sabato 30 gennaio 2016

Family day non mi avrai

I nostri figli non sono i nostri figli 
(Titolo alla maniera di Gilbran)  
30 settembre 2011

I figli non sono di chi li genera.
Ogni figlio è un uomo e una donna
Ogni figlio è un essere a sé
Non si fanno figli per noi stessi
Si fanno per tutti - perché così è
Non sono le nostre proiezioni, i nostri desideri non avverati,
le nostre soddisfazioni.
Non sono il nostro ego che si espande.
Sono solo degli altri esseri umani.
Amare i figli-non si può- non si deve-
Amare è un sentimento cannibalesco, una lotta fra pari,
fra eguali.
Non si mangiano i figli.
Non si sostituisce un primo piatto con il dessert, con il dolce.
I figli si fanno per un’esigenza vitale,
per appartenere al flusso eterno della sopravvivenza della specie.
Poi certo a loro si vuole bene, molto, moltissimo
Si è  responsabili verso di loro, ci richiedono impegno, guida,
vogliono la nostra cura.
E noi siamo sempre lì, presenti, solleciti, pronti.
Noi li allattiamo, li svezziamo, e gli regaliamo l’autonomia.
Non è così? Dov’è che io sbaglio?
Non sono amici, non sono amanti, non sono giochi, non sono per noi.
Sono solo per loro.
Sbaglia chi vuole da loro un alleato, una vendetta, un riscatto
Sbaglia chi allontana la moglie, il marito, il suo amore, per un essere fragile, appena nato.
Che grande ingiustizia! Che storia sbagliata!
A volte i figli si fanno per tante ragioni,
per ragioni diverse dal semplice atto del solo piacere di generare.
Si fanno per garantirsi un uomo legato, un patrimonio da ereditare,
un habitus da esporre.
Come Cornelia :-Ecco i miei gioielli- dicono  giulivi femmine e maschi
A volte si fanno con una violenza, con uno stupro, senza coscienza
Per un preservativo bucato, per una voglia improvvisa.
Si fanno alla cieca e si continua  ad usarli senza una disciplina
Considerandoli solo dei piccoli puffi, dei mostri, dei cicciobelli.
Restano così per anni, bimbetti e bambine,
alla mercé di adulti cretini, egoisti, sadici
che rubano loro infanzia e stupore.
Ne fanno uso, un abuso e vogliono poi il corrispettivo
Vogliono loro, i genitori, essere protetti, vogliono essere amati,
vogliono, vogliono.
Ma non si può! Ma lasciateli vivere! Ma lasciateli in pace!
Che possano loro respirare felici,
che possano loro capirci di più,
che possano loro amare la vita
Quella che noi gli abbiamo donato.

                                                                                            Ippolita

venerdì 29 gennaio 2016

Tante donne. Vittoria De Marco Veneziano



Ci si incontra nella vita in tanti luoghi, in circostanze diverse, e quel che era l'usuale conoscersi col vicino, col collega, con il parente o amico, ora attraversa i tasti e, con più facilità e con maggiore responsabilità, ci si incontra nella vita in altri  luoghi che non sono più le piazze del nostro paese ma la piazza grande del virtuale, e soprattutto la piazza della volontà.
Così gli incontri diventano magiche coincidenze, che sassolino dopo sassolino, scrive uno scrittore da me molto amato, segnano la via per il ritorno. 
Incontro è stasera  con "Tante Donne", con il libro e con la persona che lo ha scritto, con le sue storie, con la bella opportunità che avremo di ascoltare Vittoria De Marco Veneziano.
Il libro raccoglie trenta biografie, l'autrice sceglie, e nella scelta emerge forte il messaggio che vuol dare a tutti. 
Che è poi quello che ci unisce e quello che ci portiamo in tasca. Tutte. 
Dalle Gelsominaie di Milazzo che raccoglievano i fiori di gelsomino intorno alle tre del mattino fino al sorgere del sole, con i piedi scalzi, ed immersi nel fango fino alla caviglia, la schiena curva, esposta all'umidità della notte, e con i figli appesi nelle ceste tra le piante, siamo nel 1946, siamo sempre nel 1946, 25 lire per un chilogrammo di fiori raccolti. Primo sciopero per aver aumento di salario e condizioni più umane. Credo che queste condizioni, taciute e in altre piantagioni, siano ancora purtroppo fra noi. Vero? E poi Las Mariposas, vissute nella Repubblica Dominicana, paladine per la lotta della liberazione dalla dittatura ed uccise nel 1960 dai sicari di Trujillo, il dittatore che fu, a sua volta assassinato nel 1961.
Dalle ingiustizie storiche e sociali alle traversie della vita potremmo raccogliere tante storie, anche nel nostro tempo, nella nostra piana
Potremo poi raccogliere le mancanze individuali, la storia di Rosetta Rota, di Gianna Beretta Mollo, di Mariannina Coffa. Nelle mancanze del circostante...
E dopo il raccolto ecco il messaggio di Vittoria  
Viva La Vida, dedicato a Frida.
" Quando le traversie della vita non consentono di sfuggire al dolore è tuttavia possibile elaborarlo, a condizione che esso possa essere individuato. E proprio da questo tentativo che, sovente, nasce la poiesi dell'essere umano. La capacità di andare oltre se stessi, trovare un'armonia estetica che emerge dalle proprie dolorose vicende"
Viva La vita con le sue mancanze, con i suoi affanni, viva la vita se sapremo esserne degni. Con responsabilità, rispetto e volontà. 
Questo ci dicono le donne di Vittoria, questo stasera ci dirà lei, con il coraggio ed il sorriso di aver trasformato il dolore in ricchezza, la sofferenza in entusiasmo.
Questo lei stasera ci donerà, nel dono al quale ognuno di noi è chiamata: Il dono della vita
Il dono che  non è solo generare, particolare condizione fisica, bensì generare, dare alla vita il rispetto per la vita stessa.


   

mercoledì 27 gennaio 2016

Scuola aperta nel teatro al Liceo Scientifico ieri.




Amleto e company al teatro in classe. Con Pierpaolo Bonaccurso e gli studenti.
Al Liceo Scientifico di Lamezia per i quattrocento anni della morte di Shakespeare. Sono in scena gli alunni, preparati da Pierpaolo Bonaccurso, attore, regista e direttore artistico di TeatrOltre e di Teatrop, nella foto insieme a Greta Belometti e a Valentina Arichetta, attrici e collaboratrici.

“Recitare per interpretare le difficoltà che incontreremo tutti nel corso dei giorni. Prepararsi con le tragedie. Saremo forti se ricorderemo che quel ci succede, quel che  è già successo nel castello di Danimarca, oppure nel Macbeth alla corte del re di Scozia.” Le parole di Pierpaolo rivolto agli attori, che per la prima assoluta si esibiscono in monologhi tratti dalle tragedie di Shakespeare. I ragazzi, tutti bravi, innamorati del teatro, avevano gli occhi brillanti, ed anche i loro compagni e professori entravano ad assistere con grande partecipazione. A turni. 


Io li ho ascoltati due volte e mi riprometto di andare ancora e ancora. Accanto a me la loro docente di Lettere, Mara Perri, orgogliosa come lo sono anche io degli alunni che si entusiasmano e seguono nel testo quello che sui libri è letteratura.
Nel teatro è vita.  Palpitante. 
Recitare quindi è studiare, vivendo dentro i personaggi, dentro i luoghi e capire che tutto può accadere, e che ci può accadere. Come lezione difensiva. Una tecnica di respiro, disciplina e di postura per affrontare l’abulia e il tedio di una vita senza teatro. .
Evviva Evviva a tutti gli autori  che ci hanno  regalato tante tragedie che reciteremo
E  l’applauso finale va  a Shakespeare e a tutti voi







martedì 26 gennaio 2016

Non abbiamo nulla da ricordare. Giornata della memoria



Foto di Alfonso Bombini. Per il nostro giorno della memoria corta. Nei camion uomini portati ai campi, senza contratto lavorativo.

Possiamo solo guardaci intorno.
2015
Certo commemorare mi sembra d'uopo, anche per far sapere a chi non sa che si poté fare così, incarcerando e sopprimendo interi popoli, etnie e gruppi, senza pietà.
Dopo però aver espletato il compito di dare una conoscenza a chi non l'ha, dobbiamo avere forte l'imperativo di guardarci intorno e ribellarci.
Se ci fanno senso tutti i conniventi al nazismo e fascismo dovrebbero farci ancora più senso le trasformazioni che stiamo vivendo.  Con noi conniventi. Votanti un sistema di carneficine, andando noi nei centri commerciali, spellando e spellando la pelle ad una accoglienza che nei camion porta misera gente. 
Certo non siamo noi che buttiamo a mare la povera gente, sono scafisti ed omicidi.
Certo non siamo noi che facciamo morire nei camion la povera gente pressata e gassata, sono gli autisti ed assassini.
Certo non siamo noi a mettere il filo spinato alle frontiere per impedire alla povera gente di attraversare quel territorio, sono le guardie messe ai confini, confini oramai insanguinati.
Certo non siamo noi a chiudere nei campi di pomodori, fragole e fiori, la povera gente senza contratto, sono caporali e produttori.
Certo nessuno stupra e approfitta a Rosarno e Rossano, dal mare  Ionio al Tirreno le lavoratrici di ogni nazione, oramai ci sono i sindacati che difenderanno i lavoratori, le corporazioni dovrei dire, i fasci littori, le nuove forme che hanno distrutto conquiste recenti chiamate diritti.
Non ci sono diritti nel nostro mondo. Ci stanno solo i privilegi.
Quindi guardiamoci un po' intorno e spaventiamoci ogni giorno di più. 
Il mare Mediterraneo un forno crematorio è, non vi sembra? 
I nostri camion non sono uguali a quei camion lì? Leggete il monologo di Michele Lupo "Io Sono la montagna" e vedrete.
Le leggi fatte sono leggi che montano sempre più la nostra impotenza.
Intanto che leggi pensa anche un po' col tuo cervello senza seguire quelle cordate, quelle intruppate del social insocial e vedi quanto siamo vicini noi a quel tempo del grande kaiser, del grande moloch, del grande fratello, e riflettiamo, scornati e delusi, che stiamo facendo uguale e preciso agli aguzzini del tempo che fu 

sabato 23 gennaio 2016

Leonardo Caimi alla libreria Tavella


Stamattina libreria in musica.
Fortemente voluto da Tommaso Colloca, che presenterà, ci sta l'incontro con Leonardo Caimi, Tenore. 
Leonardo è di Lamezia Terme, suo papà era stato presidente dell'AVIS e, fra i suoi parenti, la mitica zia Vanna, professoressa di lettere presso la Scuola media Pitagora.
La zia, stamattina, è uscita proprio per lui, e tutti i suoi alunni vanno a salutarla con affetto.
Diventa quasi lei il personaggio della mattinata. 
Aspettiamo fra una folla affettuosa ed arriva lui. Un attore. Bello, bravo, elegante. Disponibile ed amabile. Ironico.
Laureato in filosofia col massimo dei voti si diploma in Clarinetto e in Canto al Conservatorio di Messina.
Poi per un problema al braccio sinistro non riesce a continuare a suonare e canta.
Nasce così, da una difficoltà, un grande tenore che è stato diretto da Riccardo Muti e da tanti altri grandi direttori. 
Tommaso Colloca inizia con un gioco di parole il saluto a Leonardo. "Lamezia deve cambiare tenore di vita, con un tenore nel senso nobile del termine, cominciando ad essere orgogliosa dei suoi concittadini, proponendosi di debellare l'invidia che l'attanaglia.
Riuscirà? si domanda il sindaco che crede in questo sogno oltre ogni politica.
Riuscirà Lamezia? Non si sa.
Sappiamo però che è riuscito Leonardo a mantenersi puro e sorridente, a scherzarci su anche lui, quando ci invita tutti in coro a dire "Invidia" la parola che dovremmo cancellare dal nostro animo. 
Riuscirà Leonardo, nel saper di filosofia, del distacco che bisogna aver per mantenersi in equilibrio. 
Riuscirà lui che ricorda le parole di  Riccardo Muti, meridionalista della Puglia,  "Noi abbiamo più talento degli altri però non abbiamo disciplina "
Riuscirà un giorno a fare l'Otello, così lo chiameranno il Moro di Lamezia, ci dice sorridendo, e nel profetizzare facile che, ai moltissimi teatri internazionali, manchi nel suo curriculum il Teatro Grandinetti di Lamezia, la mattina si avvia al termine con il gagliardetto, il libro e l'invito del maestro Colloca, direttore della banda, un cimelio conservato da Tommaso.
Intanto domani Leonardo Caimi sarà Cavaradossi nella “Tosca” di Giacomo Puccini al Teatro Rendano di Cosenza.
Evviva dalla Litweb

giovedì 21 gennaio 2016

Mario Maruca recita " La Coppia è"

Al teatro Antigone di Roma, il 25 ottobre 2015, Mario Maruca ha recitato questo monologo, scritto da me, divertendomi a giocarci un po'. 

Di nuovo interpretato al Parco Dossi Comuni di Lamezia Terme, è un testo in itinere... come tutte le coppie che vanno via. 

Con  i molti spunti di Mario, che è veramente esilarante al vederlo recitare, giorno 8 Aprile, alle ore 17, dopo la relazione di Lia Pallone all'Uniter e poi... in Parlamento.


Nel blog “La coppia è” di  Ippolita Luzzo
Recita Mario Maruca
Parco Dossi Comuni

La coppia è una relazione, con articolo determinativo "la", è proprio quella e nessun’ altra, quella che conosciamo noi, formata da due persone.
Non importa di quale forma e sesso i due siano, importa la funzione.
Funzione Femminile e funzione maschile: Basta che funzioni!
Allen ci fece un film.
Non c’è differenza tra uomo e donna, c’è il lato maschile e femminile in ognuno di noi.
Nella diversità dei ruoli stereotipati gli uomini provengono da Marte e le donne da Venere… Ah ecco Diversi!

Sono diversi nella fisicità e lo vediamo; il corpo come strumento musicale, l’uomo lo possiamo paragonare ad una tromba, la donna ad un violino.
Diversi nei suoni e lo sentiamo!
"A proposito degli acuti del violino, donne, quando emettete gli acuti fate attenzione, perché hanno un effetto devastante nel cervello di un uomo. In una lite familiare là dove lui suona il suo trombone (suono) e voi il vostro violino (suono)… il violino ha un effetto trapano nel cervello dell’uomo, lo manda in tilt e potrebbe anche perdere il controllo delle azioni… quindi,  donne, fate attenzione!"
Diversi siamo e lo capiremo solo vivendo. Da Marte oppure da Venere poi sulla Terra dobbiamo vivere… insieme. Non troppo. Un Poco. Pochissimo, per non annoiare.
Non abbiamo bisogno di categorie: e che facciamo? dobbiamo infilarci in una scatola  uomini e donne e far decidere al gioco dei pacchi per la scelta? Voglio il pacco numero tre…e a sorpresa (suono).
Voler fare divisioni nette in categorie precise, ormai non si può più.
Quanti uomini sono ordinati, si guardano allo specchio ogni mattina, si fanno fare le sopracciglia ad ali di gabbiano, lo giuro, il mio fornaio li ha, quando mi porge le rosette, “parano” più leggere!!
Quanti uomini cucinano, si prendono cura delle pelle, con creme costose, hanno un beauty case da viaggio e quante donne invece sono disordinate, non cucinano, non sanno farlo e non vogliono imparare, si trascurano e sono ossessionate da carriera, e… poi ora vanno di moda le donne selvagge, non si depilano più! Ah non lo sapete? Uomini tutti depilati e donne nature!
Una completa inversione di ruoli! Chi ho in casa? Ma chi  è questa? Si chiedeva Alberto Sordi, al risveglio, in una scena del film
Ed  in questa confusione, tutti ce lo saremo chiesto dopo, solo dopo, subito dopo. Chi è Lei? Chi è Lui? Tardi ormai.

Coppia è  etimo da copulum … copulare, un composto da cum e àpere  attaccare, attaccare con lo scotch, il nastro adesivo delle convenienze sociali. D'altronde una società civile sulla coppia si regge. Infatti è incivile.

La coppia è una idea…parafrasando Gaber che cantava… una idea, un concetto un idea, finché resta una idea è soltanto una astrazione, se potessi mangiare un idea avrei fatto la mia rivoluzione.
Poi diventa partecipazione così: -Buongiorno caro -buongiorno cara -sei bellissima cara -sei bellissimo caro - mi sta bene questo maglione? - ti sta bene questo vestitino -torni per pranzo? –certo che torno! -Se non torni mi avvisi –certo che ti avviso -non ti scordare –no non mi scordo, poi si scorda, di sicuro si scorda -E perché non mi hai telefonato?, avresti potuto avvisare? –Wind la persona chiamata è impegnata in altra conversazione, se si desidera…, che ti costava mandare un messaggio? primo mess, secondo mess, terzo mess, e ti telefono,  tu mi telefoni e ti messaggio, tu mi messaggi: una coppia si messaggia in un mare di messaggi e… WhatsApp che invenzione!!
 “Un ricettacolo per coppie frustrate che inondano il telefono di cuoricini, gattini parlanti e foto di ogni genere. –Dove stavo non c'era linea –Prima, ma alle 12,15 la linea c'era,  avevo una spunta. –Ma non stavo in internet –Prima, ma alle 12,30 sei entrato in Internet, avevo due spunte bianche e nere!! –Ma non ho letto il messaggio? –Prima, ma lo hai visualizzato alle 12.45 avevo due spunte blu… e mi hai risposto alle 13.15  ci voleva mezz'ora? non potevi dirmelo subito che non saresti venuto a pranzo? E soltanto l’inizio della fine, un incubo!! VaZZapp ha rovinato le coppie!"

TIPOLOGIA DI COPPIE
1)    La Coppia francobollo: così la chiama mia cugina, che vanno insieme a riunioni, a matrimoni, a battesimi, lettera e francobollo, fanno tutto insieme. Io ne conosco una: bellissima coppia di anziani. Quattro figli. Mano nella  mano. Sempre. Poi lei mi confessa di non aver mai amato il marito. Ha sempre amato il suo primo ragazzo, che i suoi familiari le fecero lasciare… e non c’è stata una sola sera in cui lei sia andata a dormire senza pensare a lui, all'altro, mica a quello accanto.
2)    Le coppie con corna palesate: quelle di una volta. Io sto sempre al mio posto! dice lei che sa di esser moglie pluricornificata. Lei sta al suo posto, lui le regala vestiti e gioielli. Lei mi dice che sono tutte chiacchiere di invidiosi, invidiosi della loro coppia.  Lei sa ma copre lui.
   Quelle di oggi, lui chatta con una lei e la moglie chatta con un lui da due angoli della stessa stanza … e magari si sorridono pure. In quattro.
   Un quadrato. Altro che coppia!
3)    La Coppia cannibale: due cannibali insieme. Chi si mangia per primo? Apparentemente una bella coppia, serena, vanno in chiesa, ma alla prima occasione si sbranano come lupi.
4)    Una coppia dove uno dei due si ammala, perché ci si ammala,  e scoppia e "andiamo via dalla coppia", pensa ognuno dei due, scoppiato, dal non poter esser sé stesso ma purtroppo sempre una coppia.
5)    La Coppia alternativa: che si organizza per non vedersi mai… impossibile, direte voi, e che coppia è? Eppure sono quelle che durano. Partecipazione non vuol dire vedersi e guardarsi e ascoltarsi… che chissà perché dopo tre mesi  uno si  annoia ed all'altro viene la dipendenza.
6)     La Coppia perfettina: Lui parla, gli sfugge un errore, lei corregge, lui riparla, e rifà errore dialettale, lei ricorregge. Chi ama di più? Chi corregge o chi scorregge?

Coppia mia bella coppia chi è la più bella coppia del reame? Siamo la coppia più bella del mondo e ci dispiace per gli altri che sono tristi e sono tristi perché non sanno più cos'è l’amore, cantava Celentano, e quindi per esser coppia più bella, basta saper cos'è l’amore. 
Una distrazione? o  un’attrazione di corpi e di mente?
Quindi se siete una coppia serena, se non vi annoiate insieme, se riuscite a guardarvi con stima,  noi lo consideriamo un miracolo, un dono. Una  fortuna. Una coppia con  un nido, una stanza, una casa, una villa,  già siamo oltre!! con  amici con cui incontrarsi, un gruppo, una comitiva, una coppia, allora la coppia  è!!
Demenziali pensieri su un lemma, un sostantivo, Coppia; che  non esiste.
Come non esiste la  pipa surrealista di Renè Magritte, aggiungendo: però si può riempire.
MUSICA
                                                                                          


martedì 19 gennaio 2016

Cade la terra Carmen Pellegrino

Cade la terra: l'abbandono che sta in noi.
Ringrazio Carmen Pellegrino per aver scritto "Chiamateci per cambiarci i destini" di uno, di tanti. Dal luogo, Alento, un luogo lento, che lentamente si sfa.
Nei nostri paese. Nel mio paese.
Dal mio abbandono quotidiano vedo il palazzo del marchese D'Ippolito, tradito da nuove aperture e calcinacci, il barocco infestato da erbacce, il cornicione pericolante sopra l'ala del palazzo che toccò a mia nonna, figlia di marchese anch'essa. 
Una nobiltà, che aveva già sciupato quel che c'era da sciupare, ha poi vissuto con l'abbandono del tempo, della vita e dello scorrere degli eventi. Abbandonati.
Se i nostri paesi hanno subito l'affronto del cemento, prima avevano vissuto la sciatteria dell'aristocrazia che non sempre fu così, visto che avevano pur creato questi palazzi  ora  sbriciolanti ogni dì.
Scrivere di tutto questo sembra anacronistico, eppure ci servirà leggere questa storia romanzata per aggirare il fastidio di studiare i tanti saggi di antropologi. 
Studi interessanti come  "Il Senso dei luoghi" di Vito Teti:Contro ogni apparenza, i luoghi abbandonati non muoiono mai.  
"Maledetto sud" scrisse Teti,  ma dappertutto incombe questa fine e questa poca attenzione a quel che poi ci portiamo dentro.
Le cellule della nostra combinazione.
Siamo tutti con Estella, al suo tavolo imbandito.
Guardiamo i piatti, preparati dal destino.
Siamo tutti con Marcello, nel suo rifiuto a crescere, a mangiare ed a vestirsi.
Il rifiuto ad amare e ad impegnarsi.
A scappare per salvarsi nel paese che non c'è.
Cade la terra, mi ricorda i giochi che non ho mai fatto, il nascondino ed il girotondo.
Chiama i morti, se vorrai, tanto i vivi non ci sono.
Poi sul foglio potrai vivere la più bella fantasia.
Come Estella, con Marcello e con Libera, ci diciamo tutti insieme che per tutti, lo sappiamo, un'altra pagina è possibile.
Basta girare il foglio, del destino.




Cade la  terra. Stralci di lettura da cui non voglio allontanarmi.
In volo.

«Chiamateci per farci indossare abiti di vento» ha detto poco fa Consiglio Parisi. «Chiamateci per cambiarci i destini.»

“Subito mi chiedo quale sia la storia che raccontiamo. Una storia di esclusione, senza dubbio, ma anche di vite dissipate, trascorse senza gridi, senza gesti. La storia di una chioccia che dorme per anni sulla cova e trova i figli tutti morti. Essi ne parlano come di una storia di penitenza, a cui però non segue alcun pentimento.”

“Quando cominciai a scrivere questo romanzo volevo raccontare la storia di Roscigno Vecchia e della sua ultima abitante – e in parte ho attinto a fonti specifiche, a una specifica geografia – ma poi ho preferito che Alento rappresentasse non soltanto un determinato borgo abbandonato, che racchiudesse più di una storia di solitudine. Le case che marciscono in silenzio sono per me una dimora provvisoria, un posto in cui stare, anche solo per poco. Sono nata in uno di quei luoghi scampati dove il passato e il presente si toccano, è infatti sufficiente attraversare una strada per ritrovarsi davanti a un casolare diroccato. Io stessa ho vissuto in una grande casa che mi dirupava addosso, negli anni informi in cui si hanno tutte le possibilità davanti, oppure non se ne ha nessuna. Immersa com'ero nel silenzio, varcavo spesso la soglia di una casa abbandonata e immaginavo il ritorno di quelli che l’avevano abitata. Quasi sempre cambiavo loro i destini.”

Tremeranno guardandosi gli ospiti seduti al desco

 " Ogni povera cosa a un certo punto ha cominciato a parlarmi, a fare clamore dentro il gioco della memoria, perché non è mai bastata a nessuno la sola volontà. Così, risuscito a uno a uno i gesti e i volti, e mi compiaccio ogni volta nel ritrovarli tanto carini e educati. Occorre tempo e una specie di distacco per decidere quali risuscitare e quali no. Certo quelli che mi son venuti in sogno, quelli sì. Per gli altri si vedrà. E non vale se si sono nascosti dietro una porta o nei cretti di un muro maestro, con quei piccoli furbi gridi «C’ero e non mi hai visto». Onestà, cari morti, onestà, o perlomeno un po’ di riguardo per noi solo abbastanza morti”

Andando in un’aria di vetro

"Il funerale fu bello, pieno di presentimento d’eternità mescolato ai fiori. Sulla bara fu adagiato un berretto con un bellissimo gallone d’oro sul davanti, e tutti notarono come il giallo del gallone si sposasse bene con il legno di pino."

Zona di guerra, 18 ottobre 1918
Caro padre,
qui siamo in pieno inverno, piove e nevica, freddo a tutta forza, ma credo che si stia meglio qua che da voi, data l’epidemia che corre e i pericoli della frana. Dite che è crollato un negozio. Pazienza. Sempre allegro e mai sgomento, siate più tranquillo: si è diventati gagliardi guerrieri, da dirlo a fronte alta, non più imboscati. 
Antonio

“Parlavano di noi ma con parole che ci tolgono ogni riposo» interviene Libera Forti, mentre si scuote leggermente come percorsa da un freddo, per cui si avvolge nello scialle di lana. «Questi loro ricordi non ci concedono tregua, ci spossano. Ma guardate cosa faccio con la boccetta che ho qui davanti» e unendo il pollice e l’indice in una specie di cerchio avvicina la mano al vetro, poi schiocca il colpo con l’indice: l’ampollina schizza lontano come una biglia, frantumandosi in volo.”

domenica 17 gennaio 2016

L'allegria di esserci. Giorgio Lupattelli al Marca

L'allegria di esserci ancora, malgrado i fastidi di un corpo che danza con le tante molecole colorate dei farmaci. L'allegria dell'arte che ci colora attimi, giorni e secoli, nel continente uomo.
Dai collage ai plastici e ai  murales, alle linee di una Guernica che abbaglia, al dinosauro che ci accoglie dal dì che storia divenne il nostro apparir sulla terra, andiamo.
Siamo al Marca di Catanzaro per Giorgio Lupattelli. Conferenza esplicativa super affollata, ed io non riesco ad entrare.
Pubblico sciamante intorno a Giorgio su, nelle sale, e raccolgo da lui   solo la storia dell'elefante che si piega lentamente addormentandosi, da una canzone che mi avrà detto, alla storia di Mac, il suo cane, raccontata in un video. Il cane, lentamente si addormenta. Potrebbe morire, o almeno, il morire potrebbe essere con lo stesso, lento, abbandono del corpo, del movimento.
Questo mi dice Giorgio, allontanandosi per accontentare una signora con una foto insieme.
La morte ed il sonno sono simili, penso io. anche il silenzio. Morire è il silenzio. La sfida al silenzio è un duello continuo. L'arte è la spada, continuo a pensarlo. Questa la forbice con cui si tagliò il nastro. Mac sorveglia.

Quello che però ho ricostruito nella mia testa sta tutto nelle canzoni di Lucio Dalla, Piazza Grande, Quale allegria, negli infusi del port, quella vena succlavia che beve e beve una pozione magica, in Spiderman, in Rita Levi Montalcini, L'asso nella manica a brandelli. La vecchiaia è complicata, dice mia mamma al telefono.
Vivere è complesso, ridendo le rispondo. Poi chiedo" E Il piede?" e lei, pur rallegrata di averlo il piede, mi risponde che non l'ha neppur guardato.
Tutti i colori di Giorgio Lupattelli al Marca sono un grande saluto a noi, al mondo che ci piace, tanto, tantissimo, ancora di più, se percepiamo la caducità, del  cane, del dinosauro, della mente.
Una sensibiltà che potrebbe implodere, dice con me Vittorio Pio, oppure esplodere.
Meglio sarebbe lasciarla andare su tela, pannelli, su braille in ceramica e riderne ancora una volta di più.
Dovrò venire a fine mostra per vedere il ponte che lui costruirà con i mattoncini lego, quel ponte sull'acqua, quel ponte tra noi, che si chiama amicizia. Partendo tutti insieme dall'altra parte della luna con lo sputnik della fantasia. 

giovedì 14 gennaio 2016

Gli Occhi Magri. Walter Sabbatini. Miracolosa medicina

Nella quarta di copertina leggo" Nel tentativo di ritrovare la partitura che la sua mente ora salmodiava con ingannevole eleganza" si sarebbe impegnato alla ricerca di quella voce.

 "La Voce Del Silenzio" 
Volevo stare un pò da sola 
per pensare e tu lo sai 
ed ho sentito nel silenzio 
una voce dentro me 
e tornan vive troppe cose 
che credevo morte ormai 
e chi ho tanto amato 
dal mare del silenzio 
ritorna come un'onda nei miei occhi 
e quello che mi manca 
nel mare del silenzio 
mi manca sai, molto di più. 

Mentre le voci dei tanti cantanti, dopo Mina, si susseguono nella mia stanza, resto con il libro di Walter in mano, che sta cantando insieme. 
quella voce che lui ci confessa di  cercare con fatica, setacciando riga per riga, pagina per pagina," come se gli mancasse proprio quella musica lì, il totem di ogni miracolosa medicina, la musica che gli mancava." Lui lo dice, io non mi sono accorta della fatica, ho apprezzato la facilità del suo scrivere suggestionante,  e noi sappiamo che, se un esercizio difficilissimo sembra facilissimo, e perché atleta bravissimo è.

Ci sono cose in un silenzio 
che non m'aspettavo mai, 
vorrei una voce 
ed improvvisamente 
ti accorgi che il silenzio 
ha il volto delle cose che hai perduto 
ed io ti sento amore, 
ti sento nel mio cuore 
stai riprendendo il posto che 
tu non avevi perso mai

Sono sicura che lo scrittore abbia invece perfettamente la sua musica, l'abbia suonata nelle pagine e pagine del suo racconto, che oltrepassando le parole suonava una melodia. 
Nel libro di Walter "Sono la loro solitudine" Dice Amalia. I calabroni ronzano e la trama ha il ronzio, e poi gli spiriti delle foglie gialle che al primo segno di invecchiamento delle foglie andavano via, senza spiegazioni, senza salutare.
 Ho fatto moltissime orecchiette a questo libro, ed a pag 263 ho capito perché.
Quel diventare poema il non essere al mondo. Il restarsene come un pezzo di legno. Come Bart " Stare senza il mondo". Il non voler far nulla. 
Troveremo quella chitarra anche noi nel fiume della vita, Walter, così  come la trova Franco, troveremo la musica per suonare la vita. 
Lo dico dal nulla da dove abito.
oggi leggendo Gian Paolo Serino scriveva proprio che ogni lettore mentre parla del libro debba dire come sta, dov'è.
La Trattoria di Amalia mi sarebbe piaciuta,  col profumo di cibi che ora mi arrivano dalla mia cucina. Le "pastille" di castagna bollite, il cavolo verza a stufare con il suo odore dolce, ed il canto della campagna. Rabelais e la letteratura ringraziano Walter Sabbatini per il suo omaggio. Sono sicura che cibo e musica profumeranno librerie e cucine, sono sicura che Walter ha già trovato in sé la miracolosa medicina chiamata fiducia. Fiducia nel potere della letteratura che ci renderà vivi

ci sono cose in un silenzio 
che non m'aspettavo mai, 
vorrei una voce 
e improvvisamente 
ti accorgi che il silenzio 
ha il volto delle cose che hai perduto

Ma non si perde nulla nel libro Gli Occhi Magri di Walter perchè  

stai riprendendo il posto che 
tu non avevi perso mai 

martedì 12 gennaio 2016

"Strade Perdute" col Patrocinio del Comune portano il cinema a scuola.


Evviva...
Da molto tempo questa stanza 
Ha le persiane chiuse. 
Non entra più luce qui dentro 
Il sole è uno straniero. 
L'orologio della piazza 
Ha battuto la sua ora. 
E' tempo di aspettarti, 
E' tempo che ritorni, 
Lo sento sei vicina, 
E' l'ora del cinema...


Sono invitata alla conferenza stampa che Gian Lorenzo Franzì, presidente dell'associazione" Strade Perdute" tiene oggi con i rappresentanti politici, Sindaco, assessore ed addetto stampa del Comune cittadino, per informare la cittadinanza,  gli organi di stampa e televisivi, della sua iniziativa patrocinata dal Comune.
Vado in anticipo e mi rallegro degli arrivi, dei saluti, con Luisa Vaccaro, Luca Scaramuzzino e con Giuseppe Maviglia, giornalista della Gazzetta del sud, che arriva, come me, puntualissimo. 
Intanto che mi saluto e mi complimento con Gian Lorenzo Franzì, collaboratore di più magazine di cinema nazionali e presidente questo anno al Festival di Venezia per Fipresci, arrivano la televisione, City One, ed i fotografi Strangis e Rochira. Evviva, Intanto la Stampa si posiziona sul tavolo rosso ed io vado nelle prime file destinate al pubblico. Posto centrale. 
Un abbonato ha sempre diritto alla prima fila, era una pubblicità di un tempo. 
Intanto i dettagli. La lunga e bella amicizia fra Gian Lorenzo ed il sindaco, che ricorda un ragazzino di cinque anni, portato in trasferta a Sorrento per una partita, quando già il suddetto bimbo amava il cinema.
Da qui riparte Gian Lorenzo per dire che bisogna iniziare a far amare il cinema da piccoli ai piccoli, quindi far andare al cinema gli alunni di ogni ordine e grado. 
Saranno informati i responsabili degli istituti, i docenti, le famiglie e il progetto inizierà a primavera, solcando come l'albatros, il nostro immaginario di cinefili. 
Nel mentre che "L'armata Brancaleone", con Branca Branca Branca Leon Leon Leon,  appena evocata da Gian Lorenzo come film che lui spiegherà ai ragazzi, si srotola nella mia mente e la pellicola, rimasta impressa da allora, riprende a vivere, io auguro a "L'ora di cinema", sotto la direzione artistica di Gian Lorenzo, molte ore così
E' tempo che ritorni, 
Lo sento sei vicina, 
E' l'ora di cinema. 

Il vuoto della vita 
E' grande come il mare. 
Da quando se n'è andata 
Io non l'ho vista più. 

E' lei che mi manca 
E' lei che non c'è più. 

L'orologio della piazza 
Ha perso la speranza. 

Io no che non l'ho persa, 
io aspetto che ritorni, 
ti sento sei vicina, 
è l'ora del cinema




Beppe Calabretta Il mastro Il sigaro e la sedia

Giuseppe Calabretta.

Una punteggiatura così non la leggevo da tempo. Così curata, voglio dire, così attenta.  Credo che la cura emerga da tutto il romanzo. Cura e attenzione dell’editore, Andrea Giannasi, che conosco, so con quanto amore e dedizione si dedichi ai libri, alla rivista, alle tante iniziative che porta per la penisola: I festival letterari, i premi.
La stessa cura che si percepisce negli autori che lui sceglie. Autori attenti, innamorati della parola, del gesto dello scrivere e rispettosi del racconto.
Così nel leggere il romanzo calabrese di Giuseppe Calabretta “ Il Mastro il sigaro e la sedia” apprezzo questa cura formale del bel dire, del raccontare con una punteggiatura che, nonostante elimini i segni di interpunzione per il discorso diretto, proprio per questo diventa personaggio.
Perché manca.
I dialoghi si susseguono, senza scansione, fra parlante e narratore con il dialogo continuo che l’autore fa con noi, e sulla scena del romanzo fanno i personaggi. Doppio dialogo. 
Noi con lui. Il lui che  narra di Andrea e di Vincenzo. 
Narra di un paese immaginario, il paese del suo ricordo, narra un pezzo di storia che arriva al 2012, quando il 14 luglio, seduto sulla sua sedia, il sigaro si spegne. Ha cento anni.
Narra la storia Vincenzo, il ragazzo che, a nove  anni, va a lavorare nella bottega di Mastro Andrea, imparando, attraverso lui, il sigaro, la sedia e la storia.
“Il maestro falegname non era ignorante. Il padre, unico bigotto del paese, aveva una concezione estrema dei principi religiosi." 
Quindi questo padre decise di far andare il suo ultimogenito, Andrea, a scuola dai Padri caritatevoli, per diventare prete.
Ma  il terremoto del 1908 trasformerà la vita di Andrea, facendo perire padre e fratello  e lui diventerà Il Mastro, dove Vincenzo, a sua volta, imparerà.

Un passaggio di storia da uno all'altro, seguendo una storia verticale che diventa orizzontale, ed è questo, suppongo, l’anello di congiunzione con Patres di Saverio Tavano.  I due libri si cercarono, quasi a voler chiedere uno all'altro qualcosa.
Nel libro teatro di Saverio un padre si allontana da un figlio cieco, ritorna per trasmettere un nulla urlato, qui nel libro di Calabretta, il racconto si snoda lento, silenzioso, i personaggi sembrano immobili nel momento della narrazione e rimangono ad ascoltare il fiume degli eventi, nel silenzio di un sud  che si chiama Vela. Alza le tue vele, era la canzone di Bertoli, una canzone che presuppone il vento.
 Il vento che debba fischiare e fischiare ancora in un sud  visto nel film di Fabio Mollo” Il sud è niente” Senza lasciare traccia… dice l’autore nella sua nota.
La seconda metà dello stesso secolo, ed i primi anni di quello presente, scivolati via quasi senza lasciar traccia.
Nel sud del silenzio posso percepire quello che  mi sembra una mancanza nel ritmo del libro. Forse voluta. Un registro narrativo su un tono sempre uguale, un  tempo lento. Del villaggio. 
Ippolita Luzzo 

sabato 9 gennaio 2016

Mio padre compie oggi novantuno anni

Novantuno anni. Lui diceva spesso che suo nonno era vissuto novanta anni e più senza conoscere un dottore, senza farsi una puntura. La prima puntura gliela fecero a novanta anni. E lui scherzando disse che lo avevano sverginato! Non conosco questo nonno di mio padre, come potrei? se non per questo e altri aneddoti lontani. Fatto sta che mio nonno era convinto di vivere molto, almeno quanto il suo papà ed invece morì giovane, a settanta anni, sorpreso dello scherzo che la sorte gli faceva. Mio padre invece che non aveva tutto questo interesse a vivere ha oltrepassato la novantina perdendosi ogni giorno qualcosa del giorno prima. Nella terribile decomposizione della vecchiaia. Due ingiustizie. Mio nonno morto con la voglia forte di vivere e questo lungo protrarsi di un soggiorno in chi non ha da tempo avuto mai interesse a continuare. Non comandiamo noi 

mercoledì 6 gennaio 2016

Demetrio Paolin Non fate troppi pettegolezzi

Demetrio Paolin
Non fate troppi pettegolezzi: La lezione di Paolin.
Nella Torino dal color viola
Quando manca il motivo per continuare, quattro scrittori spezzano la penna, si precipitano dalle scale, si addormentano per l’eternità 
Quattro scrittori tratteggiati nelle linee essenziali, nei contorni, con occhiali, baffi, barba e capelli, sopracciglia, in un viola che ci piace molto. Il viola è il colore della penitenza, del dolore, della tristezza, ma accresce la capacità creativa e la fantasia. Chi ama il viola è amante dell'arte. Con umiltà. 
Demetrio Paolin scrive "La mia dipendenza dalla scrittura: questo è il mio esame di coscienza. Torino, gennaio-novembre 2013" 
Fare lezione a scuola così, con in mano il libro di Demetrio, per dire ai ragazzi che qualcosa dobbiamo pur ricordare 
 "C’è una poesia di Borges ne "L’elogio dell’ombra", in cui lo scrittore argentino immagina Caino e Abele che si incontrano in un ipotetico aldilà. Nessuno dei due ricorda chi ha ucciso chi e sembra che questa smemoratezza sia salvifica per entrambi.Nessuno di noi ricorda tutto, l’oblio serve per discernere alcuni ricordi da altri. Il rischio che si corre sarebbe altrimenti la pazzia"
Nella Torino che non conosco e che conosco così, dal suo descriverla, seguiamo i momenti che lui racconta.
Quattro autori, quattro uomini, alle prese con povertà, pudore e vergogna,  servizio e dono, impossibilità a vivere un momento di più.
Nell'accostarsi affettuoso di Demetrio ai suoi scrittori
c’è un momento in cui anche la scrittura non consola più, è il momento in cui gli editori non ti pagano, in cui il foglio non  dà più gioia e non risponde, nella strettoia del giorno. Allora il rasoio o una pillola o cadere dalle scale sembra unico modo per  spezzare lo stringimento.

EMILIO SALGARI Torino, strada Val San Martino Superiore 27 (25 aprile 1911)
Salgari, l’uomo pulito dell’immaginario semplice, lussureggiante ma corretto. I suoi personaggi onesti vivono in una colorata e profumata natura, combattono nemici certi e cattivi, si fidano e amano. Con responsabilità. Nella costrizione Salgari scrive.
Vi è “una nevrosi da spazi angusti, da costrizione carceraria. Si prendano alcune bestie e le si privi del loro habitat, le si privi della loro dovuta violenza e diventeranno queste cose vuote.”
Questo sentimento di costrizione e di vergogna  si supera con l’immaginazione. Inventa mondi. Ad un certo punto  Salgari sa che la sua storia personale finisce male e “quello di Salgari non è un suicidio, ma un sacrificio: c’è qualcosa di religioso e primitivo nel suo gesto. Sandokan è invecchiato.” atto di resa, ma in grande stile.

CESARE PAVESE Torino, piazza Carlo Felice 60 (27 agosto 1950)
Pavese come Orfeo
Lavorare stanca:” il mito di Orfeo inizia con un viaggio e finisce con un ritiro solitario sulle colline. La dicotomia tra movimento/immobilità” Il movimento però  è simile a quello di chi improvvisamente si volta. Orfeo si volta ed Euridice è immobile e chiara: il tempo pare fermarsi, lui rivede l’oggetto del suo amore. Nel momento in cui appare più viva, lei svanisce come i filamenti delle lampadine prima di bruciarsi, che rilasciano una luce chiarissima, molto più forte del loro voltaggio, una luce finale, che è segno che ogni cosa sta per finire. Così per Orfeo è stata Euridice: un nitore composto e poi nulla più.” Dialoghi con Leucò. 
E mentre Pavese diviene Orfeo "Il sacro rimane a noi lontano, mentre il mistero – sempre quando si è ammessi a esperirlo – ci consente una conoscenza totale, ci fa immedesimare con gli stessi Dei di cui celebriamo il rito."
Tutto l’amore che Orfeo ha per Euridice è un viatico per comprendere che l’uomo è niente. 
In "Il mestiere di vivere" Pavese, nel marzo del 1950, il 25 per la precisione, scrive queste righe: Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla." Ma anche il nulla può dare euforia.
L'euforia del leggere sempre molto simile è.

PRIMO LEVI Torino, corso Re Umberto 75 (11 aprile 1987)
 Se questo è un uomo "una sorta di progressivo spogliamento dell’uomo: Si immagini ora un uomo a cui, insieme alle persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno. L’uovo senza guscio e l’uomo vuoto sono la medesima cosa."
E poi il sopravvissuto ha vergogna "perché sei vivo al posto di un altro? Ed in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere: […], no, non trovi trasgressioni palesi, non hai soppiantato nessuno, non hai picchiato […], non hai rubato il pane di nessuno; tuttavia non lo puoi escludere." Primo Levi, I sommersi e i salvati

Mi disse una mia amica, dottoressa al Sert, che basta pochissimo, un odore, una musica e si è di nuovo ripiombati nell'inferno della droga, dell’alcool, la sirena che trascina i suoi pazienti. Forse lo scrisse Jung. Qui lo leggiamo da Paolin che fa parafrasi da Levi "Via Cigna è la descrizione dell’angoscia dell’essere ancora laggiù nel lager e di come basti un niente affinché tale sentimento venga portato alla luce, grazie a una trama di complessi rimandi interni e citazioni velate."
"il nome – questo Levi lo sapeva bene – è il nocciolo dell’esistenza del mondo, perché la parola è ciò che crea il mondo. Così immagino Levi che durante un noioso venerdì pomeriggio, aspettando il suono della sirena che sanciva la fine del turno, scarabocchia qualcosa su di un quattrino. Prende un foglio bianco e incomincia ad  anagrammare il suo nome e il suo cognome. Per il suo cognome la soluzione più facile è quella di invertire le sillabe. E così facendo da "levi" è passato a "vile". Fuori sta annottando e la sirena ancora non suona, Primo prende il foglio e legge: primo vile" Che cosa triste! sbagliare anagramma 

FRANCO LUCENTINI Torino, piazza Vittorio Veneto angolo via Po (5 agosto 2002)
“Nell’agosto del 2002 Lucentini si butta giù dalle scale del suo appartamento di Torino. Lucentini vive in un bellissimo alloggio in piazza Vittorio Veneto, che è forse la piazza della mia città che amo di più.” 
Venendo meno il dialogo venne meno il motivo “. Per Lucentini succede qualcosa di simile, il dialogo è un prisma che offre diversi punti di vista, mostra incongruenze, perplessità, dubbi e pochissime certezze; il cammino verso la verità non è facile, non è costruito su saldi pilastri, ma appunto è traballante e balbettante come può esserlo un dialogo tra due esseri umani”

“l’ossessione della scrittura come tentativo di riprodurre fedelmente qualcosa che già c’è. C’è stato un tempo in cui la parola era una cosa sola con l’idea e la realtà; nominare e pensare erano la stessa cosa: perché facevano esistere. Poi venne la memoria, e con la memoria venne la letteratura e quella identità si perse. Fu Babele, fummo noi con le nostre povere parole che ci permettono di vedere il mondo e di capirlo come enigma e tramite uno specchio oscuro. La condizione dello scrittore, lo diceva Benjamin nel saggio su Leskov, è una condizione di morente” Al servizio della letteratura: se muore il dialogo muore tutto.
Ippolita Luzzo


Lo scrigno alchemico del conferenziere

Sono qui che prendo appunti in una bella sala conferenze.
Al tavolo i relatori e l'autore del libro. 
Ha da poco terminato una lei, ora inizia a parlare un lui.
"Secondo me, lei scrigno alchemico" esordisce lui alla lei che si gingilla del suo scrigno. Alchemico.
Ora entriamo nel vivo della relazione
"Praticamente, ecco, davvero, devo dire, appunto, proprio certamente no? come diceva lei, psicologicamente e onestamente, praticamente della mancanza, e compagnia bella, cocci interiori, osso e polpa, strappi e buchi neri, devo dire, appunto, così nel fare di"
Ho anche scritto quante volte abbia detto "ecco", dieci volte al nanosecondo, quante volte abbia detto "appunto", altre dieci volte.
Non ho potuto prendere nota sul numero infinito di "Praticamente" perché ebbi mal di testa immediato e sindrome di Stendhal. 
Anche io, ammirata davanti a tanto capolavoro linguistico, caddi come corpo morto cade.
Posso capire una o un conferenziere improvvisato cadere nella ripetizione e nell'inciampo.
Non mi faccio una ragione del persistere dell'errore in scafati individui sempre col microfono in bocca. 
Io avevo due vizi orrendi "Ovvio" e "Appunto" 
Mi mordo la lingua ogni qualvolta vogliano uscire.
Una volta dissi ad un ragazzo che veniva intervistato  come se fosse un  filosofo di non ripetere sempre"Diciamo"
Lui mi rispose urtato che quel "Diciamo" era la sua caratteristica. Capisco che gli altri non vogliano essere corretti, io invece vi autorizzo a dirmi, quelle rare volte che apro bocca, quali siano le mie ripetizioni per non incorrere negli errori che provocano malessere negli ascoltatori 

martedì 5 gennaio 2016

Thalassa Francesca Tuscano


Thalassa “Navigando sul mare color vino verso uomini di altre lingue.” – Dall’Odissea, 1.183.
ονοψ “Oinops” è generalmente l’epiteto per il mare in Omero.
Navigando sul mare colore del vino, verso genti straniere, verso Temesa in cerca di bronzo, sono arrivato qui con nave e compagni. Porto con me ferro lucente"

Una ballata del mare salato Luglio 1967, Italia Hugo Pratt
Dal mare, che viene solcato per portare guerra, al mare della conoscenza, del seguir virtute e conoscenza. La possibilità di navigare e conoscere altre città, altre usanze, altre geometrie.
Era questo il canto dell’Odissea, il ritorno al conoscere, dopo la distruzione.
Avevo anni fa un bellissimo telo mare, in cotone piqué, con su stampati questi versi dell'Odissea e sul fondo campeggiava il profilo di  Corto Maltese, dalla ballata sul mare salato.
Avrei voluto trovarlo in casa e mi sono messa alla ricerca accorgendomi che casa mia negli anni mi è sconosciuta.
Non ricordo dove ho riposto il telo e non saprei dove cercarlo.
Non mi interessano e non amo i teli e gli asciugamani che ho ora.
Ricordo invece con quanto orgoglio io mi portassi dietro quel telo per aver modo poi, ai rari curiosi che mi domandavano, di parlare e parlare di Omero, Ulisse e  Corto Maltese.
Come faccio ora con il mare “Thalassa”, raccolta di versi  di Francesca Tuscan, un mare colore del vino.
Il mare dei nostri riferimenti
Non si può leggere una raccolta di versi, non nel senso del comune dire: ” leggere” come un romanzo.
Ogni poesia ci invita alla sosta, a ricominciare, a ricordare.
Navigando nel mare dal Pre-scriptum al Post- scriptum
 Pre-scriptum “Amiamoci senza sfiorarci, nell’odore di pelle e silenzio”
(a Laurent)
 Post-scriptum “Si perdono i regali degli addii./…Lo Sguardo e la mano si dannano nella semplice storia.”
Dai dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, che sempre al mito ci riporta, quel luogo popolato da ninfe che ci avrebbero guidato o illuso, si giunge al luogo con gli  dei, satiri e Armonia e Cadmo che si sposeranno. Vero, Calasso? Ho amato moltissimo anche il tuo libro, necessario.
“Thalassa"
"Un giorno si leverà la polvere gialla a dirci che il nostro secolo è finito.”
Navigando nel mare dei nostri cari
Nel frattempo lei stringe al collo la sciarpa degli affetti:
 Il nonno che le ha insegnato a cantare, ad amare e ad essere anarchica “è la forza del dolore, la speranza che non consola. Quella che pende/dal ramo del melo”
Lucina, Angela, Pinuccia,  Roberto,  Arturo, le  maestre, i maestri, i loro occhiali ”Ognuno ha da fare la sua parte. E questa è la mia./C’è chi canta e c’è chi copia. Le mani, però, sanno/cantare e copiare. Così se ne fanno armi./Ed io l’ho fatto. Per questo.”
E poi le vittime, Franca e Antonio, vittime di un sistema punitivo che non rispettò la maternità
E si riparte. ”Eppure continuiamo a ripulire parole,/a pensarle senza mentire,/ad essere dalla parte del muro senza ombra./Non c’è altro luogo ed altro foglio,/non c’è altra rupe e altro masso-/sempre riprendere il cammino ostinato./pag52


 The Boat That Rocked , I love Radio Rock,  un film del 2009 scritto e diretto da Richard Curtis, mi ricorda quel momento in cui arrivano tante zattere sul mare del nord, tante zattere in aiuto ai musicisti che,  in balia delle onde, sulla nave trasmettevano musica rock.”
Allora io scrissi quello che vorrei scrivere qui sui versi di Francesca Tuscano
“Nella straorzante virata che fa la tua barca puoi sempre contare su zattere e natanti che accorrono in aiuto nella procella-
Il mare freddo del nord, le onde radio, la voce e il suono.
Vibra su tutto l'esaltazione e l'entusiasmo di essere vivi
ed eterna è la sconfinata allegria di testarsi capaci di cotante osare.
Dall'alto del pennone si ha la vertigine che ti fa tuffare giù, a capofitto, e il conte ed il re, si ritrovano amici.
Una sfida a noi stessi, alla piaggeria, al monotono e arido formular  editti, una sfida al Regno Unito d'Inghilterra, ai burocrati e alle carte.
Ci salverà la musica...
i film, la poesia.”
Leggendo le poesie di Francesca
“Rimane il segno che non volevi,/e infine sai che il giusto è in questo rimpianto,/nel ricordo che ha odore di terra.”pag53
“Ed ho cominciato ad amare i sorbi./Cercare i simili, per guardare lontano, e sempre insieme./ No, non è inutile leggere i poeti.”pag80

Nella squadra ideale che Antonio Bux, caro amico e poeta, aveva immaginato, vi erano molti che considero più che poeti, familiari, per la vicinanza di pensieri. Così avviene che leggere i versi di Bertoldo Roberto, di Massimo Sannelli o di Francesca, è sempre quel cercare i simili per guardar lontano. Nell'intimità che è interiorità di pensieri. Una complessità che ci riguarda.
Navigando nel mare color del vino con “Thalassa”

        


lunedì 4 gennaio 2016

Un piccolo teatro come Il Piccolo. Patres al teatro Umberto

Immaginando di stare a Milano al tempo di Paolo Grassi ascoltiamo Alessandro Toppi e Dario Tomasello parlare di Patres con il regista Saverio Tavano. Dalla  platea affollata, con spettatori in piedi, si sono appena sentiti gli applausi ripetuti a Gianluca Vetromilo e Dario Natale, i due attori protagonisti dell'atto unico "Patres", spettacolo già più volte visto, da alcuni di noi, e amato come un nostro simile.
Con più di quaranta rappresentazioni in molti teatri italiani Patres è stato più volte premiato. Più e Più, scrissi io a Saverio Tavano, al suo conoscerlo, rapita dal suo talento, oltre i confini geografici e temporali. 
Patres sconfigge l'augusto spazio dei luoghi, del pantano locale, per sfuggire, malgrado la netta collocazione del navigatore, ad una matrice che non sia quella umana. 
Come Dario Tomasello chiude il suo intervento con quell'aggettivo
"Umano" che connota la differenza fra teatro di genere e teatro con la T maiuscola, questo testo appena visto ha spostato la marginalità del territorio in un universale che ci appartiene, malgrado il dialetto e nonostante lui. Forse un dialetto impreciso, non propriamente del Cafarone, ma cosa importa? Non è il dialetto la dominante del testo. Qui domina il tragico destino individuale di scelte di singoli che soggiacciono a disegni malvagi. Ineluttabile mondo de I Vinti  di Verga, dei pescatori di Aci Trezza, dei pescatori che ormai potranno pescare cadaveri nelle loro reti.
Getta le tue reti, cantava Bertoli, tanto pesce pescherai.
Ora il pesce ancora sta sui banchi delle pescherie e surgelato ci guarda mentre tutto non è più buono, non solo il pesce. 
Nella denunzia del male, del tumore che incalza, come la lebbra del nostro secolo, ci sta dolente il rapporto padre-figlio. 
Un rapporto terribile. Sulla disillusione, sull'inganno, sulla non accettazione. 
Il padre non accetta il figlio, il padre va via, torna e lo lava, lo abbandona di nuovo a quella corda che sembra il destino di un figlio problematico.
Con foto di Aldo Tomaino
Moltissimi ormai fanno dei loro limiti una vittoria, una forza, qui, nel testo, ed in alcune tristi realtà, quel limite diventa la condanna ad un esilio da scontare da vivi, perché la morte si sconta vivendo. Nello spostamento dal verticale all'orizzontale sul  piano di una relazione cercata e non ottenuta sta il discorso di Dario Tomasello, mentre la testimonianza di Alessandro Toppi, da critico teatrale attento a un teatro vivente, urla compostamente quanto di bello ci sia in teatri piccoli, in sperimentazioni che avrebbero bisogno di essere sostenuti perché validi, senza tagliare fondi "alla cicatigna" per dirla in dialetto e chiamare teatro quello che non lo è. Ricordando Emma Dante e suo spettacolo, durante queste feste natalizie, in un piccolo teatro, con trenta posti, Alessandro ci ha ridato la magia del recitare, del poter applaudire un vero spettacolo.
Con in mano il libro edito dalla casa editrice "La Mongolfiera" voliamo anche noi nei cieli del teatro vero. Da spettatori uscenti sul palco della vita.

Piccola nota per sorridere: Da pubblico in piedi, e accoccolata sul gradino, io poi presi il posto di Alessandro e seduta nel riservato dedicato ai critici veri mi impregnai dello spirito di Flaiano. 
foto di Angelo di Maggio