lunedì 25 settembre 2017

Tatty, il romanzo di Christine Dwyer Hickey

L'infanzia di Tatty, raccontata da lei medesima.
Fra le tante e tante storie  ogni tanto si trova la storia, narrata e romanzata, la storia dell'infanzia di Tatty.
Al telefono, prima, raccontavo ad una amica, quanto fosse vero e quanto fosse plausibile quel modo di vedere le cose di una bambina. La bambina narrante, Tatty, diventa così tutti noi, osservatrici di un mondo familiare, di uno spazio abitato da casa, scuola, strada e chiesa. Vedremo anche noi, squarciato il velo, vedremo anche noi, come il fratello di Tatty, appena nato,  invece di sagome, la famiglia.
Tutti noi, alla nascita, vediamo come se ci fosse un velo, man mano nel velo si formeranno dei buchi, sempre più grandi e "i buchi diventeranno sempre più grossi, finché non ci sarà più nessun velo. Quando questo succederà riuscirà a vederci: riuscirà a vedersi. Ci guarderà e riconoscerà le nostre voci. Allora non saremo più delle sagome. Saremo invece la sua famiglia" Lukey, il fratello di Tatty prende vita dal momento in cui viene battezzato con un nome che significa luce. Parenti, vicini, papà e mamma, fratelli e sorelle da sagome diventeranno familiari. Nel percorso all'inverso che mi è successo io leggo il libro con una partecipazione interiore, da lettrice, ed una partecipazione esteriore, da osservatrice.
Ho scritto quasi a memoria le frasi iniziali del romanzo, scritto e tradotto con pulizia estrema, rarefatto quasi, con frasi aderenti al pensiero, al ritmo del pensiero e degli occhi.
Ha cinque anni la protagonista quando si perde alle corse dei cavalli, dove è andata col suo papà. Lei sa di non essersi persa e sarà la prima cosa che dirà alla mamma rientrando, malgrado la promessa fatta a suo padre di tacere. L'episodio, trasformato e manipolato, le varrà l'appellativo di Tatty, pettegola vuol dire Tatty, con cui suo padre l'apostrofa. Un padre che le offre una pinta di birra da bere!
Una famiglia speciale, come tutte le famiglie, speciale come la sorella di Tatty, Deirdre, una bimba con gravi difficoltà, con frequenti attacchi epilettici e ritardo nell'apprendimento, direbbero le schede. Siamo negli anni sessanta, dal sessantaquattro al settantaquattro. Seguiamo i dieci anni di Tatty, capitolo per capitolo, dai cinque ai quattordici anni, Dall'adorazione del padre alla delusione della figura paterna, al momento in cui, qualsiasi adolescente riesce a togliere il velo sulle sagome che ha adorato e a vederle nella loro verità, fuori dal mito. 
Una storia avvincente, viva e capace di lasciare quella voglia di leggere ancora questa autrice, di leggere ancora su questa famiglia, di leggere ancora buoni libri. 
Una famiglia problematica, Tatty comincia a strapparsi i capelli, grandi buchi nei capelli di Tatty. Sono i buchi a raccontarci oppure no? In dieci anni si cresce,si diradano alcuni buchi e si creano altri veli, da squarciare ancora. Crescere allontanandosi e crescere osservando, fra lei e il mondo. Crescere e diventare una stella. Tatty si chiama Caroline, anzi si chiama Cara, ed è una ragazza premiata con una stella d'oro, a scuola dove vive da tempo, trova una amica, per poco, pochissimo... e cara, dolce Caroline sei tutti noi.
 Ambientato in una Irlanda simile alla Calabria, simile ad un luogo chiamato Famiglia, simile ad una scuola conosciuta, simile e perciò da subito amico diventerà questo romanzo. E vedremo come nello schermo tutti i familiari, vedremo tutti, ma Tatty non vede sè stessa.  "Come una piccola fotografia buia sprofondata al centro dello schermo. Come se stessero lì a guadare loro stessi alle tele" Ricordando Aristotele e il primo libro della Metafisica sullo stupore di vedere, sulla meraviglia di vedere. Ricordando Platone e le sagome sulla caverna.
Il libro, amato e tradotto da Sabrina Campolongo con sensibilità e tecnica affettuosa, sarà una lettura amata e cercata da tanti. A novembre al Book Festival di Pisa 
Ippolita Luzzo    
   

   

venerdì 22 settembre 2017

Lit-film di UNA e diversi con Litweb


La Vita è un giorno in Litweb

Salas è Una parola palindroma
Il cittadino illustre
Il paese dell'infanzia dove lo scrittore torna dopo quaranta anni è solo una parola palindroma.
Quelle parole mantengono lo stesso suono e lo stesso significato sia che si leggano normalmente, da sinistra verso destra, sia viceversa, cioè da destra verso sinistra.
La lettura rimane la stessa e si fugge via sia a venti che a sessanta anni.
Mi domando come si possa costruire poi un romanzo dal titolo "Il cittadino onorario" e ritrovare quella creatività sfuggita all'apparir dei premi.
Sarà dunque l'infelicità a voler fuggire via e scelga il foglio per farlo? Ne sono certa.
Dalla costrizione nasce l'arte, almeno un segmento, dal tormento di non essere mai fuggito definitivamente, perché non si può fuggire dal corpo che si abita, dalle abitudini, da convenzioni scelte e mummificate.

La cerimonia di Svezia aveva la fissità marmorea di Salas e lo scrittore mi ha ricordato Thomas Bernhard, drammaturgo, poeta e giornalista austriaco, tra i massimi autori della letteratura del Novecento. "I miei premi" il libro.
Mi sembrava quasi di vederlo e sentire da lui quelle lezioni su come la letteratura serva allo scrittore per crearsi un mondo, appurato che quello in cui si sta è piatto e banale, crudele e buono, a secondo delle situazioni.
La letteratura dunque crea il mondo, i personaggi, le scene d'amore e le scene di odio, poi chi legge deve crederle vere, verissime, altrimenti odierà, a sua volta, lo scrittore.
Sarà in questo gioco di vero e falso che si snoda la vita dei personaggi, dello scrittore e di tutti noi, in un gioco di specchi dove guardiamo, senza vederci, vedendo l'altro.
Vedendo nulla perché non c'è un bel nulla, Il resto di niente, direbbe Enzo Striani, dal suo caparbio romanzo di lotta per ideali perduti.
Cinismo, viene spesso ripetuto nel film, cinico, quel fare di chi non crede in niente se non nei personaggi, nello scrivere e nel regalare quella ferita di arma da fuoco da cui partirà la trama.
C'è un passaggio interessante, più volte ripreso nel film, quando si afferma lo svuotamento delle parole troppo vanamente ripetute.
Si parla troppo di libertà quando non esiste proprio la libertà, si parla a vanvera di cultura sulle bocche degli sciocchi e degli ignoranti. se una parola è troppo usata quella parola svanisce, diventa ridicola, perché usata da ridicoli. Lo stesso si potrebbe affermare della parola scrittura, alla quale si attribuisce il compito di inventare un mondo possibile dove abitare, di guarire sofferenze e ferite dell'anima, di donarci la libertà. Mi sembra ce ne sia abbastanza anche per dichiarare inflazionata la parola scrittura.
Parole inflazionate.  
Dal gioco difficilissimo dello stare al mondo il film mette al primo posto lo straniamento, l'impossibile dialogo, se non in ruoli stabiliti, scrittore segretaria, premiato e giurati, sindaco e compaesani. Assurdi ruoli di teatro umano per un fuga dal nulla.  Ci faranno una statua e qualcuno la sporcherà, (penso con orrore al busto di Falcone staccato e lanciato, guardando il busto del cittadino onorario insozzato). Dal popolo, passare dall'elogio allo sputo, il passo è breve.
Mancando rispetto e sacralità tutto diventa finzione e successo. Una rilettura macabra dell'essere scrittore.  
Nella desolazione più totale di un cittadino onorario, si può diventare il cittadino illustre scrivendo.

Il Padre d'Italia di Fabio Mollo al cinema
Fabio è qui.
Dopo Il sud è niente, fortemente voluto, amato e visto e rivisto da me, ora siamo qui ad aspettarlo in tanti. Nella giornata dei giusti Fabio è un giusto, anzi un angelo, ed il film racconta quel suo essere romantico, quel voler mettere al primo posto gli incontri magici, i sentimenti, le relazioni che ora potrebbero legarci in questo viaggio chiamato amore. 
Futuro, lo chiama Fabio, questa proposizione semplice col tempo all'infinito, credere nel futuro, assumere una responsabilità e legarsi d'affetto verso un essere indifeso che nascerà ed avrà bisogno di cure. 
Nel film Fabio sceglie di raccontare anche se stesso, di farsi vedere o almeno intravedere, sceglie una sorta di confessione affidando ai due personaggi la sua voce ed a volte i suoi gesti. 
Dolce e indulgente infatti una lei che si vorrebbe complicata, e dolce e angelico un lui di una bontà sconosciuta ormai. 
Sembra che tutta l'Italia sia attraversata dal pulmino di questi due angeli che come Gli angeli sopra Berlino e al contrario irradiano sorrisi e voglia di abbracciarli. Nel rosa dei capelli di Isabella Ragonese, nella camicia a fiori di Luca Marinelli, nel mare e nel cielo, il tempo del futuro si tingerà di rosa, della pelle rosa d'Italia, appena nata.
Una scelta voluta questa di Fabio, di raccontarci una fiaba possibile, di superare ogni solitudine e incomprensione, ogni rifiuto e abbandono con un incontro casuale ed eccezionale.
Per caso certo,  ma poi voluto, accettato e condiviso. 
E tutto si tingerà di rosa fra canzoni cantate come nenie e canzoni cantate come lavoro, fra musica e strade, con il gioco delle parti che possono cambiare. 
Un film di inquadrature di spalle, tante spalle, dal giubbino con la madonna luccicante di strass di Mia al giubbino con zaino di Paolo, alle spalle di quella mamma che un tempo si allontanò, un film in cui la protagonista  allarga le braccia incontro al futuro prossimo venturo che porterà un Tatuaggio sul braccio e sul cuore.
Ti chiamerò Futura o Italia...   


 Julieta

Il film Julieta ricorda un mio lontano pezzo dal titolo La consolazione. Con in mano il libro "La tragedia griega" la giovanissima docente di greco sta spostandosi in treno per andare alla sua sede scolastica per una supplenza. Un libro che ci indica la via delle nostre avventure umane: La consolazione.
Usciamo dal film consolati, nella certezza di aver visto un film narrato sul vero. Sul destino e sulla scelta. Sugli affetti e sui difetti. Un film che siamo noi Julieta. Chiacchieriamo infatti nel viaggio di ritorno sulle nostre letture da bambini: Incompreso, Il viale dei tigli, Cuore. Sulle lacrime a fiume mentre si leggeva Dagli Appennini alle Ande. Tristissime letture però tanto utili per prepararci a tutte le separazioni, gli abbandoni, lo scomparire delle relazioni costruite in giorni e giorni.
Tutto scompare con la stessa terribile facilità con cui appare, tutto può essere che dipenda e non dipenda dalla nostra volontà, sembra chiedersi Julieta ad ogni fotogramma.

Se avessi parlato in treno all'uomo davanti a me nello scompartimento forse costui non si sarebbe suicidato. Se io non avessi discusso con Shoan forse lui non sarebbe annegato. E mia madre? Lasciata con mio padre che la finì. E mia figlia? Tutto scompare eppure ad ogni scomparsa una piccola consolazione riprende il gioco degli avvenimenti e sembra possibile sperare ancora di capire l'altro.
Così la figlia capirà e capirà la mamma e capiremo noi...



La La Land
Oscar ai colori, alle automobili, alle autostrade, Oscar a Los Angeles, alle luci, al panorama, Oscar al jazz, ai locali, Oscar alla buona fede, all'entusiasmo, a Parigi. Los Angeles premia sé stessa.

Oscar 2017 ad un musical che inizia come un musical, con le automobili incolonnate nel traffico e tutti ballano e cantano come negli ingorghi veri. Molto carina la scena. Inizio della storia con un dito alzato, ma lei alza il dito oppure me lo sono inventato? la storia esile è sempre l'incontro scontro fra due giovani e belli che all'inizio si scontrano e poi si incontrano innamorandosi e sostenendo uno l'entusiasmo dell'altro.  Comunque una storia inesistente, non hanno più storie da raccontare gli sceneggiatori di Los Angeles se non quella sempre uguale dell'individuo che deve coltivare il suo sogno, che non deve mai smettere di crederci, che deve poi dimenticare chi lo ha aiutato, e che darà emozioni perché un bel giorno arriverà Bill Gates, e siate folli, i sognatori sono tutti folli. Questa la trama di La La Land sviluppata con variazioni sul tema minime, apprezzabile e innovativo l'amore che tutti cercano nella vita, l'amore nello sguardo delle stelle e poi l'amore per la musica, per il jazz.
I protagonisti non esistono in realtà, esiste il messaggio, la strada, quello che si insegue, il successo, quello che avrà solo l'un per cento della popolazione mondiale mentre il resto degli abitanti saranno fortunati se, come il protagonista maschile, potranno farsi due polpette al forno nella solitudine di una casa e suonare nel locale la musica che si ama.
Nel sottotesto ci stanno gli altri, tutti gli altri, che verranno oscurati perché i tacchi vincono sulle scarpe del tip tap e sarà su tacchi vertiginosi che la protagonista arriverà alla fine a casa cinque anni dopo da un marito e da una figlia nella sua domus di attrice.
Lei  ha vinto. Ha vinto il Cinema.
Peccato che il messaggio di lei sia non ringraziare, sia lasciare indietro e non guardare indietro, non andare a dire due parole due a chi prima è stato vicino. In effetti il mercato vuole solo questo, non guardare indietro, andare avanti e...
Film carino perché siamo stanchi di pugni in faccia, di contumelie e di sgambetti, siamo però anche stanchi di sogni, emozioni e imperativi categorici.
Quello che mi impensierisce è una cosa che verificherò, sempre all'alba di tempi terribili il cinema ci offre il musical.
"La collina voglia scalare, in cima voglio arrivare"
La collina di Los Angeles ha una cima? sulla collina di Hollywood
Oscar sarà questo anno a La La Land  dal mio antico Lallallà 



Sci-Fi ad Arrival
Scienze e fiction nel film di Villeneuve sugli schermi mondiali per celebrare un arrivo, gli arrivi alieni.

Arrival vuol dire anche neonato, avvento, apparizione.
Il tempo dell'avvento e siamo già nel Carnevale.
"Arrivano" con le due r del verbo che scaldano i motori, arrivano nei gusci, astronavi del 2017, arrivano dei polpi, dei cefalopidi che emettono inchiostro nero attraverso un sifone, dice Wikipedia, e non uno dei tentacoli. Arrivano per darci un dono che fra tremila anni ci servirà, servirà a loro, ok ci servirà. Il dono di leggere nel futuro.
Andiamo dunque a vedere questo film al Centro Commerciale in una sala vuota, altri due spettatori più in là. In quattro.
Arrival e arriva il neonato, la neonata, la nascita della figlia della protagonista, insegnante e ricercatrice universitaria, non sappiamo se a contratto o meno, comunque linguista, che abita in una casa veranda spettacolare, in un bosco con vista lago. I film sono così.
Arrival sono dodici gusci che stazionano in alcuni punti della terra, Cina, Russia, America, l'Europa è un po' messa in disparte mentre la Cina si prepara ad attaccare il loro guscio, la Russia, il Pakistan ed il Sudan faranno lo stesso. L'America brava brava attende e cerca di comprendere quei segnali prima di intraprendere una guerra intelligente. Fantascienza dunque.
Visto così l'impianto sembra uno schema già fin troppo visto, ed infatti lo è, ridicolo a volte, come ridicolo l'arrivo notturno in casa della protagonista Louise e la battuta sui dieci minuti per preparare uno zaino necessario ad una così importante spedizione.
Un film senza una logica, prima i protagonisti indossano scafandri per andare ed è difficilissimo salire in una specie di parete uterina lunghissima per incontrare gli alieni, poi vanno e vengono senza protezioni come se andassero a passeggio sul corso cittadino e l'uccellino nella gabbia che portano dagli alieni cosa vorrà mai dire? Il grado di concentrazione dell'ossigeno, mi informano.
Protesteranno gli animalisti
La sceneggiatura è basata su un racconto dal titolo "Storia della tua vita" di Ted Chiang e contiene qualche spunto interessante. La difficoltà di comunicazione, di interpretare i segni, il concetto di memoria circolare con possibilità di conoscere il futuro.
Con l'inchiostro della penna stilografica anche io, da bimba, facevo quei cerchi e quelle figure, forse ancestrali, in una memoria dove passato e futuro si incrociano nel luogo effimero del presente.
Un futuro che conosciamo, ne siamo responsabili, scegliendo volta per volta la guerra, la vita o il disprezzo. Un futuro che è un cerchio, molti cerchi, che noi non vedremo.
Salviamo dal film i due attori, non aspettando l'Oscar 

"Questi giorni" Il quadro di Giuseppe Piccioni
C'è un quadro che inizia e finisce il film nel circolare che chiude una storia di un viaggio fatto da quattro amiche sorprese nel passaggio da una vita all'altra.
C'è un trasloco da una stanza universitaria ad una vita di lavoro e responsabilità. Passano libri dagli scaffali negli scatoloni nel momento di abbandonare un luogo e c'è il quadro che viene preso da una delle quattro amiche a testimoniare un momento che resta. Resta il quadro alla parete della nuova casa di Caterina, una casa da adulta, con tanto di fiori alla finestra e con quel quadro che, per fortuna c'è, rimane, appeso alla parete, col rosso del colore  la passione della vita.

Nella trama  il viaggio verso il lavoro di una delle amiche, la nascita di un figlio per un'altra, il ritorno alla cura, per una malattia e lo svelamento di un tradimento per le altre due protagoniste.
Un film che ho letto quasi solo in immagini, mancandomi il testo per un audio non perfettamente calibrato nel pur bellissimo teatro dove è stato proiettato.
Moltissimi i momenti in cui mi è sembrato di veder quadri di pittori famosi e riferimenti a libri e ad altri registi, del resto Piccioni stesso poi nella conversazione fatta alla fine del suo applaudito film ha raccontato di aver "rubato" ai registi serbi, a Tolstoj di Guerra e Pace, alle tante letture le suggestioni fatte vivere sullo schermo.
Nella vita interiore che il film ha, mi restano le dissolvenze, l'ombra del corpo di Liliana che si alza dal letto, nella sua stanza, il surreale delle teste delle clienti, con i capelli in attesa della parrucchiera, la madre di Liliana, alla ricerca di una verità intuita. "Conviene ciò che accade" ci ripete Piccioni, nel conversare, e nel continuo sorprendersi che la vita sia un attimo, che il passato non si sa dove sia andato, ma è passato, e come è stato possibile? una domanda eterna, io scrissi, nel mio pezzo " Ciò che non muta" in quel continuo arrovellarci non muta lo stupore.
E non muta la voglia della giovinezza, di guardarla la giovinezza, con occhi teneri, delicati e rispettosi, come momento fragile, ma tenace, dove ritornare per un sorriso in più. E col sorriso che ci dona la voglia di alzarci ogni mattina il film dipinge su una tavolozza andata e ritorno on the road i colori di Questi Giorni 


"Margie" ha vinto, Domenico Modafferi
Ha vinto Margie: Un bacio
Margie: il tempo del perdono.
Il corto di Domenico Modafferi condensa in pochissimi minuti il passaggio dalla disperazione all'accettazione, al perdonare e perdonarsi e riprendere il dono della vita che si voleva buttar via. Sul terrazzo di un condominio si incontrano un cieco, il vate cieco, quasi, e la ragazza seduta sul muretto con le gambe penzolanti nel vuoto.
Vertigine.
La vertigine del nulla davanti. Un dialogo attento, una stesura senza sdolcinature, misurata e di una semplicità umana, ci coinvolge sul terrazzo e insieme a lei, alla ragazza, scenderemo dal muretto
Nella magia del cinema il signore cieco sembra l'inviato della speranza, e la sua sigaretta lasciata a spegnersi su quel muretto sembra che abbia fatto beffa alle Parche.
Vi dovrete accontentare di un mozzicone- sembra dica alla signora in nero che stava sul muretto a ghermire la ragazza
Due i colori: il nero soprattutto e il rosso del rossetto, del papillon,
il rosso che vincerà su nero nella dicotomia eterna fra vincere e perdere al gioco della vita
E il bianco a far da contraltare, a dare tutte le sfumature che renderanno possibile ogni diversità

Tutto il grottesco di Woody
Una commedia esagerata durante la quale io ho riso ad ogni assurdità, su tutto ciò che sopra le righe veniva detto. Il riso del grottesco: in genere a tutto ciò che, per essere goffo, paradossale, innaturale, muove il riso pur senza rallegrare.
Un  gioco al rialzo su vizi e modi di fare, mettendo in ridicolo cinema e malavita, amore e non amore.
Café Society è un locale di intrattenimento, e la pellicola, pardon non più, il film è in digitale, ci intrattiene con la magia del cinema. Un colore delizioso, la patina del tempo, si deposita sui personaggi e sugli ambienti aranciati, vestita di plumetis lei, la donna amata da zio e nipote, ed in rosso l'altra. Bianco e rosso contrapposto.
Il film inizia in piscina, in una villa di Los Angeles, siamo ad Hollywood, tutto sfavilla e il produttore o l'agente dice la prima battuta che io ripeto spesso e non dirò più:"Io sono il primo a scoprire..." e dice il nome dell'attore che ora non ricordo. Non lo dirò più.
Nel continuo gioco della sovraesposizione vediamo un gangster ammazzare un vicino di casa della sorella per una radio troppo alta, già però intuiamo il gioco e ne ridiamo prima, così come rido alla telefonata dello zio di Robert  al fioraio per omaggiare la segretaria del weekend trascorso. " Mandale cinquanta rose rosse, interruzione perché passa la moglie e riprende, anzi cento rose rosse. Cento? Cento... Cento. Rido ancora adesso scrivendo mentre  visualizzo cento rose rosse che, se mi fossero recapitate, mi farebbero fuggire via da qualsiasi spasimante. Scemo, direi io.
 “La vita è una commedia scritta da un sadico commediografo.” fa dire il regista a Robert, il nipote giunto da New York a Los Angeles per lavorare con lo zio . I due mondi si fronteggiano, Il cinema e la strada, la storia e la narrazione, il tempo sta finendo. L'epoca  è la seconda metà degli anni Trenta, due coniugi hanno cenato da Hitler, dice in un passaggio la voce narrante, e la Storia sta nel cinema a dare il rintocco della mezzanotte. Ai brindisi finali ognuno si troverà accanto al coniuge sbagliato, al cinema sbagliato, alla cenere dispersa, e resterà quel gesto quasi iniziale di Robert del dare i soldi, di pagare la ragazza per far l'amore e non averlo poi fatto per non aver responsabilità, essendo lei alla sua prima volta.
Così noi usciamo con la sensazione di aver pagato il biglietto per vedere un film che non abbiamo voluto vedere.
La trama era questa:" Famiglia ebrea. New York. Bobby Dorfman in cerca di lavoro lascia la bottega del padre e la East Coast per la California, dove lo zio gestisce un'agenzia che cura la carriera dei divi hollywoodiani. Bobby non resterà a lungo e tornerà a casa per dirigere con charme il "Café Society", il  night club dove Allen suona il sassofono." Ed è il sassofono di Woody  che suona con la sua voce narrante una favola grottesca.
Per tutto il film e prima che finisse avevo indovinato la scena finale e ho mormorato "è finito"
Dell'amore nessuna traccia 



Muccino, il carosello di L'Estate Addosso
C'era Carosello un tempo lontano, ora ci basta Muccino al Cinema day"A partire da mercoledì 14 settembre, in tutti i cinema d'Italia aderenti all'iniziativa Cinema2Day, il costo del biglietto offerto al pubblico sarà pari a 2 euro. L'iniziativa è stata promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Esercenti Multiplex, l’Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali e l’Associazione Nazionale Esercenti Cinema, e sarà valida ogni secondo mercoledì del mese. “Cinema2day è un’iniziativa per riavvicinare le persone alla magia della sala” ha dichiarato Dario Franceschini, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo."
Non sapevo nulla di questa iniziativa finché non decido di andare al film di Muccino che esce nelle sale in anticipo per partecipare a questa giornata.
Io e la mia amica scopriamo tutto ciò al momento di pagare il biglietto, vedendo anche la sala, incredibile per un mercoledì,
affollata.
Poi inizia il film, purtroppo.
Un adolescente seppellisce il suo cane, appena morto, facendo pensieri alati e condivisibili, ha un incidente in motorino e recupera con l'assicurazione i soldi necessari per andarsene a San Francisco, ospite di una coppia formata da due giovani uomini.
Con lui vola verso la stessa meta la più antipatica delle sue compagne di classe, una che lui non ha mai parlato e che, sull'aereo, gli intima di usare solo inglese perché lei va a San Francisco per migliorare la lingua.
Ed eccoci a San Francisco, la discesa di Sausalito. Ok vediamo il carosello della città, mentre il ragazzo porta a spasso il cane dei padroni di casa, mentre gira in bicicletta e mentre i giorni di permanenza  diventano 21 nella felicità di cavalli cavalcati e di ravioli cucinati. Dei due ragazzi americani, presentati il primo giorno come due perfetti lavoratori dalle nove alle diciotto, poi si scopre che uno lavora malvolentieri e l'altro sta a spasso-
In più nel carosello la ragazza algida si scioglie e si spoglia delle sue fisime, grazie a qualche bicchiere di più, si innamora del padrone di casa, lo bacia. Il Carosello prevede che lei baci proprio chi all'inizio aveva definito Frocio.
Quindi fra dialoghi, che nemmeno nei baci perugina si trovano più, "Ti amo, ti voglio felice, siamo felici e simili", il quartetto, tre uomini e una donna, va a Cuba, tanto per mostrarci che a Cuba l'acqua è calda e un bagno si può fare.
Mai stai tanto felici loro, mai stai tanto annoiati noi, per fortuna il film termina, lei va a studiare giurisprudenza e lui non la vede più però, dice lui, ricorderà sempre quell'estate addosso.
Io non so che messaggio abbia voluto dare alle ragazzette che affollavano la sala:"Bevete un buon bicchiere e avrete la felicità" oppure ai ragazzi:" Ricordatevi L'estate addosso" Boh
Non ho trovato una sola idea carina, se non la desolazione di un carosello firmato Muccino, salviamogli  la masturbazione, più volte filmata con le immagini che lui ha in testa. Sulla colonna sonora meglio chiudere audio, di musica non so.   



Il caso Spotlight
Per LameziaSummertime ritorna Il Caso Spotlight, da me visto all'indomani dell'Oscar. Questo il mio pezzo di quella sera.
Al cinema, al cinema, ore 22, al cinema ieri sera.
La sala al completo.
Molti gli spettatori venuti per vedere Il Caso Spotlight da poco Oscar 2016 come miglior film e migliore sceneggiatura.
Da una storia vera: un’inchiesta premiata col premio Pulitzer.
Un film che dovrebbero dare nelle scuole, nei corsi di giornalismo, nelle redazioni che non ci sono più.
Una lezione di giornalismo investigativo.
Vedo il film  con nella testa i racconti di alcuni  giornalisti che vanno a chiedere nelle procure atti processuali e nelle cartellette, spariti i fogli, non stanno più documenti importanti, testimonianze. Seguo il ricercare le fonti e fare verifica che siano prove certe e non per sentito dire, vedo l'andare di persona a bussare porta per porta, a chiedere e chiedere ancora senza cercare quella scappatoia del fare come fanno tutti: Copiare quel che si è già detto.
Vediamo i giornalisti sottolineare testi, raffrontarli, selezionare  nomi, cercare quelle associazioni che illuminano di verità i fatti. Credo sia quello il momento più importante del film, quella lettura minuziosa dei nomi, delle motivazioni con cui i preti venivano spostati dalle diocesi, a premiare il film, l'inchiesta, ed il giornalismo tutto, se fatto come si deve fare.
Spotlight: luce della ribalta; proiettore, riflettore, faretto. Puntare il riflettore su qualcuno, su qualcosa. Dal vocabolario.
 attenzione  pubblica, ribalta. Essere al centro dell’attenzione.
Siamo nel 2001 in pieno crollo delle torri, l'inchiesta continua.
Un film in un giornale. Il quotidiano The Boston Globe.
Un film in una stanza di questo giornale, la stanza della squadra di Spotlight, quattro giornalisti "Il caporedattore del team Spotlight, Walter “Robby” Robinson, i cronisti Sacha Pfeiffer e Michael Rezendes e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll"  indagano, su suggerimento del nuovo direttore, ad un caso di abuso sui minori perpetrato da un prete, da molti preti, troppi preti,  e coperti dal cardinale Bernard Law  autore di un libro sul catechismo.  Il catechismo del cardinale mi sembra l'ultima irrisione verso abusi continui che molti hanno subito sotto la grande istituzione della Chiesa. Lo stesso Cardinale ora sta a Roma e compiuti ottanta anni  il 21 novembre 2011 è diventato arciprete emerito della Papale Basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore.
Al di là quindi se una inchiesta possa cambiare e scalfire un Totem granitico come La Chiesa, nei suoi comportamenti più omertosi, resta la grande lezione giornalistica del gruppo, della validità di credere possibile la verità, se supportato dalla  fiducia di un direttore.  Sempre il Capo fa un giornale. Nello stesso giornale molti anni prima erano arrivati lettere sui fatti e non erano stati presi in considerazione. Il direttore di un giornale è l'anima di un giornale. Questa la grande verità premiata agli Oscar questo anno.  



L'Attesa di Piero Messina- a Giuseppe
"IL MIO AUGURIO NON È DI TROVARE TE STESSO, MA DI TROVARE TANTI ALTRI COME TE. PERCHÉ SENZA IL CONFRONTO CON CHI È ANIMATO DALLO STESSO FUOCO CHE BRUCIA DENTRO DI TE NON POTRAI MAI CRESCERE"
 (1969-2015) Giuseppe Petitto, regista, va via in una notte di settembre 2015.
Era nato l'11 Luglio 1969 a Stalettì. Uscirà a giorni Occhi chiusi, sua ultimo lavoro cinematografico. Che lui non vedrà.
Dove sei Giuseppe? Per tutto il film, L’Attesa di Piero Messina, la domanda va, esce dal cellulare di Giuseppe stesso, come un testimone  lasciato da lui a dire agli altri dove si trovi.
Il protagonista è il cellulare tenuto in carica dalla madre, il cellulare che grida e chiede dove sei? Dove sei?
Lo chiedono la madre, la ragazza, lo chiedono gli affetti che guardano alla scomparsa increduli.
Liberamente trattato dalla novella di Pirandello “ La vita che ti diedi” leggo su Wikipedia, racconta l’attesa di una vita per dover dire no. Come la leggenda di Olaf
« -Quando era lontano io dicevo: «Se in questo momento mi pensa, io sono viva per lui».- E questo mi sosteneva, mi confortava nella mia solitudine. - Come debbo dire io ora? Debbo dire che io, io, non sono più viva per lui, poiché egli non mi può più pensare! - E voi invece volete dire che egli non è più vivo per me. Ma sì che egli è vivo per me, vivo di tutta la vita che io gli ho sempre data: la mia, la mia; non la sua che io non so! »
(Luigi Pirandello, La vita che ti diedi)
Cosa perdiamo quando perdiamo i nostri cari, sia che siano morti oppure  in vita, sia che siano altrove. Persi. Per sempre. Li ricostruiamo a modo nostro, li facciamo vivere donando ancora a loro quel che vorremmo avergli dato, quel che vorremmo che loro fossero.
Un film che occupa il nostro posto dal primo momento, dal marmo delle gambe accavallate dal chiodo, nella statua del Crocifisso,  al filo di ragnatela che pende sotto la poltrona del salotto, nella preparazione del lutto. I drappi neri sugli specchi con il chiodo battuto nel muro.
Il lettino rosa gonfiabile che vola nella corte del palazzo, gli oggetti nella colonna sonora bianca. La strada mobile, e poi arriva lei, arriva da Parigi, una rosa, la rosa di Renard. Una ragazza alla quale dire.
Il film finisce, lei tornerà a Parigi, riamerà, com'è giusto che sia, perché la vita lo vuole, perché ogni amore è vivo nell'espansione del tempo. Vive nell'acqua e nell'aria, ora Giuseppe, vive nei suoi film, nel mondo invisibile vivono tutti, le parole e le immagini che contano per tanti. Non tutti ma tanti sentono e sentono suonare fra gli alberi e i clacson la melodia di un'arte pura.
A chi rinasce ogni giorno l'attesa non pesa. 



Il sale di Salgado sala poco, lo sai
"Il sale della terra" 4 settembre  a Lamezia Terme per  Lamezia Summertime 2015 Cinema e cinema. Rassegna che, nel cortile dell'Edificio Scolastico " Maggiore Perri", presenterà, come ciclo conclusivo all'aperto, "Birdman", grande film, premio Oscar al miglior film 2015. Io avevo già scritto i miei applausi e poi   entusiastica adesione ai giurati. Ottima la scelta  della  rassegna che  continuerà ad ottobre nel Teatro Grandinetti.  

Il sale della terra è un film su Salgado, con regia  e sceneggiatura comune  di Wenders e del figlio di Salgado.
Salgado che racconta Salgado e troppo sale non si può assaggiare.
Il film vale per quello che è, una raccolta di fotografie, esteticamente perfette e fin troppo perfette, di una carriera lunga e ricca di viaggi e suggestioni. Immagini in bianco e nero che testimoniano visita del fotografo in luoghi di dolore. Lui c'era, dunque. Infatti nel film il testo recita pressappoco così. Io c'ero nella più grande miniera a cielo aperto del mondo, io c'ero quando bruciavano i pozzi del Kuwait, io c'ero nel Ruanda e c'ero in Thailandia. Lui c'era e fotografava perfette e composte donne con polso piegato e scialle stirato. Lui c'era. Sorretto da un testo fasullo e agiografico,  nel film scorrono le immagini che dovrebbero emozionarvi. Non vi emozionate con Sarajevo?  Non sentite che siamo tutti cattivi come gli Hutu e i Tutsi? Com'è cattivo l'uomo! eppure il mondo è bello, bellissimo e via dunque nel finale rutilante una natura bellissima, le pose plastiche del mare, dei pinguini che si tuffano dall'iceberg e dei trichechi che ballano in gruppo uscendo dal mare come fotomodelle.
Non vi basta? Allora vi regalo la nuova foresta vergine amazzonica, piantata da casa, piantina per piantina, milioni di piantine e quando loro cresceranno, sono già cresciute! l'acqua tornerà, perché la vita è ciclica e si ritorna sempre all'infanzia. L'infanzia dell'umanità. Unico pensiero condivisibile davanti a tutto un testo che mi ha fatto girare e rigirare sulla sedia per l'enorme vuoto di una rappresentazione finta. Il viso di Salgado come novello guru appariva dentro lo schermo nero a darci la buona novella del suo pensiero, quale che sia io non l'ho capito, infatti nessuno lo ha trucidato sui luoghi di guerra come Rémi Ochlik, morto in Siria nel 2012 per documentare, lui sì, gli orrori in corso. 

In ricordo commosso dei tanti fotografi di guerra che si sono spesi a denunziare davvero gli orrori,  io ho invece visto Salgado, il fotografo buono per buoni e cattivi, anzi buono per fotografare belle stampe da salotti internazionali, per la buona coscienza di Wim Wenders e compagnia.
Con  troppo sale il cibo immangiabile è



Quando c'era Marnie
Quando c'era Marnie, lei prendeva appunti
dal Romanzo al film. Dal 1967 ad oggi in un film che potrebbe essere l'ultimo dello Studio Ghibli...
Il segreto che custodiamo è la fiducia. Si diventa amici se ci possiamo confidare un segreto, anche piccolissimo, che sappiamo solo noi, e regalarlo all'altro che ci donerà a sua volta il suo segreto. Questo mi sembra il bellissimo messaggio che Marnie ci dà.
Esserci o non esserci poi non è influente se sta dentro di noi chi ci diede vita e sempre potrà trovare la strada per parlarci.
Una storia che è un saluto al mondo dallo Studio Ghibli che già ci aveva donato Si Alza il vento,
saluto di un altro regista Miyazaki.
Ci salutano così le grandi fantasie del novecento, ci salutano i personaggi e la nostra infanzia, ci salutano gli anni che se ne vanno, lasciandoci due dita incrociate, quelle delle due amiche, che si salutano anch'esse, promettendosi incontro futuro. Chissà se ci sarà, se un altro mondo la mia vita troverà... sulla colonna sonora di incontri che cambiano la vita, anche Anna tornerà fiduciosa alla vita, alleggerendo le asprezze, sentendosi più accettata, capendo che si è parte di un grande disegno proprio perché ha trovato il filo che la lega al passato. Se nessuno si salva da solo, allora ha una sua bellezza la villa abbandonata e circondata da una palude con la marea che  sale e rende inaccessibile, tutto diventa lontano e difficile, se nessuno si salva da solo. La barca, il pescatore silenzioso, i coniugi simpatici ed accoglienti, il bene che dà sollievo,  e poi  gli scontri, le minuzie e le piccole cattiverie, il male inutile, banale. Nel delicato e verdissimo film che sono riuscita a vedere, grazie alla Marnie che io ho incontrato, c'è la poesia lieve dell'attesa, del disegno, dei pastelli e delle matite, del quaderno e del foglio che Anna abbraccia e appunta, schizza, invera e inventa il suo paesaggio, il paesaggio dell'anima.
Quando c'era Marnie. Non siamo mai soli se ci abitiamo dentro. Le case vive del nostro immaginario. Nelle tante sovrapposizioni fra il nostro vivere e i giorni che si affastellano ci sta la fantasia. Sempre con noi stanno coloro che ci amarono se ci amarono, sempre a far parte di un  vissuto oltre il muro della realtà.



Il pezzo è del 2010, la notizia di cronaca è di oggi Giugno 2017.
Docente invita la sua ex e il fidanzato a cena e poi li massacra
Il delitto è stato portato a termine nell'appartamento dell’omicida a Mestre, che ha prima narcotizzato le vittime e poi le ha uccise
Arrivederci, amore, ciao
Agosto 2010
Avete visto il film “Arrivederci amore, ciao?” Nooo?
Dovete assolutamente vederlo -
Il protagonista – Alessio Boni – faccia d’angelo e anima cattiva viene inserito in un programma di riabilitazione dopo aver commesso una serie di misfatti. Alla fine sarà riabilitato, perché riuscirà a compiere il misfatto più grave restando impunito per sempre.
Una ragazza timida, carina, semplice e retta s’innamora di lui, si fida e si sposa. Poi durante la vita matrimoniale lei si accorge di aver sposato un killer e lo lascia. Non lo avrebbe però mai tradito, mai denunciato.
Ma lui non può e non vuole lasciarla viva. – Ognun del proprio cuore altrui misura. La convince, dopo qualche tempo a salire in macchina, la convince a salire a casa e da lì lei scenderà solo morta. Le ammannirà un pranzetto, con fare suadente, lei rifiuta, poi accetta, ma il cibo è drogato, e lei drogata, sedata, annullata, sarà mostrata alle amiche e queste convinte che sia ammalata. – E’ ammalata povera cara, di depressione, di ansia, non vuole più vivere - Lei si accorge di tutto, ma viene privata dall'energia per salvarsi. Muore. Lui va al funerale – Addolorato – Bastardo – Avrà anche i complimenti per come l’ha assistita durante la malattia! La riabilitazione è completa. Tradire la fiducia di chi ti ama è la prima regola da imparare nel nostro vivere quotidiano. Tradire sarà ricompensato dall'ordine costituito Il film dovrebbe essere trasmesso nelle scuole, nei locali pubblici, perché gente come il protagonista abbiano poco spazio, siano riconoscibili e neutralizzabili. 


Whiplash da UNA


Whiplash: la stessa storia per un  cortometraggio al Sundance Festival poi diventata un lungometraggio, vincitore di tre Oscar,  il film  è stato diretto da un regista sconosciuto quasi trentenne: Damien Chazelle, che ha raccontato una iniziazione crudele  alla vita, al successo con  musica, competizione, passione, sacrifico. Una scuola di vita?
Siamo in una prestigiosa scuola e uniche  parole sensate del professore mi sembrano queste: Non c’è nulla di più dannoso che dire ad un altro “ Ben Fatto”
Mi ha ricordato una mamma di una mia alunna, molto brava, che venne a rimproverarmi per aver io messo ottimo, come sempre,  al compito di sua figlia. Alla mia sorpresa domanda lei mi rispose che se la figlia non avesse sentito lo sprone a far meglio, se avesse visto sempre premiato anche un tema minore, avrebbe livellato le sue capacità e si sarebbe impegnata di meno.
Più o meno lo stesso concetto del protagonista della vicenda.
Allora io diedi ragione alla mamma, anche se lasciai il voto, che pur sempre meritato era. 
Questa sera riconosco unica frase plausibile in un insegnante terribilmente sadico che abusa del suo potere per far sclerare i suoi alunni.
Credo proprio che il regista abbia voluto proprio affermare questo ed in effetti fa iniziare il film con una batteria che suona rabbia, più forte, sempre più forte in un incontro fra allievo al primo anno e il professore mitico che sparisce e ritorna per prendersi la giacca, quasi per umiliare col silenzio ed indifferenza.
Swing in double time.
In tempo doppio.
 La cosa più vergognosa che fa il professore sarà usare informazioni private, confidenze fatte a lui dagli allievi in un momento di fiducia, per darli in pasto, in pubblico, deridendoli. Magari tanti fanno così. Se qualcuno si confida con un altro, queste confidenze verranno sparpagliate al vento come le canne del canneto di re Mida. Chi sparpaglia ed offende una canna è 
Doccia scozzese, colpo di frusta, altalena di esaltazione e di annientamento sarà questo l'insegnamento che mira a fortificare o a distruggere animo di alunno?
Tu sei qui per un motivo- il professore intima. 
“ Io sono qui per un motivo” l'alunno soggiace.
 Ed io aggiungerei che l’alunno è lì per dare un motivo a questo insegnante monco, mancante di equilibrio, di rispetto.
Certo Parker divenne Parker e produsse Bird per aver ricevuto una batteria in testa da Jones ma questo metodo educativo aveva anche procurato impiccagione in Ben  Casey, Alunno di Flecter e da lui compianto, dopo morto.
“Metz non era stonato” dice Flecter, il professore, dopo aver umiliato alunno ed averlo espulso dall'orchestra, come faceva mia collega di francese, in quella classe di cui sopra.
Ero sempre stupita di come gli alunni stessero immobili con lei, nelle ore di compresenza, e di come lei li umiliasse con metodo.
Ho sempre accettato che nelle mie ore gli alunni si sentissero più liberi, e,  malgrado meno disciplinati, più rispettati. Per questo non riesco a veder nessun elemento di scusante in un professore che esercita un potere su menti giovani ed invece ammiro alunno che, forte del suo entusiasmo, continua a battere fino al sangue i piatti.
Un film quindi di grande amore verso la musica, verso una fissazione, alla Coltrane, un film di scontro fra due personalità forti, perché nessuno dei due avrebbe mai voluto vivere la banalità degli altri. Credo che la testardaggine del ragazzo venisse più dalla ribellione verso un modello familiare di rinuncia che dalla vessazione di un professore cattivo. Sono sicura che il regista aveva modello preciso davanti a sé.  
Un film con un ritmo continuo e spezzato, una musica insegnamento ad una vita difficile. 
Caravan suonerà



Matteo Garrone- Ip Ip Urrà- Nel regno della Litweb vinto ha già

Essendo forma contratta del mio nome, Ippolita, Ip Ip Urrà è il mio gioioso applauso ad un film che ho visto in braccio a mia nonna, per sere e sere, nel Cunto de li cunti di Basile, trasposizione favolistica di tradizione orale più immaginario personale e che  ora  scorre sullo schermo. Tre favole...
A che servono le favole? Perché si raccontavano? 
Per allenarci alla perdita
Si narravano nelle favole avvenimenti truci e violenti, il male senza senso, il capriccio di una strega, di un bruto, di un re, a cui sottostavano ragazze giovanissime e bimbi incolpevoli. Tutti condannati ad una sorte terribilmente ingiusta. Un continuo spavento ripetevano le favole per allenare i piccoli al vivere, per temprarli. La realtà per quanto cattiva non avrebbe mai raggiunto simile aberrazione oppure quand'anche, si era allenati.
Rido e rido nel primo tempo, sorpresa che altri non ridano, come, al contrario,  nella scena iniziale,  tutti ridano ai giochi circensi e solo la regina sta con labbra serrate  e non ride.
Si scopre presto che lei non possa ridere perché soffre di una mancanza. Soggiace alla privazione e vuole, con ogni mezzo, riempire suo ventre. Rider non può. 
Perché si ride? Di cosa si ride quando si ride.
Si ride se il pagliaccio cade, io non rido, si ride se un difetto fisico viene burlato, io non rido, non rido nemmeno alle barzellette sul sesso, sui carabinieri e sul governo. Mi mettono tristezza.
Rido e rido felice al film di Garrone “ Il Racconto dei Racconti” Tre cunti di Basile, tre storie, ambientate in Italia, e prendo  appunti. Ogni nascita presuppone una morte, per equilibrio nel mondo, dice la strega in nero, a me sembra un uomo, suggerendo come far nascere figlio alla regina. Nasce poi il figlio, anzi ne nascono due, identici, da due ventri diversi, e la regina inseguirà il suo, correndo,  nel labirinto di Donnafugata, senza mai raggiungerlo. Se non erroneamente. Scambiandolo. Nel gioco eterno del figlio scambiato.
 Muri e muri si alzano fra gli uomini e realtà, Si innalzarono muri e non ce ne siamo accorti, continua a dirci, con Kavafis, Matteo Garrone,  scegliendo alte siepi, Gole dell’ Alcantara e muri di pietra, muri mentali  del desiderio.
 La regina e il figlio, Il re e la pulce, e poi l’erotismo di Bataille, i corpi ubriacati per il piacere di un re che sposerà una vecchia con la pelle d’asino, pardon giovane.
Appunti sul film: tu pensi che quello che hai lo possiedi e lo possederai in eterno, pensi erroneamente che se ritorni giovane per un momento poi lo sarai per sempre. Dalla pelle vecchia alla giovane in un attimo e nello stesso attimo dalla pelle giovane alla vecchia. Solo un attimo. In un corpo che va per conto suo prigioniero di un sogno di possesso. Pensi di possedere un figlio, lo cerchi oltre ogni razionale e sensata condizione, lo cerchi nella morte e nel pulsare e poi e poi tuo non è. Così ci insegnano le favole I racconti di Basile sullo schermo di un immaginario teso fra le mura di Castel del Monte. Possesso possesso possesso.  Possesso di una pulce. Acari siamo. Giganteschi. Come la pulce del film. Come la pelle della pulce che esposta diventa l'asta con cui scegliere il destino della figlia del re. La pelle che isola e condanna. La pelle che capire tu non puoi... Ahah Mogol! La pelle di Curzio Malaparte. La pelle d'asino o diafana. La pelle che fa la differenza. Una pellaccia
Una possessione che filmica è. Nel film che scorre, tra passato e presente, onnipresente nelle nostre testoline più o meno strutturate a riconoscere simboli segni e significati di storia e spazi, costruzioni e rimandi, le favole antiche di un grande squallore, il nostro splendore
Il tempo della fiaba che scorre in ognuno di noi raccontando tutte le fiabe che ci aiutino a decodificare il tempo reale.
Un film che io  abito e torno ad abitare nel ballo finale a  Castel del Monte, con la principessa diventata regina, di ritorno e salva da un precipizio, da silenzi e terrori.
Nel ballo finale un filo si tende fra una torre ed un’altra. Il filo dell’equilibrio fra realtà e fantasia.



Trashed- Trash-Spazzaturismo ambientale

Moplen! Negli anni sessanta. Leggero,
 resistente, inconfondibile
indistruttibile,
 "La signora guardi bene che sia fatto di Moplen."
Zuppa Campbell's una opera d'arte americana
Contenitore non biodegradabile.
Dal 1996, ma anche prima, l'allarme non è mai ascoltato.
Un mare di spazzatura galleggia nell'Oceano Pacifico.
Le mosche volano sul giardino inglese in un giro turistico per campi e per valli, odorosi di rifiuti.
La natura era attrezzata per costruire distruggendo, l'uomo ha creato l'eterno indistruttibile.
Il film inizia con una prefazione di tre ragazzi, intenti, lo dico affettuosamente e stimandoli, a vuotare il mare con un secchiello.
Auguro ai loro progetti sempre altri consensi ma...
Al di Là delle meraviglie di uomini come Terzani, ci sta l'abiezione della società capitalistica.
Vangelis, musicista, accompagna le immagini con sigle di OOOCCCH non riciclabile, Occhi su particelle che vivono dentro di noi.
Viaggiamo dunque, dal Libano, Beirut , Siria, il Medioriente, La Turchia, La Grecia, La Calabria, Viaggiamo.
Inghilterra, Pechino, Vietnam.
Fra termovalorizzatori e montagne di rifiuti, Viaggiamo un turismo pornografico sullo scempio dei nostri corpi, del nostro cibo, della nostra aria. Avvelenata.
Terra, Acqua, Avvelenata.
Una guerra condotta in nome del progresso.
 Poveri noi, schiavi di un sistema che possiamo denunciare ma non chiudere, non impedirgli di nuocere.
Una guerra persa.
Non può partire dal basso una ribellione che comporterebbe una riconversione su altri gesti, altre modalità, che dovrebbero essere imposti per legge.
Sulla mafia degli imballaggi, sulla mafia che controlla i rifiuti e lo stoccaggio, libri e libri, articoli di giornale... denunce.
Un fiume di denunce
Ed un fiume di spazzatura, allegramente scende dalla  zona di Sant'Antonio al Santuario,  Reggio Calabria, ai primi giorni del 2015, andando verso il mare che lo accoglierà.
Una tristezza infinita in un gelo di anima senza speranza
Diossina forever
Nel Fumo denso e nero di tutte le volte che hanno acceso i miei vicini, con tutto l'amore che posso. http://trollipp.blogspot.it/2012/09/un-fumo-denso-e-nero.html




Nebraska per tutti sarà

Dal Montana al Nebraska saranno ottocento chilometri.
Padre e figlio  e la distanza sono anni
Da Billings a Lincoln lungo la strada che li porterà dove hanno abitato molti anni prima.
Un viaggio con sosta nella cittadina dove è nato il figlio, dove il padre tornò muto dalla guerra di Corea e dove abitano i suoi fratelli anziani.
 Io sono la strada, qualcuno ci disse, sulla strada, on the road, fu scritto  e una cattiva strada qualcuno cantò.
Nebraska per tutti sarà.
Una colonna sonora dialoga con noi spettatori portandoci per orecchie nel suono del film. Dentro ancora dentro le strade che non portano mai a niente, come i Nomadi in Dio è morto. Cantano le strade, anzi suonano la melodia dell'alienazione, dell'uomo solo che non può essere un sacco di patate, hamburger e patatine, due birre, tre birre, a volontà.
 Strade e poi case, una macchina e che cos'è una famiglia? Un affetto, un ricordo, una gratificazione che ti dia un motivo per esser orgoglioso di te, del tuo starci sulla strada del mondo? Quante domande potremmo poi farci su luoghi non luoghi, direbbe Marc Augè, su deserti abitati da uomini no.
Sacchi ripieni di merda, potremmo chiamarli quei cugini, parenti, soci e company. Sacchi che vogliono solo insaccare i soldi che lui, il papà, si illude che ha vinto. Poveri sacchi loro, no persone.
 Lui invece, con il suo cocciuto continuo  credere vero non tanto una somma ma una illusione, lui salva suo figlio da un vivere banale...
La tenerezza che non c’è in questo mondo stupido, mi verrebbe da dire al veder quel cappellino sulla testa dell’uomo anziano che crede ad un foglio, ad una pubblicità.
Se non fosse che forse quel che lui ha fatto ha del magico e del reale, traslare fierezza e decisione che non mancheranno ora al figlio, forte fortissimo per aver dato dignità e orgoglio al suo papà.
 Nebraska per tutti sarà.
Un viaggio che è il nostro viaggio



Le vite degli altri.
 

Il film narra la vicenda di un uomo che monitora, segue, spia, ascolta la vita di un altro, per lavoro ed inavvertitamente la sua vita, il suo modo di pensare, cambia impercettibilmente. L’uomo spiato avrà salva la vita dalla sua spia, l’uomo che spia vedrà, per una omissione, la sua carriera  stroncata.
Il bene trova sempre vie imperscrutabili per affermarsi.
Il bene, la coscienza di non aver infamato un uomo giusto, credo che avranno reso la spia fiera e orgogliosa di essere uomo. Lo credo. Non si può stare accanto al bene senza esserne un po' presi, bisogna essere proprio dei malvagi.
Dal film alla vita.
Le vite degli  altri ci scorrono davanti senza spessore, non tridimensionali, piatte, omologate.
Le vite degli altri come nel film, palpitano e soffrono, con affetti, con sentimenti, hanno cultura, lettura, silenzio e musica. Gli altri, nelle loro case, dipingono, che bei colori che imprimono sulla tela! Fiori, paesaggi, volti, dipingono a loro volta sensazioni degli altri. Se ci fermiamo a cogliere uno sguardo, se ascoltiamo una parola, se vediamo un gesto, percepiamo una intensità oltre il frasario quotidiano. Le vite degli altri vengono nei salotti  eleganti, pettinati, sorridenti, la padrona di casa affabile, accogliente, poi ti siedi, leggi, con un’emozione mai provata, e le guardi, quelle vite, mentre loro guardano la tua. Bellissimo e pericoloso può essere tutto ciò, perché nel duplice sguardo puoi invece di comprendere giudicare, oppure puoi gratificarti di una umana consapevolezza dello stesso destino.
E’ la trasformazione. E’ bastato un commento, una parola, e la riflessione nasce da sola e ti ritrovi a pensare che tutto non è come sembra, che inaspettatamente basta girare il libro e un altro racconto era lì e tu avevi cercato tanto proprio quello, quello che era  il suo risvolto. La vita dell'altro, degli altri.




Anime Nere- Film di applausi

Fra Africo e Bianco, la favola  racconta Anime nere
Ho applaudito felice  quando il padre di Leo ha puntato la pistola,  sparato il fratello e poi  tutti i responsabili  della morte del figlio.  Sollevata e giuliva avrei voluto parlarne ma non sapevo con chi.
Avrei voluto dire che quando la moglie:- Posa la pistola- esorta verso il marito, il film finisce ed entriamo nella realtà.

 Dopo il racconto, il fabuloso mondo da tragedia greca si era dissolto con il deus ex machina di due o tre colpi di pistola.
Anime nere. Una favola nera. Una tragedia individuale.
Non è un film denuncia. Un racconto. Da un romanzo.
Alcune volte succede  che indicibile realtà abbiano bisogno di capovolgimento  letterario, si  abbia necessità di ricorrere a strumenti insoliti per narrare quelle anime, quei silenzi inespressi forieri di tragedie vere.
E’ nell’aria, si sente che tutto si svolge e nell’aria andrà via.
Così come il postino, personaggio di un altro libro su un paese della Calabria," Breve Trattato sulle Coincidenze" di Domenico Dara scrive di una Girifalco all’epoca dello sbarco sulla luna, una Girifalco fra il sonno e la veglia, panni appesi e lettere artatamente trascritte e rispedite per reificare il corso di avvenimenti, così, nel libro e nel film dello scrittore Criaco e del regista Munzi, il padre di Leo, Luciano, primogenito appartenente ad una numerosa  famiglia di Africo,  già segnato dall’uccisione lontana di suo padre,  riscrive storie di un sud fatto di silenzi.
Un sud magnificamente fotografato, Aspromonte percorso nelle sue curve e mulattiere, le case non finite, lo squallore e le bestie scannate e mangiate senza aspettare che vada via la cadaverina, che si frollino le carni, mangiate ancora vive. Fumanti di vita, di sangue, uccise e squartate, sgozzate e divorate con crudele fame, divorando insieme  ogni possibile e probabile bellezza.
Tutto deve essere brutto nel regno della bruttezza, della malavita, si chiama proprio così, e chi ne vuole scappare può andare via solo nell’onirico, nella mescalina, nella rinuncia a farne parte, con bontà.
La bontà dell’uomo che cura le bestie e le accarezza contro la violenza del coltello che tronca il giugulare e fa zampillare il sangue.  
Dal sangue del sud, e questo  è un sangue universale, il conflitto all’interno di tutte le famiglie, l’odio e le differenze in una saga, dal sangue la parca recide il filo ed il destino si compie. Resta lo sguardo di Luciano, che interpretato da un attore bravissimo, Fabrizio Ferracane, ci rimanda nel riscatto che attendiamo da millenni, dal dì che tutto ebbe inizio. Resta uno scarto fra realtà e racconto che non riguarda una regione, un paese, un gruppo. La sottile linea al di là dello sguardo, degli occhi velati di pianto, di una bontà costretta alla violenza con  una volontà mai abbandonata di esser diversi.



Dans la maison
Nella casa (Dans la maison) un film del 2012 scritto e diretto da François Ozon, liberamente adattato dalla pièce teatrale El chico de la ultima fila di Juan Mayorga troviamo la risposta.
I romanzi servono per trasformare la realtà. Nel film per distruggere un ordine creduto solido, un modo di essere.
Alla fine del film io ho esclamato dispiaciuta e sorridente: ”La letteratura fa male”
Corregge compiti mal fatti, aridi e senza vita quando ne trova uno, uno che si discosta dagli altri.
Convinto di poter gestire fantasia e creatività di un suo allievo il professore di letteratura francese Germain lo incoraggia a continuare un compito svolto su come avesse passato il weekend.
Claude, di umili origini e con situazione familiare difficilissima, si occupa da solo di un padre tetraplegico, racconta di aver  trascorso il sabato da un suo compagno di scuola, Rapha, figlio di una coppia apparentemente perfetta.
Il modo come lui racconta incuriosisce il professore, ormai deluso e annoiato anche della sua vita senza più fremiti, senza aspettative,  tanto da indurlo a leggere il compito alla sua compagna Jeanne, a farla partecipe di quel suo appoggio alla vena letteraria dell’allievo.
Continua… scrive l’alunno ad ogni racconto su come si evolvano le sue giornate create quasi su una amicizia che nasce fra lui e il suo compagno di classe, Rapha, su Rapha bisognoso di aiuto e su Claude che sembra il salvatore di qualsiasi problema tanto da suscitare nell’amico una ammirazione sconfinata e una fiducia cieca.
Manipolazione della fiducia.
Il professore si presta ad aiutare Claude in questo gioco letterario come se lui ne fosse indenne, compiendo atti al limite dell’illegalità;  sottrarre un compito di un collega per darlo a Claude prima che venga assegnato e partecipando poi troppo invischiato nelle dinamiche che nasceranno.
Invano la compagna Jeanne lo avvertirà, lui perderà tutto e rimarrà su una panchina povero e solo incapace anche di scacciare l’alunno che lo ha rovinato, pur di ascoltare ancora un racconto.
Il romanzo che distrugge eppure avvolge il nostro immaginario.
A cosa servono i romanzi dunque sarebbe il titolo di questo film su quel continua che ogni volta viene appiccicato a fine pagina e ci ritorna dalle Mille e una notte per salvarci la vita.
Nelle Mille e una notte la protagonista raccontando storie si salva, nel film il professore leggendo le storie distrugge la sua vita.
Noi chi siamo e cosa facciamo non lo sappiamo e non essendo in grado di gestire alcunché almeno ci illudiamo di costruire storie, di viverci dentro, di inventare commissari che risolvono omicidi e debellano la malavita, alieni che arrivano buoni per portarci un mondo migliore, fotografi che ci immortalano bellissimi e senza rughe, colori e sapori di paesaggi dipinti, biografie vere e presunte nel sogno postumo di un nostro risveglio.
A cosa servono i romanzi se non a risvegliarci postumi e a trovarci in un racconto? Nella casa letteraria del nostro immaginario.



La vita di Adele- postuma

La Marianna Di Marivaux-opera postuma- La vita di Adele
Marivaux, che leggerò.
È uno scrittore che conosce tutti i viottoli del cuore umano, ma non sa la strada maestra. (Voltaire su Marivaux)

Francesca Serra nel suo libro “ Le brave ragazze non leggono romanzi” mette in guardia su quanti languori, quanti tormenti abbiano generato romanzi come questa Marianna di Marivaux. Il colpo di fulmine. Lo sguardo che ti prende e ti porta lontano. Fulminati si resta. Su questo fulmine a ciel sereno il regista tunisino ha raccontato una storia tratta da un fumetto. Una storia francese. A Lille. In un liceo classico. Il professore mi sembrava Pennac ed invitava i suoi alunni all’impossibile- descrivere l’attimo che-

Un film lunghissimo e intellettualoide nel voler sempre rimarcare che se si legge e se si è artisti migliori si è. Lo dice prima Adele a Thomas, il ragazzo che la ama.

Poi lo diranno con spocchia les artistes con il linguaggio proprio di chi cita questo e quello e chi non li conosce paria è.Almeno così si sentirà Adele ad una cena in cui lei ha preparato una gustosa carbonara e i pittori discutono di Schiele e Klimt

Un film sulla disparità più che sulla differenza. Non siamo pari, come cultura, come personalità, come opportunità. Adele non è pari a Emma e la vita le peserà di più nello sconforto e nella nostalgia di un amore canaglia e vile, una Emma che la butta in mezzo alla strada non per il suo non amarla più, ma addossandole la colpa di averla tradita. Una vera carognata.

Un film letto così al freddo e al gelo, prima del film  avevamo dovuto ascoltare  una favola su fiori e fiorellini, sole e luna, una favola ingenua e naif, una favola gentile, e poi
E poi siamo  precipitati sulle pagine di Playboy, un giornale levigatissimo di corpi nudi, bellissimi, levigatissimi, depilati, unti, che mimavano amplessi lunghissimi che avranno eccitato i giurati di Cannes e avranno obnubilato la loro ragione.

Un film per guardoni, per almeno due quarti di pellicola, amplessi iperrealistici, plastici, corpi come statue in abbracci che dovrebbero produrre estasi, dovrebbero legare. Legano una sola, però, come nella poesia di Baudelaire “ Ippolita e Delfina” solo una resta nella rete, come in tutti gli amori, l’altra o altro va via.

Il regista ha insistito su un aspetto che lui non avrà risolto nella sua vita privata, la grande invidia per donne in amore, da dominare, da osservarle e scrutarle come un entomologo, come se fosse dentro la vagina.

L’episodio di Tiresia, raccontato da un ospite di Emma non finisce. Tiresia dopo aver detto che è la donna che gode di più in un rapporto amoroso venne accecato da Giunone. Cieco sarà l’indovino Tiresia, cieco perché a certe verità non si arriva nemmeno se infileranno la cinepresa nella vagina.

Peccato! Avrebbe potuto essere un bel film!



NO I giorni dell'arcobaleno-

El pueblo unido…è solo una pubblicità?-NO I giorni dell’arcobaleno

Dagli Appennini alle Ande, il libro Cuore che ci fece amare La Cordigliera.
La storia
“ La mattina dell'11 settembre del 1973 le forze armate cilene, guidate dal comandante in capo dell'esercito Augusto Pinochet, attaccarono le autorità civili, bloccarono le vie di comunicazione e le strade da Santiago a Viña del Mar e Valparaíso. Io sono ferma lì. 
Il 5 settembre1988 fu permessa la propaganda elettorale che divenne un elemento chiave per la vittoria del "no", il referendum del 5 ottobre 1988 si concluse infatti con il 55,99% dei voti per il no.
In seguito alla vittoria elettorale la Concertación propose una riforma costituzionale finalizzata alla "transizione consensuale verso la democrazia", la riforma venne approvata tramite un nuovo referendum che si tenne il 30 luglio 1989.
 Intanto Pinochet…
 In base a un mandato di cattura internazionale emesso dal giudice spagnolo Baltasar Garzón Pinochet venne incriminato a Londra per la morte di cittadini spagnoli durante la dittatura cilena richiamandosi il giudice al principio della difesa universale dei Diritti dell'Uomo dal momento che si tratta di "crimini contro l'umanità" che colpiscono, come soggetto giuridico, il genere umano nel suo insieme - e che i presunti autori di gravi delitti contro l'umanità, come appunto Pinochet, non godono di immunità per i loro crimini, neanche se si tratta di capi di Stato o ex capi di Stato.
 Il 2 marzo 2000 il laburista Jack Straw ministro dell'Interno del Regno Unito, appellandosi alle cagionevoli condizioni di salute di Pinochet decise di negare l'estradizione in Spagna e permettere quindi il suo ritorno in Cile. In seguito a un attacco di cuore, Pinochet muore il 10 dicembre 2006 dopo alcune settimane di degenza nell'ospedale militare di Santiago, a 91 anni.
Isabel Allende, prima donna alla guida del Senato-2014
Sarà la scrittrice Isabel Allende, figlia del presidente Salvador Allende, a consegnare la fascia presidenziale a Michelle Bachelet, che s’insedierà alla Moneda il prossimo 11 marzo per il suo secondo mandato quale capo dello Stato del Cile. La Allende sarà d’altra parte la prima donna a guidare il Senato nella storia del paese, in base a un accordo tra i partiti della Nuova Maggioranza, coalizione che appoggia la Bachelet e che comprende socialisti, democristiani e comunisti.”
Questa la storia... in  copia e incolla
Ora mio pezzo:

Falsità e normalità- tutto è pubblicità- NO
La libertà una bibita? Sconsolati domandano le forze democratiche.
Cara Dimmi Si- Due in un letto. Il si diventerebbe copula. Diventerebbe solo appetito soddisfatto. La falsità della politica che usa i bisogni primari  per mascherare violenze e prepotenza. Il leitmotiv del capo. Anche da noi  hanno dato solo sesso, per  istituire dittatura, le televisioni del capo.
El pueblo unido…è solo una pubblicità?-NO I giorni dell’arcobaleno

Dagli Appennini alle Ande, il libro Cuore che ci fece amare La Cordigliera.
Stasera al Teatro Umberto di Lamezia Terme per L’Associazione UNA
Ospite della serata sarà Anatoliy Ostashchuk (Antonio Ost), presidente dell'Organizzazione pubblica Ucraina per la tutela dei diritti umani in Italia "Liberta e Giustizia" commossa lo ascolto… guerra globale è iniziata, lo so.
due storie.
 La storia di Irina Margareta Nistor, che ha doppiato da sola migliaia di film americani che circolavano clandestinamente durante il regime di Ceausescu.
Il film
Arikinui un saluto Maori
Canti e fiori
Rapa nui, l’isola di Pasqua, possedimento cileno festeggia il dittatore
Referendum solo 15 minuti a serata per un mese e spiegare perché votare No contro il dittatore ad un popolo ignorante e impaurito.
Ci vorrebbe un miracolo, ci vorrebbe fede. Lo chiedono ad un pubblicitario…
Un atto di fede
 Un jingle
La bandiera dei mapuche
No ticias
No censura
Alla vittoria il pubblicitario rimane solo e ritornerà a fare il pubblicitario.



Pollo alle prugne
Pollo alle prugne italiane
La vita è un soffio e l’arte vola
Quel ghirigoro, quella voluta di fumo. quell’impalpabile che disse Verlaine… poesia è
Quel che non hai avuto mai, quello che resta sempre con te, quel che giammai via se ne andrà.
Seduta su quel bus ritornavamo in gruppo, accanto a me una signora anziana. Avevo ammirato la coppia, la bella coppia che erano lei e suo marito. Feci i miei complimenti e lei:- Non ho mai amato mio marito.- Gelai io e zitta rimasi lei continuò senza fermarsi
 -Ho sempre amato il mio primo amore, i miei non vollero che lo sposassi, non vollero che lo frequentassi ed io mi sposai con il primo che me lo chiese e che piacesse ai miei. Mi sposai per dispetto, per rabbia e  da allora non ho mai chiuso occhio tutte le sere della mia vita senza pensare a lui, al mio primo amore.
Certo mi è andata bene, in fondo, quel ragazzo aveva un carattere litigioso, difficile ma io lo amo, sono in contatto con la sorella, lui si è sposato ed è infelice, a me, forse è andata meglio, ma lo amo come se fosse il primo giorno.-
Ero annichilita, ero turbata, sono sempre tramortita da rivelazione che ottengo così improvvisamente senza voler sollecitare alcunchè, mi lascio poi invadere da sentimenti di empatia verso persone che son sconosciute ma che squarciano il velo sul loro passato.
Il passato non passa, sta sempre lì, certo si può trasformare in arte, in canto struggente, in musica e immagini. Si può continuare a sublimare quel sentimento che vita ci da, si può decidere e non decidere di spaccare il destino con violenza, come il profeta del film  che parla con il musicista dopo i funerali della mamma, si può affermare di voler vivere malgrado tutto poi remi contro. « Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato. »
Su quella barca che noi remiamo, sempre risospinti nel nostro passato dal Grande Gatsby alla Grande Bellezza, possiamo volare via nel soffio, nella nota, nel film che ci porta via. .
“Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C'è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia ... e una bella mattina... »
In un sapore che gusteremo, applausi per tutti ci stanno bene.



Il sud è niente: Non è importante quello che vuoi tu.- Fabio Mollo

-Non è importante quello che vuoi tu.
Ma di quello che puoi o non puoi-

Questa la risposta di chi deve riferire al potente sulla decisione di Cristiano di vendere la sua bottega, ormai messo alle strette da minacce velate da consigli affettuosi e regali allusivi, da serrata corte che si restringe di più, il mancato arrivo delle partite di stocco, la serranda già alzata, segnali inequivocabili che deve andare via.
Cedere
Bisogna cedere in  un sud sempre più di malavita, anche nei luoghi meno pensati, cedere al prepotente che si allarga, al supponente che si presenta e bisogna vendere quel voto che fu concepito come espressione popolare ed invece non lo è mai stato.
Forse è dappertutto così.
Sicuramente.
Sicuramente quella verità che Grazia vuole sentire dal suo papà è una verità intima e dolente, una verità che rasenta la follia, l’impossibilità di dirla fuori, di poter urlare il proprio dolore.
Credo il film non sia da circoscrivere al solo sud, non sia solo Reggio Calabria, non sia solo violenza e silenzio.
Leggendo testi antiche e tragedie greche, leggendo dappertutto, questo sconcerto che si chiama non accettazione ha dato vita all’arte. Alla Grande Arte.
Testi di soprusi su innocenti, su buoni, su impossibilitati a difendersi perché non si vede da cosa difendersi nelle ombre di un malessere imposto da altri.
Un silenzio biblico e non, dai primi testi che sono apparsi continuiamo ad urlare la strage degli innocenti.
Cambia poi il registro, un film, una fotografia nordica, un mare dalle mille bolle che accoglie corpi di emigranti annegati, di rifiuti avvelenanti, un mare che nemmeno vediamo più sporco e cattivo quando felici ci immergiamo.
Sempre facciamo finta che tutto va bene, come  dice la canzone di Dario Fo, tutto va bene, facciamo finta perché abbiamo voglia di vivere ma non il coraggio di farla finita.
Non possiamo.
Certo non possiamo, nemmeno sulle inezie, però…
E qui la grandezza di Fabio e di Miriam, di Vinicio e di tutti quelli che credono e sanno come muoversi, la grandezza di darci secchi messaggi di disciplina, di asciugare ogni cosa all’essenziale, di essere bravi e preparati, di saper ascoltare la musica dentro e di andare lontano e ritornare solo se siamo più forti e capaci. Noi non  aspettiamo che il prepotente ci venda quella partita di pesce stocco, noi dobbiamo sapere dove andare a pescare, noi tutti, di ogni paese dobbiamo vivere fuori per sapere guardare la libertà di dire le nostre ragioni.
Un grande film nordico, freddo e severo, che andrà ancora e ancora in giro…per ora è solo l’inizio, dicevamo un tempo, continuiamo la lotta.
La lotta per essere veri e il verbo che parla.

Il sud è niente morire

Il meridione sotto la cappa del silenzio. Il sud é niente, Il corpo é bianco, diafano, la pelle copre. L'acqua ti bagna. l'ossigeno nel mare sale su in alto, il buio dell'acqua ed il lento movimento della cinepresa. Il tempo del male é un tempo lungo, il tempo del sospetto, dell'attesa. Il mare. Preferisco il rumore del mare-Mimmo Calopresti. Sulla pelle bianca dell'adolescente Grazia e del coetaneo Carmelo il colore di una storia d'amore impalpabile nata da scontri e cementata con la fiducia nella  musica. Come Pif- La mafia uccide solo d'estate- come lui Fabio Mollo, salta la trasversale disperazione dei singoli con la scena dell'abbraccio di totale affettuosità fra due innocenti, dalla pelle candida. Personaggi minimali tutti, piagati da una sorte inesorabile. Una grande storia su un lutto, sull'incuria del sud in tutte le sue sfaccettature, dai particolari più sciocchi, i bagni di luoghi pubblici senza carta igienica, senza tovagliette, università non collegata a ferrovia, ad un ambiente vituperato disprezzato, non finito. Tutto incompleto, inservibile, difficile. Eppure da tutto questo può nascere un fiore... sui monti di pietra... ahahah basta andare via, studiare, diventare bravi e vincere fuori con grande competenza tecnica, puntuale scelta dei tempi, rumori, silenzi e luci del sud.

Il sud non ha luce, ha solo accecante fulgore, ha livide mattine e puzzolente afe. Tutto l'incompleto che è in noi suona una musica dissonante che Fabio porta in tutto il mondo come il grido dell'orgoglio di Quasimodo, Alle fronde dei salici,  Lamento per il sud, il manifesto del partito di quelli che sono diversi per studio e passione dal silenzioso ignorante di troppi soprusi

Per caso. “Il sud è niente” Di Fabio Mollo

Per caso, vero, Fabio?
“Il mio sogno era quello di fare il giornalista dopo la laurea in scienze politiche internazionali. Il caso, però, ha voluto che, accanto a quella facoltà, ci fosse l’università di Arti Visive. Ho finto di ‘sbagliare’ porta più d’una volta, infilandomi nella facoltà sbagliata: ero affascinato da quello che s’insegnava. Poi, ho preso la decisione più difficile: cambiare studi e mi sono laureato alla University of East London proprio in Arti Visive.
Per caso
"Jean-Denis Le Dinahet e Sebastien Msika (che hanno vinto il premio ‘Camera d’Oro’ al recente Roma Festival) hanno insistito per girare ‘a casa mia’ per puro sentimentalismo. Nell’estate 1970, il padre di Msika, per un guasto alla barca, rimase fermo a Catona per un mese, innamorandosi del luogo tanto da tornarci ogni anno. Quando Sebastien ha deciso di fare il produttore è sembrato naturale ritornare nello Stretto. Che, invece, è largo ed è una metafora della vita: perché quando pensi che la sponda opposta sia vicina, capisci che s’allontana sempre più e non riesci a toccarla”.
Per caso io leggo da subito, leggo insieme di lui e di Alessandro Grande che nel 2013 presenta il cortometraggio Margerita al Giffoni Film Festival con cui affronta la tematica dell'integrazione sociale.
Leggo che  il film  di Mollo sarà presentato in anteprima europea al Festival del Cinema di Roma nella sezione “Alice nella città” che si terrà dall’8 al 15 Novembre. La proiezione ufficiale è il 13 Novembre alle 16:30 
Ma io leggo prima e mi innamoro e comincio a parlarne in continuazione come una fascinazione.
Avevo letto questo:  
Presentato pochi giorni fa al Toronto International Film Festival dove è stato accolto da calorosi applausi, “Il sud è niente”

 A dispetto di quanto dice la nonna della protagonista: «Il Sud è niente e niente succede» Fabio Mollo, reggino classe 1980, fotografa  la disperazione di vivere in un luogo sciupato e l’immensa voglia di farcela ancora
Amo questo film
fermo nella mia testa da giorni
E che ho segnalato il  tredici  novembre su facebook già perdutamente innamorata come
Tutti i tredici della mia vita
Per caso


Un uomo solo al comando- W la libertà di Andò
 W la libertà
Un uomo solo al comando… nemmeno di se stesso

Il filosofico straorzante film di Andò riflette sull’impossibilità di essere noi, veramente noi, nel mondo vuoto, vacuo, della rappresentazione.

Lui è un capo e viene accompagnato, deve chiedere permesso anche per andare in bagno, e poi nel cesso controllare come salgano i sondaggi.

Si ferma, si allaccia una scarpa, deve solo leggere un discorso preparato in un quadro già affrescato.

L’aula è grande, i droni sono seduti, aspettano il viatico, la benedizione, per essere qualcuno.

Una si agita scomposta, urla e si dimena, sarà anche lei una telecomandata da chi gli vuole male.

Comincia così una Via Crucis, una espiazione dei mali di noi stessi, delle nostre individualità sbiadite e frantumate, appiccicate ormai solo allo spettacolare.

Da immagini così vorremmo tutti fuggire, che cosa mai vorremmo dire se manca chi ascolterà?

Lui fugge nel ricordo, fugge nella età in cui si innamorò di lei, del cinema, del suo Mung. Fugge e si ritrova, forse… Allegro ma non troppo.

Un duplice si incontra, il doppio siamo noi.

Abbiamo tutti dentro quel gemello che vorrebbe farci andare oltre il piatto banale del pranzo e del caffè, dell’arraffare un posto, del dover dire sì.

L’unico e il suo doppio come la foglia del Ginko biloba, che Goethe ricordò, e che Andò chissà perchè scordò.

Sarebbe stata bene anche quella poesia insieme a Blaise Pascal, Fellini, gli Haiku, Brecht e ad Epimenide che è famoso per il paradosso, però… in un mito dormì per cinquanta anni e poi si risvegliò e si domandò smarrito:-Dov'è la mia casa? Dove sono i miei genitori?- e poi guardandosi in uno specchio d’acqua:- e questo chi è?-

Andò ci chiede questo, con insistenza, per tutto il film.- Chi siamo? Chi siete? E lui chi è?-

Bluff o genio collettivo? Sparire del tutto per tornare ad essere liberi? Il diavolo è al governo? Il consenso nella coscienza? Cosa intuiamo se non c’è niente da capire?

è la paura la musica della democrazia.

Il sospetto la diffidenza la calunnia la mistificazione in un mondo che va che va che va che va

Rotolando

“ tuttavia ne risulta un invito accorato da parte del regista a riaffermare il ruolo del cinema, della scrittura e  della cultura nelle dinamiche sociali e nelle suggestioni esistenziali di tutti giorni. Perché l’uomo è animale politico, è macchina raziocinante e individuo animato da passioni. Ma anche capra che fissa il muro e storce il muso.” un critico

“ l’involontaria espressione di una paralisi” giusta considerazione

La libertà va pretesa con grande forza- dice Mastrandrea.
L’attore, interprete di appoggio al personaggio, colui che guarda, che scrive i discorsi, che diaframma il suo uomo con il resto del mondo, afferma con decisione una scomodità.

La libertà è partecipazione…non rappresentazione.

W la libertà- La verità vi farà liberi- La verità è un romanzo, un film, una musica per noi. La verità è scomoda.

Siamo tutti con Andò, per quel che abbiamo capito… 



 I love Radio Rock: La vita è un giorno
La vita è un giorno 
La Vita è solo un giorno
Scende la pioggia ma che fa, cantava Gianni Morandi.
in inglese è Elenore cantata dai Turtles

Riconosco questa canzone, poi  Senza Luce, I Dik dik
Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum

Vedo questo film in apnea, ringraziando la sorte che mi ha spinto nel cinema Umberto

I Love Radio Rock (The Boat That Rocked) un film del 2009 scritto e diretto da Richard Curtis,  sulle radio pirata inglesi degli anni sessanta, la storia di Radio Caroline. Un atto d’amore verso la musica rock.
Le canzoni degli anni sessanta e i gruppi che nascevano allora
I Beach Boys, i Kinks e gli Who e Flash dei Rolling Stones
Dal 1967 ad oggi non é passato neppure un giorno.
Tantissime radio che ritornano
in effetti io  sento per la prima volta
Perché il diaframma fa passare e non fa passare 
alza il diaframma e respira
ti dicono i maestri zen

Nella straorzante virata che fa la tua barca puoi sempre contare su zattere e natanti che accorrono in aiuto nella procella-
Il mare freddo del nord, le onde radio, la voce e il suono.
vibra su tutto l'esaltazione e l'entusiasmo di essere vivi
ed eterna è la sconfinata allegria di testarsi capaci di cotante osare.
Dall'alto del pennone si ha la vertigine che ti fa tuffare giù, a capofitto, e il conte ed il re, si ritrovano amici.
Una sfida a noi stessi, alla piaggeria, al monotono e arido formular  editti, una sfida al Regno Unito d'Inghilterra, ai burocrati e alle carte.
ci salverà la musica...
i film,  
la poesia di Calogero 

La vita è un giorno, il sorriso della poesia
Lorenzo Calogero
Il tuo sorriso è un sorriso oggi all'oscuro
e contiene gli echi di ogni distruzione.
Tu ti appoggiavi un momento sulla mia guancia.