letteraria, fatte da chi può raggiungere tutte le librerie e i centri commerciali, uccidono il talento di moltissimi autori validi che dovranno ritagliarsi piccoli spazi.

Moltissime e virtuose sono le medie e piccole case editrici come La Voland, la NNE, PaginaUno, Casa Sirio, LiberAria,  TerraRossa, NEO, Nutrimenti, Tunuè, Tempesta, interessanti nella cura e nell’attenzione verso autori e lettori.  Viene  da loro il nuovo e il fermento letterario in crescita.





5)   WW: Blog, siti letterari, che valore aggiunto danno al mondo della letteratura? Che pericoli nascondono?



IL: Ho iniziato a scrivere su un sito letterario chiuso da poco, Neteditor.  In questo luogo virtuale postavamo pezzi e racconti, sottoponendoli al giudizio dei lettori e scrittori. Le liti erano violente ma restava il fascino del dibattito, sembrava di stare in un collettivo anni settanta.  Blog e siti sono vivacissimi strumenti di vitalità letteraria, facendo opportuna cernita. Sono interessanti esperimenti di interazione. La lettura unisce e divide. I pericoli sono quelli di sempre: aggressività, intolleranza, supponenza. Basta arginarli.





6)   WW: Nella scelta e nello sviluppo di questo suo progetto virtuale, si è ispirata a qualcuno, a qualche lettura in particolare? Qual è stata l’idea scatenante o l’istinto? Quali sono i traguardi che si prefigge nel breve periodo? Nel medio? Nel lungo?



IL: Non avevo nessun progetto virtuale, quando ho iniziato a scrivere sul web, se non quella fortissima esigenza di relazione su un terreno letterario, relativo ai miei interessi vitali: la lettura. Sono poi sopraggiunte la fiducia delle case editrici, degli autori, gli inviti a far parte di Premi letterari importanti, come il Premio Brancati, in qualità di Litweb, gli inviti ai festival letterari nazionali, come il TropeaFestival Leggere e Scrivere. Anche aver vinto proprio l’anno scorso il concorso indetto da Radiolibri su Blog e Circoli letterari, quale intervista più ascoltata, mi divertì molto. Ritorno questo anno a Roma a Più Libri più liberi per salutare tutti gli amici.  Non ho traguardi, basti che funzioni, diceva Woody Allen, ed io con lui.





7)  WW: il suo lavoro è stato fonte d’ispirazione per numerosi altri blogger, crede di aver dato il via a un movimento che si ritaglierà spazi importanti e creerà un nuovo modo di vivere la letteratura, o teme di aver creato dei “mostri”?



IL: Il mio blog esiste da cinque anni. I blog ci sono da molti più anni e seguo blog collettivi e riviste,  nuove realtà letterarie. Essere con i miei pezzi su ACHAB, la rivista di Nando Vitali e Maria Rosaria Vado,  su CabaretBisanzio di Enzo Paolo Baranelli,  su Blog collettivi come Liberi Di Scrivere di Giulietta Iannone, sul blog di Giacomo Verri, su Senzaudio di Gianluigi Bodi, mi fa sentire partecipe della realtà.  Antonello Saiz e i Diari di bordo a Parma, le librerie come la sua, mi sembrano la strada. La strada esiste, si tratta di esserne padroni, illuminandola con le lanterne delle nostre letture. Chi ci legge si fida e non dobbiamo deludere. Se si scrive di un libro bisogna attenersi ad un unico principio: Non essere falsi.





8)  WW: Ci parla del suo regno, il regno della Litweb? Tra i vari aspetti collegabili a questo progetto, che spazio trova il “sistema delle relazioni” e in cosa si differenzia dallo stesso sistema originabile in altre realtà?



IL: Sistema di relazioni, mi sembra bellissima definizione del regno della Litweb. Sistema di relazioni educate. Orgogliosa io dei successi altrui. Nel regno vi sono i pezzi scritti da me e i libri di cui scrivo vincono tutti perché io scelgo i bravissimi.

Bruno Corino, inventore del termine Litweb scrive: LA LITWEB è racconto mediale. Litweb è racconto mediale, che va in scena quando la narratività coincide con l’evento raccontato, quando la performatività si sostituisce alla referenzialità.
Noi non facciamo altro che mettere negli ingranaggi della comunicazione qualche zeppa che ne inceppi il meccanismo, senza farci grandi illusioni. A proposito, ricordiamoci che, come scriveva Aristotele: “L’anima non pensa mai senza un’immagine” (De Anima, 431a, 16-17).



9)  WW: Che rapporto ha con gli autori? Senza fare nomi le va di raccontarci un aneddoto buffo, uno drammatico, uno lieto? La sua attività da blogger ha migliorato o peggiorato il suo rapporto con gli autori? E con gli editori? E con i giornalisti?



IL: Amicizia pura con tutti gli autori. Felicità vera quando posso presentare un loro libro in una scuola o ad associazioni. Rapporti splendidi con case editrici e giornalisti. Essere io in un regno a parte, inesistente, evita e annulla la conflittualità. Uno degli episodi più simpatici mi sia accaduto fu a Casa Berto, un anno fa. Si teneva la premiazione del vincitore ed erano presenti fra i giurati D’Orrico del Corriere della Sera e Alessandro Zaccuri dell’Avvenire. Io ero andata  grazie al passaggio amicale  di Nicola Fiorita e Giancarlo Rafele, in arte Lou Palanca, autori di “A schema libero”, ora. Ebbene andai da entrambi, da D’Orrico e da Zaccuri, e dando la mano mi presentai: Sono la regina della Litweb. Entrambi accolsero la notizia con aplomb giornalistico. Con Zaccuri nacque bellissimo scambio di letture e affettuosità sui suoi libri “Lo spregio” e “ Come non letto” e sono felicissima del Premio Mondello  vinto da poco. Nel domani aspetterò D’Orrico sulle pagine della Lettura.





10) WW: Come cambia la recensione di un libro all’aumentare dei lettori che leggeranno questa recensione? Preferisce leggere una recensione frutto di teoria e tecnica con tutte le sue brave regole o una viscerale, soggettiva, non professionale? Stessa domanda per quanto riguarda scrivere una recensione…



IL: Non credo che le recensioni spostino granché in termini di vendite, bensì sono utili a far nascere curiosità, a far sì che giri un titolo. Per vendere basta un’ospitata televisiva in prima serata. Si può  con una recensione amabile e non troppo specialistica raggiungere lettori e creare comunità. Questo il fenomeno di ora. La nascita delle comunità di lettori attorno ad un libro, “Billy e il vizio di leggere” è una delle più seguite.



11) WW: Un aspirante scrittore oggi dovrebbe: seguire i canali tradizionali per arrivare alle Ce, partecipare a quanti più concorsi possibili, veicolare i propri scritti tramite il web, procedere con il self publishing…?



IL: Molti consigliano ad una aspirante scrittore di frequentare una scuola di scrittura qualificata, potrà almeno conoscere qualche nome. I suoi professori, intanto. Alcuni consigliano di trovare una buona agenzia letteraria, ed io credo ve ne siano ottime.  Un buon esercizio è partecipare ai concorsi letterari, trovo ottimo il Premio Calvino, per esempio, così come sono ottimi i consigli che Vanni Santoni ripete da sempre. Scrivere e farsi conoscere sulle riviste letterarie.



12) WW: dal web si avvistano in anticipo le avanguardie letterarie? Chi ha il diritto e la competenza per stabilire se una presunta avanguardia rappresenti un fenomeno culturale, un segno dei tempi?



IL: Credo che leggendo sul web si trovino i segni del tempo. Sulle pagine dei social  sembra si sia rifugiata l’avanguardia, chiamiamola così, io direi retroguardia,  in senso positivo, una retroguardia che difenda tutto il serio, il vero, il significato di cosa voglia dire scrivere.



13 ) WW: Con quali percentuali incidono nel creare un best seller: autore / agente / editore / distributore / critica.



IL: Chi crea un caso letterario oggidì? I followers, dicono i giornali. Più followers hai, più vendi libri, più followers hai, più le case editrici ti pregano di scrivere un libro. Non sai scrivere? Non fa nulla. Te lo scriverà qualcuno che saprà mettere insieme due frasi e tu potrai metterci la firma. Guardo smarrita la maggior parte dei libri costruiti così e ormai non li vedo più. Vendono.  Troveranno recensori che ne parlano bene, troveranno tutta la fuffa di cui ho parlato e il polverone altissimo si innalzerà.



14) WW: la letteratura nel suo insieme sostiene veramente la crescita culturale di una società? Nel rapporto d’interconnessione tra società e letteratura lo scambio è equo o una delle due influenza in misura maggiore l’altra?



IL: Troppo complesso il mondo per dare un tale ruolo alla letteratura come possibile luogo di influenza. Unico luogo di influenza nella società mi sembra l’economia e lo sfruttamento, il danaro. Tutto è merce, purtroppo.  Resta invece la parola di colui che grida nel deserto, dal Vangelo, ed il ruolo della letteratura come ruolo civile, di ripensamento e riflessione.



15) WW: La parola “cultura”: mi è capitato di leggere sue dichiarazioni nelle quali lei afferma l’utilizzo a sproposito o inadeguato di questa parola, ci spiega?



IL: Cultura è una parola usata a sproposito per riempire vuoto assoluto. Se si ascolta qualche autore bravissimo vedrete che mai pronuncerà la parola cultura, essendo lui stesso veicolo. Chi non la possiede la nomina. La nominano  alla Regione , nel mio caso alla Regione Calabria, il luogo meno adatto nel contesto, la nominano negli uffici comunali e dovunque si possa, con questa parola,  accedere a fondi europei, o nazionali. Un uso improprio.



16) WW: alla fine di questa metaintervistina, ci dice cosa è per lei la letteratura?



IL: Letteratura, scrissi una volta, è una perifrastica attiva.  Lettera-Turas-turos- tura, stare per fare una lettera. Stare per scrivere al mondo che a me non rispose mai, dal verso della Dickinson. E il mondo stavolta risponderà.


WW: Grazie, buone letture e buone scritture

giovedì 30 novembre 2017

Da Anassimandro a Carlo Diano

Passeggiavamo per via Toledo a Napoli con Ernesto Ruocco parlando dei libri di Carlo Diano, di un libro di Carlo Diano, forse quello che ci permise la conoscenza tramite Francesca Diano, sua figlia.
Carlo Diano ha insegnato qui a Napoli, al Liceo "Vittorio Emanuele II", a 100 metri dal "Genovesi". Ernesto mi indica il Liceo ed ora ci ritroviamo a parlarne per perorare la causa di far ristampare il libro di Carlo Diano. 
Con Anassimandro noi possiamo dire: Questa [natura dell'infinito] è eterna e non invecchia. (frammento 2)
Con Francesca la Litweb chiede interesse e attenzione verso questo libro e verso questo studioso conosciuto in tutto il mondo
"Carlo Alberto Diano (Vibo Valentia, 16 febbraio 1902 – Padova, 12 dicembre 1974) è stato un grecista, filologo e filosofo italiano, storico e traduttore sia di classici greci sia di poeti svedesi e tedeschi."    


Ed eccoci qui con le parole di Francesca Diano: Bene, oggi ho saputo che Boringhieri ha deciso di non procedere alla ristampa de "Il pensiero greco da Anassimandro agli Stoici" ormai esaurito (ma se è esaurito comunque si è venduto no?) con la motivazione che "non viene più adottato."
L'unico libro ancora reperibile del pensiero di Carlo Diano scompare così definitivamente dalla scena italiana.
Diano non ha bisogno di "essere adottato" (leggi: imposto agli studenti dei corsetti universitari per vendere prontuari che altrimenti nessuno leggerebbe e comprerebbe mai) è un classico. Diano dà fastidio, non deve interferire, non si deve sapere cosa ha scritto. La concorrenza sarebbe troppa. 
In questi anni mi sono mossa in tutti i modi, mi sono rivolta a persone che, volendo, potrebbero fare la differena e hanno fatto molte promesse. Tutto invano.
E adesso mi sono stufata. Ora creo un gruppo su FB perché ci si attivi a livello nazionale per porre fine a questa vergogna e poi vedremo come muoverci. Io non mi arrendo.
Riusciremo ne sono sicura. 
Il nome del gruppo per chi volesse iscriversi è  "Dare Forma all'Evento. Ripubblicare Carlo Diano" qui link per firmare la petizione  https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.change.org%2Fp%2Fdario-franceschini-ripubblicare-le-opere-del-filosofo-carlo-diano-un-azione-dovuta-della-cultura-italiana%2Ffbog%2F57854881%3Frecruiter%3D57854881%26utm_source%3Dshare_petition%26utm_medium%3Dfacebook%26utm_campaign%3Dshare_for_starters_page&h=ATOxgxQdRmusA7X52T3VhFJVpQLT0VRFtAe99IKXKLfaAS1DBLxRvNyOP80p_aV5HKVWsHyJnzbmZuXjaAqOGTdz7Py452jrMiKqjIbu-KHXezyMPaXGimaT6FhLJfg9eRIIVN57WHNU
Ippolita Luzzo 

Il veleno alle piante

Il Glisofato e altre amenità
Il mio papà chiamava "veleno" ciò che era abitudine fare alle piante da parte dei coltivatori. 
Anche lui, proprietario di un appezzamento di terra coltivato, in quel periodo a pescheto, diceva: Oggi faccio il veleno alle piante. 
Faceva mettere agli operai maschera e guanti, raccomandava loro ogni genere di precauzione, sapendo di maneggiare prodotti altamente tossici. 
Mio zio invece usava un eufemismo: Faccio la medicina alla vigna. Per lui era medicina e un giorno fece il prodotto senza maschera e stava per morire. 
Fra medicina e veleno intercorreva lo spazio bianco del nostro cibarci di tossici elementi cancerogeni. 
Così dicono oggi i giornali e l'Organizzazione della Sanità:"Gli Stati hanno autorizzato l’uso del contestato erbicida, il più diffuso in agricoltura. L’istituto anticancro mondiale lo ritiene «probabilmente nocivo», non così l’autorità Ue per la sicurezza alimentare"
Ma gli Stati Europei, compresi i nostri parlamentari, hanno votato a favore dell'uso.
Ricordo lo sconcerto di mio padre quando, negli anni ottanta, doveva vendere il prodotto del pescheto. Venne il commerciante all'improvviso e papà aveva appena fatto il veleno. Di regola dovevano passare almeno venti giorni prima di poter raccogliere e vendere. Il commerciante aveva fretta. O tutto e subito o niente. Papà provò a farlo ragionare e non riuscì. Non avrebbe trovato altro compratore facilmente e arrabbiato dovette cedere all'imposizione. 
Avvelenatori, dunque. Ogni volta che entro da un fruttivendolo penso di stare in una bottega di streghe e malefici, di veleni. 
Veleni approvati.
Dal glisofato ad altre amenità 
Avveleniamoci così, senza rancore
Ippolita Luzzo    

sabato 25 novembre 2017

Cieche speranze da Massimo Iiritano all'Uniter

Il dono di Prometeo, il libro di Massimo Iiritano, traduce e interpreta un passo di Eschilo tratto dal Prometeo incatenato. Nel dialogo con il coro che chiede a Prometeo la ragione del suo gesto, Prometeo risponde di aver rubato il fuoco agli dei per donare agli uomini una possibilità di vivere senza guardare la morte, donando insieme cieche speranze, illusioni.
Comincia in questo modo la lezione di Massimo Iiritano all'Uniter, dopo il saluto e la presentazione dell'autore da parte di Costanza Falvod'Urso, vicepresidente Uniter.
Una lezione sulla fragilità che ci ha trasportato sull'isola di Calipso, nel verso dell'Odissea, tradotto da Luna Renda, più volte citata da Massimo, quando la ninfa prega Ulisse di non abbandonarla e gli offre l'immortalità. Ulisse rifiuta e accetta la fragilità dell'essere mortale come dono ancora più grande di una condizione divina. 
Continua Massimo con Eugenio Borgna, e le parole che ci salvano nella tensione, nell'inquietudine e nella necessità di cui è costituito il nostro infinito. Rilegge un canto di Petrarca, dal Canzoniere, "La vita fugge" e con Rovelli, con Sant'Agostino, il tempo fugge, benché non esista, ma sia "Emozione del tempo", brivido di esistere.
Negli interessanti interventi finali mi piace ricordare altri libri: 
La bellezza che resta di Fabrizio Coscia, l'intervento del neurologo Gianni Caruso, i dialoghi di Leucò di Cesare Pavese e Pico della Mirandola nell'intervento di Italo Leone,  ricordare l'essenziale linguaggio umano che crea il tempo da Cesare Perri,  l'elegia di Rilke, finendo con Gli angeli sopra Berlino di Wim Wenders.
Nella cieca speranza di esserci qui, hic et nunc, in felicità con gli studi amati. Dare vita agli anni e dare tempo al tempo.
Un dono che rileggeremo. 
Ippolita Luzzo   

giovedì 23 novembre 2017

Claudio Grattacaso: La notte che ci viene incontro. Manni Editori



"Filiamo a 150 all'ora" La collana Pretesti della Casa Editrice Manni pubblica il secondo libro di Claudio Grattacaso, autore segnalato al Premio Calvino, menzione speciale nel 2013 con La linea di fondo, libro uscito da Nutrimenti nel 2014.
Pretesti pubblica La notte che ci viene incontro nell'ottobre del 2017 ed io sto con questo libro aperto nelle molte suggestioni che mi rimanda. "Stava arrivando la fine del mondo via etere e noi ne eravamo spettatori" così davanti agli schermi arrivavano le immagini di terremoti, di invasioni di cavallette, e una pioggia di stelle ci avrebbe sommersi. 
Quel giorno l'apocalisse non arrivò. 
Seguo questa lettura con i ventimila euro tagliuzzati in mano, guardando truce mio fratello, così lontano dal vivere da avermene fatto perdere altrettanti, e non credo sia fiction o fantasy quel che leggo ma ormai una quotidianità fatta da immagini destabilizzanti, alle quali ci siamo abituati sia nel mondo fuori che in quello delle nostre case. 
Leggo alcuni passaggi sorridendo, benché siano passaggi drammatici, nella "calma inverosimile, una sensazione di dolcezza che mitiga il dramma, gli oggetti attorno a noi assumono un aspetto solenne, sono testimoni della maestosità del trapasso, la vita soffia, va altrove"
Sarà il modo di raccontare di Claudio, l'odore tenero di campagna e di vento" ad addolcire i fatti, il fuoco con cui inizia il racconto, ardeva nelle sue pupille in un falò gigantesco.
Il fuoco sembra catarsi e rigenerazione, uguale significato di un continuo bruciare, nello sguardo e negli affetti tagliuzzati, dopo la dispersione degli averi. 
Non si possiede nulla tranne la coscienza e la voglia di raccontarsela immaginando come irreale quello che in effetti stiamo vivendo davvero. 
I finanziamenti saranno sbloccati fra qualche giorno...
Ieri sera vado a vedere un film che mi sembra abbia a che fare, solo come tematica, con questo libro. The place di Paolo Genovese
Ebbene anche lì ci stava un corruttore, colui che induce altri al male, ci stava la corruzione, il guastarsi, il degenerare quando si è in preda ad un desiderio da soddisfare a tutti i costi, e ci stava quel consegnarsi, incaprettati, dico io, al signore sconosciuto, che può manovrare noi e il nostro libero arbitrio se non riusciremo a star fuori dalle ossessioni. 
Io vorrei andarmene, lo dico col cuore in mano.Vorrei abdicare da questo consorzio di pazzi corrotti" Volare"
Filiamo a 150 all'ora.
Con Claudio Grattacaso
Ippolita Luzzo 



lunedì 20 novembre 2017

Relazione Uniter 10 Novembre 2017


 https://liberidiscrivere.com/2017/11/16/le-amiche-etica-nicomachea-di-aristotele-a-cura-di-ippolita-luzzo/
Venerdì 10 Novembre 2017 ho fatto mia relazione sulle amiche e Mario Maruca ha letto un mio antico pezzo “La pianta grassa” il cactus che non siamo.

Qui però, sorridendo, scriverò alcuni esemplari amicali incontrati negli anni. E osservati tali e quali dall'adolescenza all'età della saggezza.
Le amiche al guinzaglio, sono coloro, spesso sempre in due insieme, che non ammettono distrazioni una dell’altra. Se passa un altra conoscente è permesso il saluto ma non fermarsi a salutare.
Le amiche dominanti, coloro che comandano, hanno sempre ragione, e se l’altra esprime un dubbio viene zittita.
Amiche diverse che non telefonano mai, che telefonano solo se hanno chiamato a tante altre e avendo avuto buca poi chiamano te.
Amiche care che si lamentano con te delle altre amiche, a loro dire indifferenti e lontane.
Amiche che diranno sempre di te si spera bene, visto che affermano che sei tu la loro migliore amica.
Amiche di una età adulta, uguale e precise alle amiche della adolescenza, perché come ha detto Lidia Ravera l’altra sera, questo periodo della nostra vita è La seconda Adolescenza.
Amiche del cactus, La pianta grassa
Questo il pezzo di anni fa
La pianta grassa
Al cellulare:- L’amicizia è una pianta grassa.
Non ha (quasi) bisogno di acqua- mi dice la mia amica  da Recanati, in gita con i suoi allievi, e continua- Sì, ho visto le tue telefonate, tranquilla, io ci sono sempre.-
Mi ritrovo a dover spiegare che:- Pensato avessi perso il telefonino, ho pensato che lo avessi rotto, ho pensato che-
Ma non l’ho detto- che del cactus io sento solo le spine.-
Molto probabile che siano solo spine difensive, solo spine involontarie, solo tempo che non c’è.
Clara Sereni, giornalista e scrittrice, un tempo fece un tentativo.
Inventò un luogo dove chi avesse avuto bisogno di compagnia, di aiuto amicale, sarebbe potuto andare.
Il marito, fiducioso, pronosticò il successo.
Lei era convinta del contrario e così chiarì all’ignaro e ingenuo uomo.- Vedi, tutti siamo disposti ad aiutare, vi sono infatti moltissime associazioni di volontariato in tal senso, aiutano le ragazze madri, i carcerati, i tossici, gli alcolizzati, gli ammalati, aiutare ti fa sentire forte, grande,  ma nessuno è disposto a far vedere quanto lui abbia bisogno di uno sguardo, di compagnia, quanto lui sia vulnerabile.
Amicizia, strana parola, rara trovarla, più rara viverla insieme.
Bisogna accontentarsi che essa esista nel deserto arido del deserto
Clara Sereni decise ad un certo momento di andare a vivere in una casa di riposo.
Una stanza chiusa.
Una stanza da dove, impercettibilmente, il mondo del fuori sparirà, senza spine,
e nel chiuso di un nuovo ordine ognuno ripercorrerà i sentieri dei nidi di ragno,
raccontandosi storie che avrebbe voluto raccontare a quella amica, alla sua amica.
Non ha bisogno di acqua l’amicizia, mi sembra la stessa frase dell’uomo che ti dice:- Sono dentro te- mentre è lontano mille miglia, con nella mano un’altra, un altro.
Abbiamo tutti bisogno di acqua… senza acqua non si vive.
Dirlo non è debolezza, è solo una forza-
Noi non siamo cactus

Etica Nicomachea 1 aprile 2011

L’Etica Nicomachea parla delle virtù. Nella giustizia ogni virtù si raccoglie in una sola. Chi la possiede la usa sia verso gli altri che verso se stessi. Libro V. Tutto un libro per la giustizia. Nei libri ottavo e nono si parla dell’amicizia
Ma cosa sono le virtù? Un’attività dell’anima razionale, una scelta verso il fine ultimo, la felicità. Ecco perché le virtù etiche non si posseggono, si scelgono e in questa scelta ci fanno diversi, ci costruiamo intorno un modus, un abito, un luogo dove noi trascorreremo la nostra vita. Cosa scegliamo?
In medio stat virtus. Il giusto mezzo, attraverso l’agire nel giusto mezzo si può raggiungere la felicità, perché noi siamo liberi di agire.
Ogni individuo – dice lui – è libero di scegliere perché è il principio e il padre dei suoi atti come dei suoi figli. E nel libro VI dopo le virtù etiche ecco le virtù dianoetiche: la scienza – l’arte – la saggezza – l’intelligenza – la sapienza che è il grado più elevato, la somma fra scienza e intelligenza.
Due libri sulla amicizia la virtù che si accompagna alle virtù. A che servono tutte le altre senza questa? A chi dico ciò che so, se non ho amici. Con chi trascorro o scelgo di trascorrere il mio tempo se non ho un amico a cui riferirmi? Telefono al telefono amico? Tutta la storia dell’uomo virtuale o pratica è basata su legami fra individui, nelle convenzioni vi è sempre questo rito della socialità.
Poi l’amicizia; un sentimento che invera tutto ciò che pensi e che fai. Simile con il suo simile. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Begli amici che hai! Ci si giudica dalle frequentazioni. O no? E’ sempre stato così. Aristotele lo dice meglio di noi.
L’amico è una proiezione. Mi proietto in un altro, l’altro di me è l’esterno che vedo in me. Non è vero che ci sono tante forme di amicizie, una sola è l’amicizia, le altre conoscenze sono forme di socialità.
L’attenzione, la condivisione, le scelte, riguardano una sfera piccola, piccolissima, ristretta, dei pochi amici che noi scegliamo.
Aristotele dedica due libri dell’Etica all'amicizia, sentimento disinteressato, altrimenti si chiama opportunismo, lavoro, pranzo di lavoro, occasione sociale. Sentimento di simpatia.
Chi ci obbliga ad uscire, a ridere, a parlare con un altro? Certo la cortesia, il garbo, l’educazione quando una persona non ci piace ci trattengono ma perché poi continuare a frequentare chi non sentiamo amico? Nessuno ci obbliga, l’amicizia non è un obbligo, a volte io posso essere amico tuo, ma tu puoi essere o non essere amico mio. Può essere che l’altro ti accolga, ti sorrida, ti ascolti, ma tu non sei per lui il suo amico di riferimento, ti dimostri benevolenza, ma non cerca la tua benevolenza. Non sono mai semplici le cose. Sant’Agostino nelle Confessioni dedica pagine di una commozione immensa per la morte del suo amico. Le strade che avevano percorso insieme, i discorsi, i progetti, tutto parlava di lui che non c’era più. Uno sperdimento doloroso.
-Come ci siamo allontanati
Che cosa triste e bella
Così Vittorio Sereni e Franco Fortini erano due destini, uno giudica l’altro, ma chi sarà a condannare o assolvere entrambi?
si chiama Etica Nicomachea, perché Nicomaco è il figlio di Aristotele Ah Nicomaco come passato, passato sei! Un figlio che raccoglie e divulga ciò che il padre ha detto. Una bella stranezza in questo nostro tempo di figli viziati e onnipotenti – chiamati amore – tesoro e incitati allo scherno del giusto mezzo. E’ improprio parlare di amore e di amicizia nei rapporti che includono un dovere e una responsabilità, una severità e una disciplina. Scambiamo ora i nostri figli per amici – amori – tesori – e loro giustamente ci rispondono per le rime. Il nostro linguaggio come tutti i linguaggi è un virus . Il meme che abbiamo trasmesso ha creato una stortura. Come il gene per la genetica, il meme, unità di base è una informazione culturale replicabile nel pensiero di uno, di tanti. La memetica è l’eredità culturale. Una idea, una lingua, una melodia, una abilità che si trasmette commutazione, da un pensiero ad un altro. Aristotele mi fa compagnia da più tempo ora, si è adagiato come un meme nel mio pensiero che libero può ritornare a studi passati con sguardo recente.
Mi dice Fausto Torre: gli uomini sono asociali. Tutto ciò che costruiscono insieme ha senso utilitaristico. Mia cara Ippolita, tutto quello che facciamo è a nostra immagine e somiglianza. Oppure saremmo semplicemente diversi.
Etica Nicomachea due- Segnali di fumo
La parcellizzazione dell’amicizia
Cellulare – messaggi – internet – facebook – messenger – posta elettronica i nostri segnali di fumo oggi. Con i richiami ed i rinvii si crea l’abitudine, l’abitudine ad attendere. L’attesa che nasce in tutti noi è inevitabile e impalpabile. Lo spiega bene Saint- Exupery, forse glielo avrà detto Consuelo, sua moglie e sua musa ispiratrice, probabile vittima amorosa. Questo atteggiamento si chiama addomesticamento, lasciare che un altro attenda quello che tu hai già dimenticato. Nonostante questo nasce, sempre, negli animi deboli o in quelli forti, insopprimibile il bisogno di un affetto, di un amico. Non si può vivere solo con cose. Si tenta però, sostituiamo persone con altre persone, con cani, con gatti, gioielli, automobili, computer, amicizie virtuali e perciò non comprendibili l’alterità. C’è ora una alienazione degli affetti – dell’amore – dell’amicizia – della dedizione – del sacrificio – del rimorso – della nostalgia . Una rimozione. Ora si parcellizza tutto.
La parcellizzazione dell’amica.
Con una parli solo di acquisti, con un’altra solo di film, e via via amica che viene, argomento che vai. Si gira intorno ad una conversazione diventata asfittica, limitativa, un parlare a pezzi, a bocconi. Un boccone di famiglia, muuh! Buono, un po’ salato, un boccone di politica, di sport, di malattia. Un po’ di mistero. Nessuna notizia personale, potrebbe essere maneggiata, travisata, riportata, meglio non dire, o dire – Ho un impegno – Ci vediamo – Non ci vediamo – chissà!
Telefona tu – telefona quando vuoi, lo sai che mi fa piacere. Io no, è vero, non telefono, ma lo sai ho tanto da fare e poi non vorrei essere invadente. –
La benevolenza sociale ti lascia il dubbio di essere tu la sbagliata. Cosa farai? Telefonerai e sarai invadente, non avrai nulla da fare! Oppure non telefonerai ed imparerai la buona educazione? Ma dopo aver aspettato tanto e alla fine capitolato e telefonato ecco: – Ti sei persa, stavo proprio pensando a te, ti avrei chiamato sicuramente io oggi – e tu resti indecisa se urlare, imprecare, ucciderla o molto più prosaicamente stare in silenzio.
La benevolenza ti lascia così, con cortesia, con un sorriso, nel dubbio se quella persona voglia o no mai condividere un po’ quel che tu vuoi.
Condivisione umana che ci fa diversi dagli animali – così dice Aristotele a pag. 813 dell’Etica Nicomachea- BUR-. “In questo senso si predica il vivere assieme per gli uomini e non come per le bestie il consumare il pasto nel medesimo luogo. Bisogna percepire assieme all’amico anche che egli è, esiste e questo avrà luogo nel vivere assieme e nell’avere comunanza di discorso e di pensiero.”
Gli animali mangiano in gruppo ma non progettano un vivere sociale, spiega Aristotele. Io, guardando gli occhi buoni di Argo, il labrador di mia sorella, penso che il filosofo non fosse a conoscenza di quanto affetto possano dare cani e gatti, come ci rimproverano, come ci attendono, come ci ascoltano.
Manca sicuramente il momento della lite, delle recriminazioni, della parità, essi dipendono da noi, dalla nostra ciotola, proprio per questo non possono essere nostri amici.
Non hanno la libertà di sceglierci. Siamo noi a sceglierli. Vorremmo fare così anche con le persone.
In questa parcellizzazione odierna scompaiono i bocconi buoni, lasciando solo sapori artefatti di una cucina emulsionata e addensata, una cucina priva di amicizia. La parcellizzazione dell’amicizia ha lo stesso effetto alienante e spaesante del parcellizzare ogni settore della vita umana.
Le conversazioni fra amici, amiche, conoscenti, colleghi ripetono ritornelli sempre uguali. Ma tutto questo è perfettamente normale con i conoscenti, con un’amica no, non dovrebbe essere così. Perché un’amica ti cambia, con una sei in un modo, con un’altra sei diversa, cambia il sorriso, la postura, le frasi, gli argomenti, anche il lessico, a volte. Stupefacente, ma vero, è l’alchimia che ci testa. Bella, finché dura l’intesa, poi tutto finisce e iniziano le lamentazioni.Lamentele in effetti è più corretto, ma lamentazioni mi sa di biblico – Lei non mi capisce, è invidiosa, non telefona- e via da una parte e dall'altra.
Non c’è il tempo per una vera amicizia tutto scorre epidermicamente, in superficie, senza poter fermarsi a guardare.
Un’amica mi ha detto che la cucina preferita ora è quella pronta, già precotta, cibi da mettere velocemente in forno e portare in tavola, così senza spreco di tempo, di pensiero. Così è.
– Addirittura! – L’esclamazione di una donna ad un’ amica che le confessava di pensarla come riferimento importante nei suoi affetti, forse l’unico, in quel dato momento della sua vita.
Forse non era un rimprovero però, ma un modo per ridimensionare, per non enfatizzare, un modo per relativizzare rapporti umani tendenti fatalmente ed erroneamente all'assoluto.
L’altra pensò a quell' addirittura in vari modi, sempre via via diversi e il positivo si dispiegava lentamente e decisamente cancellando l’amarezza di non aver avuto come risposta il più banale
– anch'io – rimandante un’alterità utopica e perciò non realmente esistita.
Ciò che Aristotele, Sant'Agostino hanno argomentato sull'amicizia, sull'affetto, sul sentimento, rimane nella sfera dell’opinabile, del desiderabile, della tensione ma difficilmente e raramente in quella della realtà, del concreto.
Dal cactus che non siamo
Ippolita Luzzo

giovedì 16 novembre 2017

Conversazioni sentimentali in metropolitana di Elena Bibolotti

Associo il personaggio di Lara, incontrata da Carola alla stazione ferroviaria di Valle Aurelia, ad una mia amica di un tempo lontano. Carola, giornalista ed in possesso di un suo  apparente equilibrio, mi sembra di conoscerla e leggo quindi il libro, pur nelle differenze di fatti lontanissimi, come una immersione nelle relazioni difficili e complicate, sia fra donne che fra uomini e donne nel campo minato della passione, dell'affetto, dell'amore, dell'amicizia.
Mi ritrovo a riflettere su quanto sia improbabile che si possa aiutare un altro o un'altra che non voglia essere aiutata, su quanto sia improbabile che possiamo noi aiutare noi stessi. 
Carola scrive e ha pronto un suo romanzo, il suo compagno vorrebbe distoglierla dalla scrittura, una particolare forma di scrittura"Franco non vuole più che pubblichi certe storie"le dico aggrappandomi ad un sorriso forzato. Non posso confessarle che preferisco incatenarmi a uno che mi schiavizzerà presto, piuttosto che lottare ancora per la mia autonomia"dice ad un certo punto Carola.
Cosa sia l'autonomia femminile mi sembra il tema di queste Conversazioni sentimentali, scritte da Elena per riflettere su  modelli di relazioni già oltremodo confusi e poco praticabili, essendo decaduti tutti i modelli a cui fare riferimento. Bugie e prevaricazioni, prostituzione e video, truffe, mail, ricchezza:"I pochi veri ricchi che ho conosciuto sono arroganti, nascono e muoiono sotto il peso della ricchezza di molte generazioni" e seduzione "La seduzione è una materia di studio, non l'orlo dell'esistenza" 
Rimane inalterato questo comportamento seduttivo per cui ognuno di noi vorrebbe condurre con sé e da sé l'altro, questo è proprio il significato della parola, quel condurre un altro verso di noi, quella necessità vitale fatta di sguardi, di gesti, odori e parole: Conversazioni.
Nelle Conversazioni di Elena la seduzione della scrittura lascia il piacere di farci accompagnare con lei su quel volo dove Lara non si presenterà. Noi sì
Ippolita Luzzo     

mercoledì 15 novembre 2017

il Caso Braibanti di Massimiliano Palmese

La poesia di Braibanti alla fine, nel congedo "L’uomo pulisce, disinfesta, ma dopo ogni disinfestazione… 
 …le erbacce rinascono"

"e io dico che è troppo facile scandire frasi fatte
è troppo facile recitare quello che già tutti sappiamo
è troppo facile confondere la caricatura delle luna con la caricatura di un dito
ti ho dato tutto quello che mi restava formica azzurra
ti ho offerto il mutuo appoggio nella lotta per la sopravvivenza
ti ho lasciato aperte tutte le vie di fuga se non fossimo riusciti più a parlarci
formica azzurra la parola dell’uomo può uccidere 

o essere un canto"

"io chiamo poesia un minuscolo gesto
l’ombra di un attore sul palco
un passo nell'autentica nudità"

Da molto tempo mi ripromettevo di scrivere su questo testo molto interessante di Massimiliano Palmese. Lo avevo letto una notte buia dell'agosto 2015 al seguito di chiacchierata, molto amicale, con l'autore, sui premi letterari. Massimiliano è stato finalista al premio Strega nel 2006, al terzo posto, con il suo romanzo d'esordio "L'amante proibita".
In quell'occasione lessi Il caso Braibanti ora in scena sui teatri italiani. Il testo è stato pubblicato nella collana Teatri di Carta dell’editore Caracò di Bologna
Con la regia di Giuseppe Marini, gli interpreti Fabio Bussotti, Mauro Conte, le musiche live Mauro Verrone Il caso Braibanti rievoca un assurdo caso giudiziario degli anni sessanta, il processo ad Aldo Braibanti, partigiano, artista, filosofo e naturalista, accusato di plagio verso Giovanni Sanfratello.
Assurdo, come il teatro dell'assurdo ci appare spesso il risultato della raccolta di atti quotidiani, del vivere fra i riti familiari e sociali, dello stare nelle carte processuali, dell'essere giudicati e processati per aver scelto quel che sembra difforme all''ortodossia imperante. Il processo Braibanti ci insegna che tutto può essere processabile, tutto,  dal loro legame ad ogni altro comportamento diverso fino  alla troppa castità intellettuale e fisica.
"la mia libertà è questo volere la necessità del mio sforzo"
Il testo di Massimiliano accoglie nelle sue pagine conclusive la poesia di Braibanti: Trasvoliamo, il congedo di Braibanti
Trasvoliamo 
va’ formica azzurra
questo è un congedo provvisorio
tu da me
io da un mondo che mi diviene estraneo
quasi in silenzio
io e tu
poche parole ci devono bastare per vivere

venerdì 10 novembre 2017

La Resistenza del Maschio di Elisabetta Bucciarelli


In tempi di molestie di maschi verso femmine, molestie avvenute nella notte dei tempi, il libro di Elisabetta Bucciarelli delinea un altro maschio.
Comincia con alcune poesie
C’è sempre qualcosa di assente che mi tormenta. (Camille Claudel)
L’Anima si sceglie il proprio Compagno –
Poi – chiude la Porta [...] (Emily Dickinson)
e poi “Mi guardi con occhi penetranti”...  «non esiste mai una separazione definitiva, non riesci a chiudere una storia come si deve, è una continua riesumazione, siamo circondati da salme di rapporti»
«C’è una geometria in ogni circostanza della vita. E ogni esistenza ha una sua forma geometrica»
L’uomo  si presenta al verbale della polizia stradale al ritorno  da una conferenza sull'architettura degli ordini monastici, ha appena schivato uno scontro frontale, cioè avrebbe potuto essere uno scontro se la conducente dell’altra vettura non avesse deliberatamente preferito andare a sbattere contro un palo della luce. Comincia così questo romanzo a più voci, più persone narranti, ognuna di esse con i suoi pensieri e il suo vissuto.
 Seguiamo l’uomo, di cui non sappiamo il nome però conosciamo età e professione, moglie e idiosincrasie, lo seguiamo all'università mentre spiega.
«Bella Prof» commenta un ragazzo in prima fila «Questo è un altro motivo per cui credo sia importante insegnarvi a misurare le distanze, una volta che avremo stabilito come si procede e ci saremo allenati a farlo, tutto sarà più semplice. Non solo nella professione. Ricondurre l’esistenza a un segno è un’operazione di sintesi. Noi siamo ancora fermi all'analisi, riconoscere le parti, trovare le invarianti, ecco cosa mi aspetto da voi». Lui “È convinto che ci siano molti segreti nella misura degli oggetti. Lui misura per trovare qualcosa che sente ma non conosce ancora. Per cogliere le relazioni tra le cose e tra le persone.”
 Per trovare il suo posto nello spazio.
Da un’altra parte tre donne stanno aspettando in uno studio ginecologico il dottore ancora assente e la conversazione verte sui maschi. Tre donne: Chiara, Silvia Marta.
«La specie in mutazione dei maschi che resistono» Dice sicura Marta «quella che si sottrae, che non fa il suo dovere, non protegge, non mantiene, non fa i figli, non fa un beato cavolo di niente. Invade il territorio e basta». 
 A scuola, nell’aula universitaria troviamo il professore con Piero della Francesca «Seguitemi, geometria, dal greco gè, terra, e metria, cioè misura. È la scienza che si occupa delle forme nel piano e nello spazio e del loro stare insieme, delle loro relazioni».
 da “Non ho spazio” dal messaggio di lei al messaggio di lui, del professore, ora alle prese con un altro spazio, lo spazio dei sentimenti.
Lo spazio per le cose che desideriamo si trova sempre. Buona serata. (Il mio colore preferito è il blu)e subito dopo la risposta “ anche Klein cercava uno spazio sconosciuto, nascosto: il blu.”
«Ognuno potrà riflettere sulla sua personale ricerca di una posizione altra, il desiderio di trovare la propria dimensione incognita. A questo serve l’Arte, toglie il respiro, come il desiderio. Offre possibilità, vie d’uscita dal consueto».
Chiude dicendo: «La parola dimensione mi piace. Dice molte cose diverse. Tre sono facili da spiegare. Lunghezza, altezza, larghezza. Poi c’è la quarta, più difficile. Il tempo». 
 Ritrovo nel leggere un film molto amato,  una produzione coreana dal titolo Ferro 3. Ed intanto le tre donne si svelano, si raccontano e sembrano simili ognuna di loro a moltissime altre donne conosciute, a me, alle amiche, a chiunque. Storie di donne che vorrebbero una relazione fatta di fiducia, di realtà, di corrispondenza e si ritrovano immerse nell'immaginario di un messaggio  
“Vado avanti per giorni e giorni con quel poco che sembra tutto, e continuo a raccontarmi la mia storia. Ho cercato di scordarlo, l’ho mandato via, ho smesso di scrivergli, sono sparita sperando ogni volta di perderlo per sempre, invece ritorna. Basta un niente. Lui intendo. C’è sempre, non passa».
«Ma l’hai visto almeno una volta?».
«Sì».
«E com'era?».
«Diverso, è come pensa di dover essere per me, così io per lui. Come ci sembra di dover essere per noi. Quello che siamo davvero più dei pezzi che abbiamo aggiunto da soli, come se fosse un film».
Un libro di una verità assoluta
Ippolita Luzzo 



mercoledì 8 novembre 2017

Le amiche del cactus

Venerdì farò mia relazione sulle amiche e leggerò un mio antico pezzo "La pianta grassa" il cactus che non siamo. 
Qui però, sorridendo, scriverò alcuni esemplari amicali incontrati negli anni. E osservati tali e quali dall'adolescenza all'età della saggezza
Le amiche al guinzaglio, sono coloro, spesso sempre in due insieme, che non ammettono distrazioni una dell'altra. Se passa un altra conoscente è permesso il saluto ma non fermarsi a salutare. 
Le amiche dominanti, coloro che comandano, hanno sempre ragione, e se l'altra esprime un dubbio viene zittita. 
Amiche diverse che non telefonano mai, che telefonano solo se hanno chiamato a tante altre e avendo avuto buca poi chiamano te. 
Amiche care che si lamentano con te delle altre amiche, a loro dire indifferenti e lontane. 
Amiche che diranno sempre di te si spera bene, visto che affermano che sei tu la loro migliore amica.
Amiche di una età adulta, uguale e precise alle amiche della adolescenza, perché come ha detto Lidia Ravera l'altra sera, questo periodo della nostra vita è La seconda Adolescenza. 
Amiche del cactus, La pianta grassa
   

martedì 7 novembre 2017

Lidia Ravera all'Uniter

 Non perdere la grazia anche quando si va a fondo.
Dopo i saluti del Presidente Italo Leone, comincia l'anno sociale dell'Uniter, Università della terza età di Lamezia Terme al suo ventinovesimo anno di età. Comincia con la parola grazia. 
Mantenere la grazia, uno stato di grazia, anche e soprattutto davanti alle difficoltà, agli inciampi, all'età che ci trasforma, restando sempre noi stessi. 
Inizia così Lidia Ravera il suo incontro con i soci dell'Uniter, riprendendo le ultime parole del video a lei dedicato, riprendendo le parole che stanno sulla fascetta del suo libro. 
L'incontro fortemente voluto da Costanza Falvod'Urso ha visto un pubblico attento ed interessato nell'affollata sala, sede dell'Associazione.
"Scrivere è un atto di guerra contro gli stereotipi, contro il cliché della vecchiaia come un buco nero, anzi questo tempo, il terzo tempo dovrà essere portatore di meraviglia, si può finalmente inventare" 
Prendo appunti essenziali sulle parole di Lidia Ravera, sul come possa essere un declino invecchiare insieme in una coppia e vedere nell'altro tempus fugit.
Mi ricordo un pezzo di De Crescenzo, quando lui con ironia garbata interrogava il suo specchio domandandosi come fosse invecchiato visto che ogni giorno controllava il suo viso senza scorgere cambiamento ed all'improvviso, zac, si vede vecchio, vecchio ma giovane. 

Lidia Ravera e le età della vita degli uomini "Infanzia, adolescenza, maturità, e poi di nuovo adolescenza e infanzia. E il cerchio si chiude con l'infanzia, l'uomo di nuovo bisogno di cure" come quel famoso indovinello su chi fosse l'animale che dal mattino della vita gattona su quattro gambe poi su due e poi su tre gambe.
Non annoiarsi, mi sembra il suo l'imperativo categorico, d'altronde dai sessanta ai novanta ci stanno trenta anni, e non si può considerare chiusa e guardare con disprezzo una fase lunghissima della vita. 
I suoi romanzi sono utili, ci sta dicendo, una stampella, quella stampella, chiamata letteratura, aggiungerei io.
Scritti per urgenza di comunicare, per creare relazione, per il piacere di sorprendersi ancora e di possedere quella grazia, quella levità per correre di nuovo.    
Ippolita Luzzo 

lunedì 6 novembre 2017

Le prime quindici vite di Harry August

Scrivo questo per te.
Il mio nemico.
Il mio amico.
Tu lo sai già, devi saperlo.
Hai perso.
Nel prologo già una sintesi dell'avventura che ci aspetta in lettura. Una lettura avvincente e sorprendente:"Il mondo sta per finire, il messaggio è passato da bambino a adulto, di generazione in generazione da qui a mille anni. Il mondo sta per finire e noi non possiamo evitarlo. Ora tocca a te" dal tedesco al thai, con l'unica lingua che esce dalle labbra di Harry leggiamo la risposta:"Perché?"
Dalla domanda risposta cominciamo dal principio.
La storia di Harry August nelle tre fasi dell'esistenza in cicli.
Rifiuto, esplorazione e accettazione.
Harry muore e rinasce, ricorda la precedente esperienza e la racconta con l'ironia data dalla distanza. "Quando vissi di nuovo la mia infanzia mi scoprii stranamente molto meno avventuroso. Fossi e dirupi su cui mi ero arrampicato nella prima vita sembravano all'improvviso pericolosi alla mia mente anziana e più conservatrice;indossavo il mio corpo di bambino come una vecchia potrebbe indossare un bikini troppo succinto."
"La mia morte e rinascita nel punto esatto in cui avevo cominciato mettevano fine alla discussione, e io vedevo tutto questo con l'amarezza e il distacco di uno scienziato le cui provette non hanno reagito" Racconta Harry, racconta lo spreco e la vanità del tutto come un nuovo Ecclesiaste,"Dicono che la mente non ricorda il dolore: io dico che non ha importanza, perché se pure la sensazione fisica è perduta, il ricordo del terrore che la circondava è intatto."  dalla tenebre alla luce "Ci fu un lento strisciare verso la comprensione, alcune ore di sonno, e quindi un risveglio che rimase tale un po' più a lungo.Ci fu un lento ritorno alla dignità umana"
Con in mano i riferimenti biblici e le letture dei libri di fantascienza seguiamo le avventure di Harry che conosce il futuro e il passato e vive il presente come un flusso storico di avvenimenti. "Quando moriamo è come se il mondo si riavviasse e solo la memoria rimane a prova degli atti che abbiamo commesso"
Metto foglie rosse nel libro, come nella mia prima vita da scolara, sottolineo e disegno frecce, sorrido e mi porto dietro il libro al parco, a casa di mamma, in macchina. Guardo Harry nelle sue venticinque fotografie in copertina, tessere segnaletiche, alcune uguali, altre no, in un viso sempre lo stesso e riconosco in quei lineamenti un che di familiare: mio padre, mio figlio. Guardo l'immensa vastità delle somiglianze e mi accorgo delle svariate differenze fra uno e l'altro degli esseri vaganti su questo globo terrestre. Mi sorprende che una giovane donna, Claire North, abbia scritto un libro così, da anziana quasi, e credo che anche lei sia alla sua quarta o quinta vita. Chi può dirlo? 
Con una scatola di cartone in mano, ognuno di noi, bambino di sette anni, ci presenteremo davanti la casa dei nostri genitori e sentiremo il fischio del treno che passa.
 Nel tempo che continuerà anche il libro di Claire North inizia la sua nuova edizione ad Ottobre 2017 nella seconda vita in NN Edizioni. Ai due anni della casa editrice. Auguri biblici dalla Litweb      

venerdì 27 ottobre 2017

Alessandro Zaccuri Come Non Letto

10 classici +1. Comincio dall'ultimo  La vita istruzioni per l’uso: il destino.
Bartlebooth è seduto davanti il suo puzzle. Io sono seduta su una panchina pubblica al sole di uno spiazzo verde vicino casa. Leggo e sottolineo Alessandro Zaccuri con “la consapevolezza che il romanzo non era finito. Si poteva smontare e rimontare”
Trovare quel che sparisce e andare a visitare quel luogo inventato in rue Simon-Crubellier al numero 11. La sera del 25 giugno 1975 poco prima delle otto di sera.
La creazione di uno scrittore: Perec.
Un grande libro è la storia che racconta, ci dice Alessandro e noi, non invitati, riusciamo ad entrare in quelle strade, in quelle case, sederci sui divani di quegli abitanti con i tetti scoperchiati.
Decifriamo così la mappa che invisibile disegna attorno a noi il romanzo. “Riempire i vuoti tra un fatto è un altro, riconoscere che c’è una forza che guida le nostre vite e che permette di riassumerle in una storia” dal nome provvisorio di destino.

Vita al plurale fa vite, in italiano la vite gira e fissa. Far girare la vite per fissare oggetti, per fissare la vita a noi, nella lettura che a ritroso ora sto facendo con Dostoevskij scendendo quella scala a chiocciola in Memorie dal sottosuolo.
“La letteratura è l’attesa di un eco che tarda a venire dal fondo”
Ho sottolineato moltissimo di questo saggio di Alessandro Zaccuri ma ora voglio lasciarvi quel desiderio di andarvi a leggere Alessandro, di andare a riprendere i classici da lui raccontati con la certezza che li scoprirete diversi e nuovi, d'un tratto, all'improvviso, come d'un tratto e all'improvviso sono le decisioni interiori dei personaggi e anche le nostre.
 Leggere Alessandro Zaccuri è come leggere ciò che io ho sempre pensato. La lettura non come "evasione della quotidianità, ma la compresenza di due piani, l'immaginazione e la realtà, che tendono a convergere su un piano ulteriore che, di volta in volta, possiamo chiamare morale o sociale, civile o perfino politico." 
Nell'introduzione  Jim e il barile delle mele, si legge ma intanto ci si chiede il perché come nell'Isola Del Tesoro: Perché sta nel barile delle mele Jim? Perché gli è venuta voglia della mela.Sulle navi del Settecento la frutta si mangiava per evitare lo scorbuto, la mancanza di vitamina C. Cosa scopre Jim, nascosto nel barile? Scopre i piani di LongJohn Silver. La lettura dunque vitamina C e insieme scoperta. La meraviglia e lo stupore di esserci anche noi in quelle storie, inventate ma vere. 
In un altro passaggio Alessandro Zaccuri scrive a proposito di Robinson Crusoe e il fatto di cronaca che lo ha ispirato:" Per diventare una "vera storia" qualsiasi "storia vera" deve passare attraverso l'interiorità dello scrittore"
La verità come impegno nel patto fra lettore e scrittore di non prendersi in giro, di rispettarsi e di rispettare in un solo momento scrittura e lettura. Questi libri sono diventati classici rispettandoci e rispettando la realtà nel momento in cui la rimontavano come un giardino coltivato, direbbe Tabucchi, nella sua ultima intervista. 
Si può smontare e rimontare, dare ordine e creare luoghi inesistenti vivi, però "Parlare del mondo significa sempre parlare degli altri. Significa fare i conti con il destino."
Ippolita Luzzo 

Ed il progetto inizia proprio due anni fa, le dieci letture più una sono state raccolte in questo saggio, ospite oggi in Litweb. Festeggiamo il compleanno con questo pezzo?
Milano "A partire dal 28 ottobre 2015 I CLASSICI della letteratura in cambio di pacchi di pasta in una parrocchia di periferia, spiegati da un giornalista e scrittore 
Nasce “Come non letto”, la nuova rassegna curata da Alessandro Zaccuri,giornalista, romanziere e saggista. Nel saloncino della parrocchia Sant’Antonio Maria Zaccaria,in via San Giacomo, Zaccuri spiega per tre mercoledì “perché i grandi libri sono davvero grandi” attraverso altrettanti romanzoni che hanno segnato il suo immaginario.L'iniziativa è continuata in altri luoghi e nel 28 gennaio 2016, per tre giovedì, Alessandro Zaccuri ha raccontato le storie di Don Chisciotte e il sogno (28 gennaio), di Moby Dick e il mistero (4 febbraio) e infine la santità ne L’idiota (11 febbraio). Il primo piano dell’Ex Fornace di via Gola si è riempito di parole e voci, aspirazioni e illusioni, per condividere insieme storie già note ma forse non ancora lette
 alla Grande Fabbrica delle Parole.